L’approssimarsi della grande scelta che la cittadinanza padovana dovrà compiere nella prossima primavera, con l’elezione della amministrazione di Padova, dovrebbe suggerire un serio e approfondito dibattito sulla città, se non da parte delle forze politiche, dato che è arduo pretendere di spremere succo dai sassi, almeno da parte di quelle assopite componenti intellettuali che dovrebbero far sentire la loro voce in una città sede di cotanta prestigiosa Università e centro vitale di commerci ed eccellenze in campo economico e produttivo. In effetti di questo si sente la mancanza!
Una Padova “bruciata” dai social

Probabilmente la causa di tale assenza non è esclusivamente in capo alle élites pensanti della città, ma in larga parte è frutto di una nefasta politica di comunicazione dei potenti strumenti di divulgazione di massa, che si usa appellare con il termine “media” e/o “social”, che danno spazio e visibilità smisurata a soggetti insignificanti, non rappresentativi se non di se stessi, della loro vanagloria o di repressi appetiti di poltrone, ma che pure trovano infinite tribune nei giornali e nelle televisioni per propagare le loro sciocchezze e banalità, come fossero geniali proposte.
Padova pronta per un confronto?

Probabilmente un tale proliferare di cicaleccio mediatico scoraggia le forze e le menti veramente qualificate, portatrici di idee ed esperienze, dal cimentarsi nell’arena del pubblico dibattito, avendo generato nel recente passato profonde delusioni e diffuso un sentimento di sconforto che poi si esprime, politicamente, nell’astensionismo. A mio avviso, un serio confronto su un progetto della Padova futura dovrebbe innanzitutto recuperare la questione dell’identità della città, delle sue radici storiche e culturali più profonde, ma con un taglio pratico, di utilità speculativa per il presente e per il futuro, non certo per folcloristici crogiolamenti nostalgici e passatisti.
Padova Futura: coniugare memoria e innovazione

La sensazione che si aveva a Padova negli anni 90 era quella di una città senza passato o almeno immemore del suo passato. Pochi sapevano chi fossero i Carraresi; se chiedevi al classico uomo della strada, rischiavi risposte del tono: “Boh? Forse qualche signorotto della provincia di Massa Carrara?”. Padova era la città dell’assenza, non della presenza: il Prato senza erba, il Caffè senza porte, il Santo senza nome. Aggiungerei l’acqua senza canali, nel senso che a Padova c’è tanta acqua, ma non si vede, perché i canali sono stati tombinati. Ricordo che negli anni 90 organizzai un convegno per l’assessorato all’ambiente del Comune sulla questione idrica e mi inventai un titolo che poi ha avuto fortuna: “Padova città d’acque”. Allora sembrava un paradosso, un titolo provocatorio, perché l’acqua di Padova, che è storicamente abbondante, non si vede: è stata nascosta.
I padovani storicamente tendono a nascondere tutto, non solo l’acqua

Non manifestano, tantomeno esibiscono, ma negano le loro bellezze, le sottraggono alla vista, ad esempio con gli altissimi muri di ville e villette apparentemente modeste, ma che celano stupendi e preziosi giardini. Strepitosamente hanno negato per secoli l’esistenza di monumenti di estremo pregio: la Cappella degli Scrovegni, usata fino ai primi del ’900 come deposito comunale, dove i ragazzetti giocavano a palla; oppure il glorioso Castello, emblema cittadino, trasformato in carcere e fabbrica di biciclette; e tante chiese sacrificate all’edilizia abitativa o trasformate in caserme. Già, i padroni veneziani prima e quelli austriaci dopo probabilmente ci mettevano del loro in questa sistematica azione di damnatio memoriae, tesa a cancellare le vestigia di un passato glorioso e di un’identità cittadina.
Una Padova negata

Però, a mio avviso, questa cultura della negazione, della dissimulazione del possesso di beni e ricchezze è il portato storico di un’esperienza secolare di dominio, quando i nobili veneziani ti spossessavano delle terre per realizzare le loro produttive fattorie, con al centro principesche dimore, oppure ti toglievano case e palazzi in città, o semplicemente ti tartassavano con imposte e balzelli se ti scoprivano benestante. Esperienza radicata, non certo interrotta dalla dominazione austriaca, e finanche dopo il passaggio all’indipendenza italiana, per la famelica voracità dello Stato unitario. La mia tesi è che questa impronta storica minimalista e negazionista abbia inciso significativamente nella carenza di visione strategica, nella programmazione dello sviluppo cittadino.
La Padova degli anni ’60 e quella di oggi


Vi è stato quasi un timore di pensare in grande, di immaginare una città avanzata, mentre si è privilegiata la logica della speculazione edilizia spicciola, dove si risparmiava terreno anche nella larghezza delle strade, spesso ridotte a vicoli inidonei alla circolazione automobilistica, oppure nel destinare aree ai parcheggi. Il risultato sono rioni con un impressionante agglomerato di case, una densità abitativa degna del Sud-est asiatico, reti stradali arzigogolate e intasate. Le grandi operazioni urbanistiche degli anni 60, con la creazione di Corso Milano, costellato di palazzoni in stile sovietico, edificato sulle ceneri di un suggestivo borgo medievale, volevano forse scimmiottare Corso Buenos Aires di Milano, ma si trattava di un progetto già superato all’epoca della sua realizzazione, quando si stava affermando la concezione delle grandi circonvallazioni a quattro corsie.
Speculazione immobiliare

