Kristin Harila è stata l’ospite d’onore a San Martino di Chies d’Alpago della rassegna itinerante dedicata al mondo verticale e ai suoi cavalieri di di “Chies e le sue montagne” e che da 25 anni valorizza il territorio dell’Alpago, facendo conoscere storie e protagonisti dei territori montani id tutto il mondo. È stata l’occasione per intervistarla. Prima l’incontro presso la Locanda San Martino, con lei anche l’interprete Greta Barattin con cui stava preparando l’evento “Vittoria e tragedia: 14 ottomila in 92 giorni” che si sarebbe tenuto da lì a poche ore.
Due parole e ci dirigiamo sulla collina che porta alla Chiesa. Uno splendido sole, mentre l’aria gelida che a tratti scende dalle montagne, spolverate dalla prima neve della stagione, ci sferza di tanto in tanto. Sullo sfondo il foliage dei boschi di faggio del territorio delle Regole dell’Alpago, e più su l’imponente Monte Teverone e il meraviglioso Crep Nudo, dove a breve sorgerà il nuovo bivacco.
Kristin, prima di diventare la scalatrice più veloce della storia sugli ottomila, hai lavorato come dirigente in un’azienda di arredamento ed eri un’atleta di sci di fondo. Che cosa l’ha spinta a 35 anni, a lasciare la sicurezza del lavoro per dedicarti all’alta quota?

«Nel 2015 iniziai a scalare il Kilimangiaro e successivamente mi trovai più volte a correre in montagna, a sciare e a svolgere altre attività all’aperto. Ero da sempre a contatto con la natura, quindi il desiderio di vivere nell’ambiente naturale e tra le montagne era già presente prima che lasciassi il mio impiego. Quando ho deciso di licenziarmi, ho iniziato a valutare questa strada, anche se all’epoca non pensavo necessariamente di intraprendere una carriera da alpinista professionista. Sicuramente mi appassionava, volevo dedicarmi alla montagna e ho iniziato a farlo in modo sempre più intenso, restando però aperta a diverse possibilità e senza sapere esattamente quale direzione avrebbe preso la mia vita. L’unica certezza, da quel momento in poi, era che non avrei più voluto stare seduta a lavorare in un ufficio».
Kristin, nel 2022 il primo tentativo di scalare tutti e 14 gli ottomila si è fermato a due sole cime dalla fine a causa del blocco dei permessi burocratici in Tibet. Invece di arrendersi, ha venduto la casa in Norvegia per finanziare un secondo tentativo. Dove si trova la forza mentale per rischiare tutto su un’idea?

«Poiché nel 2022 il problema era stato unicamente di natura burocratica, legato al blocco dei permessi, ed ero già allora convinta che l’impresa fosse realizzabile, ho affrontato il 2023 con la medesima certezza. C’erano sicuramente aspetti complessi da gestire, come la ricerca degli sponsor, il reperimento dei fondi e l’ottenimento delle autorizzazioni necessarie, ma dentro di me sono sempre stata sicura che ce l’avremmo fatta. Per questo non ho vissuto il 2023 come un ricominciare da capo, ma come il naturale proseguimento di un obiettivo che sapevo essere alla nostra portata».
Insieme a Tenjen ‘Lama’ Sherpa è riuscita a completare la scalata delle 14 montagne più alte del pianeta in soli 92 giorni, polverizzando il primato precedente. Come si gestisce il corpo umano a ritmi così estenuanti, arrivando persino a concatenare Everest e Lhotse in circa 8 ore?

«Scalare queste montagne è un’impresa estremamente faticosa e impegnativa: richiede una costante concentrazione mentale unita a una solida preparazione fisica. L’aspetto che ritengo più importante, tuttavia, è concentrarsi su una sola montagna alla volta: non bisogna iniziare pensando già alla tredicesima o alla quattordicesima vetta, ma affrontare ogni cima singolarmente, passo dopo passo. È l’unico modo per raggiungere l’obiettivo finale preservando la propria integrità fisica».
Lontano dalle foto di vetta, qual è la realtà della vita nei campi base? È vero che per mantenere l’equilibrio mentale si cerca di trasformare la tenda in una vera e propria casa?

«Quando si affrontano due vette nella stessa spedizione, si trascorre più tempo al campo base e si riesce a percepirlo quasi come una casa. Durante il progetto dei 14 ottomila, invece, i tempi erano estremamente serrati e ci spostavamo continuamente da una montagna all’altra; per questo è stato difficile considerare il campo base come un punto di riferimento domestico. Al contrario, durante l’ultima salita sull’Everest — effettuata al di fuori del progetto dei 14 ottomila — sono rimasta al campo base per nove settimane: con tempistiche così diverse, la percezione del luogo cambia completamente e si riesce davvero a viverlo come la propria casa».
Kristin, ha sempre detto che i record sono stati possibili grazie alla squadra, condividendo il primato mondiale con Tenjen Lama Sherpa. Come è nata la Lama Sherpa Foundation?

«Condividere la mia esperienza e i primati con gli Sherpa era per me un obiettivo prioritario fin dall’inizio. Credo che per tutelare e valorizzare la vita dei lavoratori di alta quota occorra concentrarsi su tre pilastri fondamentali. Il primo riguarda l’equipaggiamento: affrontare montagne di questa portata senza un’attrezzatura adeguata rappresenta un rischio gravissimo. Il secondo è l’equità economica: ci tengo profondamente a garantire che gli Sherpa ricevano un salario giusto e adeguato all’immenso lavoro che svolgono. Il terzo aspetto riguarda la gestione dei rischi legati alle condizioni meteorologiche estreme dell’alta quota. Quando si verificano degli incidenti, è fondamentale condurre indagini rigorose per comprendere esattamente cosa sia accaduto e se si potesse fare di più, impiegando anche tecnologie avanzate come i droni. Solo analizzando a fondo le cause possiamo trasformare queste tragedie in insegnamenti preziosi per migliorare la sicurezza delle spedizioni future».
Durante l’ascesa sul K2 nel luglio 2023 vi siete imbattuti nell’incidente del portatore Muhammad Hassan. Nonostante i tentativi di soccorso della tua squadra, siete stati travolti da forti polemiche mediatiche…

«Il ricordo dell’incidente sul K2 mi accompagna ogni singolo giorno; è stato un momento doloroso e il mio pensiero va costantemente alle famiglie che soffrono per questa perdita. In quella drammatica circostanza, tutti i membri della squadra si sono prodigati al massimo per cercare di prestare soccorso, così come avviene in qualsiasi situazione di emergenza ad alta quota. È stato doloroso sentire affermazioni secondo cui non ci saremmo curati di lui perché era un portatore pakistano: è una ricostruzione del tutto falsa. Tutti hanno fatto il possibile per aiutarlo. Ma, al di là delle polemiche, il ricordo di quell’evento resta una presenza costante nella mia vita».
Cosa dovrebbe cambiare nell’organizzazione della sicurezza ad alta quota?

«In primo luogo è indispensabile che tutti gli scalatori dispongano dell’attrezzatura corretta e sappiano utilizzarla alla perfezione, a partire dai gesti fondamentali come indossare i ramponi. In secondo luogo serve una comunicazione chiara sui rischi: chi affronta un ottomila deve essere consapevole di cosa comporti un’ascesa di questo tipo ed essere adeguatamente preparato sul piano fisico. Non ci si può affidare ciecamente agli Sherpa pensando che possano sostituirsi alle capacità di chi scala. Infine, occorre una preparazione globale e la volontà di andare a fondo sulle dinamiche degli incidenti. Finché ci saranno montagne sulla Terra, ci sarà sempre qualcuno desideroso di scalarle; il modo migliore per farlo in sicurezza è garantire una solida formazione e utilizzare ogni strumento disponibile per fare chiarezza sulle tragedie e salvaguardare la vita di tutti».
Si è spesa molto anche sui temi ambientali, specie sul problema dei rifiuti su Everest e K2. Come si può rendere l’alpinismo commerciale più sostenibile?

«Per quanto concerne la riduzione dell’impronta di carbonio legata ai trasporti — aerei, elicotteri e autoveicoli — ci sono esperti e professionisti che stanno studiando soluzioni più sostenibili. D’altra parte, per quanto riguarda il Nepal, sono convinta che la presenza di alpinisti ed escursionisti sia vitale: è un Paese fragile economicamente, che trae dal turismo montano la sua principale fonte di sostentamento. Bloccare o limitare drasticamente il turismo al solo scopo di ridurre l’impronta ecologica locale sarebbe deleterio per le popolazioni del posto. La vera sostenibilità passa per la responsabilità individuale di noi scalatori: dobbiamo arrivare in Himalaya con una preparazione fisica e tecnica adeguata, senza delegare rischi sproporzionati agli Sherpa, che spesso sono l’unica fonte di reddito per intere famiglie. Essere responsabili significa anche sostenere direttamente l’economia locale, investendo nel Paese durante le spedizioni, e impegnarsi a riportare a valle tutti i rifiuti prodotti durante l’ascesa».
Kristin, dopo aver conquistato i 14 ottomila e aver completato sfide successive come la ‘Triple Crown’ dell’Everest, come immagina la vita nei prossimi anni?
«I miei obiettivi principali riguardano ora la corsa in montagna, un’attività che amo profondamente e che desidero praticare in questa nuova fase della mia vita, dopo aver concluso il capitolo delle grandissime quote. L’altro grande impegno prioritario è il sostegno alla fondazione. Non credo che scalerò di nuovo gli ottomila; d’ora in avanti mi dedicherò piuttosto a montagne più basse».










































