La motivazione prevalente fu certamente la sete di speculazione immobiliare, senza alcun equilibrio tra preservazione del passato ed esigenze di modernità. La stessa progressiva costruzione della rete tranviaria, che pure ha una caratteristica di lungimiranza, ha forse un vizio di fondo. Quanto è stato dettato dalla volontà di approfittare dell’occasione di cospicui finanziamenti piuttosto che dall’analisi dell’effettiva ottimizzazione della mobilità cittadina? Magari una più attenta progettualità avrebbe permesso di evitare tecnologie particolarmente invasive e rigide, con pali e piloni, a favore di tecnologie più leggere e flessibili che il progresso ci offre. E anche la scelta dei percorsi è proprio la più razionale, o si sarebbe potuto aggirare il centro cittadino, evitandone la drastica limitazione dal traffico automobilistico di là delle mura cinquecentesche?
La mobilità a Padova

Sulla mobilità le scelte compiute appaiono in tragica continuità con un’impostazione ideologica e utopistica, imperversata per decenni, che considerava l’automobile come il male assoluto da combattere, ostacolando la circolazione in ogni modo, occupando perfino ogni spazio utile al parcheggio con orribili fioriere senza fiori, in cemento grezzo. Così si soffoca la città, ci vuole equilibrio: non tutti possono accedere al centro in bicicletta o in autobus, ci sono gli anziani, che non sono pochi, ci sono esigenze particolari, come quella di trasportare le buste della spesa, pacchi e pacchetti e poi, ahimè, esistono anche i pigri! Che vogliamo fare, li mettiamo tutti in galera?
Tante criticità
L’elenco delle criticità e dei limiti potrebbe continuare a lungo, ma è più utile spostarsi su un terreno più propositivo, utilizzando proprio l’analisi critica per formulare proposte concrete che superino i limiti di un’infrastruttura che ormai c’è. Proviamo a chiederci come sarebbe Padova se, nel dopoguerra, avesse considerato il patrimonio storico, idraulico, artistico e paesaggistico non come un ostacolo allo sviluppo ma come la sua principale risorsa e, soprattutto, come sia possibile oggi recuperare un progetto di città che superi e sani gli errori del passato. Parto da questione che potrebbe apparire marginale, perché scarsamente affrontata nel dibattito pubblico, ma non lo è affatto.
Le radici

Anche se negli ultimi anni si è finalmente recuperato alla coscienza cittadina il patrimonio storico dell’epoca carrarese, con un’encomiabile azione politico-amministrativa, tuttavia l’identità carrarese è poco presente nella percezione pubblica della città rispetto, ad esempio, ai Gonzaga a Mantova, agli Estensi a Ferrara e ai Medici a Firenze. Non si è ancora radicata la dimensione fondante di quell’epoca d’oro, quando la città è stata capitale di uno degli Stati più importanti dell’Italia medievale, una grande città europea dotata di opere difensive e idrauliche, di un patrimonio artistico eccezionale, ricca di cenacoli artistici, che ospitava i più eminenti poeti, letterati e sapienti dell’epoca.
Una storia da rivivere

Questa storia non va solo rievocata e celebrata, ma va fatta rivivere. Deve divenire parte viva e integrante della città attuale, base e fondamento di sfide e nuovi traguardi nell’affermazione della città quale protagonista dei tempi moderni. Ciò significa in concreto che il Castello Carrarese va integralmente riportato al suo splendore e fatto rivivere come centro propulsore di cultura a livello internazionale. Che la propria storia carrarese si affermi come un vero marchio identitario e turistico. Che si crei una continuità culturale tra il patrimonio artistico del passato e la produzione artistica contemporanea.
La dimensione culturale della città deve certo partire dalle sue radici, ma deve anche divenire globale. Ristabilendo un collegamento con le importanti presenze artistiche della città nel corso del tempo. Dal Futurismo, di cui Padova non fu il centro, come Milano, ma al quale partecipò attivamente nella diffusione del movimento in Veneto. Su temi quali la velocità, dinamismo, luce, movimento .
Il ricordo dell’antica Padova che non deve scomparire

Il movimento Arte Programmata e Gruppo N rappresentano il maggior contributo padovano del Novecento, con artisti come Alberto Biasi, Edoardo Landi, Ennio Chiggio, Toni Costa e Manfredo Massironi che, con la loro ricerca su opere in movimento, percezione visiva, partecipazione dello spettatore e approccio quasi scientifico, fecero di Padova uno dei centri internazionali più importanti degli anni Sessanta. Più recentemente e in continuità con l’azione artistica del Gruppo N, l’Arte Cinetica e l’Optical Art propongono la contaminazione tra arti visive e scienza, installazioni multimediali e videoarte. Tutte esperienze attuali che non solo vanno divulgate, ma devono trovare un terreno fertile di presenza e ricerca nella città, sfruttando ogni sinergia con l’università, investendo sulle residenze artistiche, sulle sale espositive dedicate all’arte moderna e contemporanea e sugli spazi per la creatività artistica.
Ciò vale anche per le altre arti, come il teatro e la musica
Padova ha una presenza notevole di compagnie teatrali e gruppi musicali. Questa è una ricchezza culturale che va valorizzata, offrendo spazi pubblici per la sperimentazione e dotandosi di adeguate strutture per le rappresentazioni artistiche. In tal senso la pratica migliore sarebbe il recupero e l’adattamento delle vecchie sale cinematografiche dismesse, presenti nelle aree centrali e nei quartieri.










































































