Affrontiamo oggi un tema molto delicato, sull’abbrivio di fatti di cronaca avvenuti in questi mesi nella nostra terra. La salute mentale è tema molto caldo, soprattutto in Emilia, per casi eclatanti. Chi non ne conosce la gravità li considera solo “matti”. Ne prendiamo soltanto alcuni, gli ultimi, come esempio. Reggio, mesi fa, un uomo completamente nudo, caraibico o africano, si aggira a lungo di giorno, all’uscita dal centro, in zona ospedale. Sale su tetti di automobili. Dopo parecchi minuti, viene fermato. Era allegro, durante, o almeno sereno. Era già in cura o era stato, dal centro di salute mentale, in viale Amendola. Modena, un arabo semina il panico in auto, tentata strage. E’ anche un attivista islamico, si dibatte tuttora se avesse pianificato tutto ai fini terroristici o se, semplicemente, sia uscito di senno. Era noto, al servizio pubblico.
Quando la cronaca si riempie di “matti”

Reggio, l’abbiamo raccontato. Andrea Pellati uccide un pizzaiolo amico, perchè pretendeva altre pizze gratis. Era stato seguito abbastanza a lungo dai medici dell’usl, stesso servizio, negli ultimi mesi era in cura da un privato e dieci giorni prima dell’omicidio aveva rischiato un tso, trattamente sanitario obbligatorio, ricovero coatto. Domenica sera, periferia, sempre della città del primo tricolore. Uno armato di cacciavite al distributore ferisce senza motivo una 66enne. Accorre una coppia ad assisterla, quelloi torna indietro e cerca di investirli in auto. Idem, altre due persone. Tentati omicidio e strage? Decide il giudice Panchieri, di Parma.
I “matti” sono sempre di più?
Sempre più persone già in cura danno di matto, è brutto da dire ma è così, anzi di solito si usa questa allocuzione per molto meno, nei confronti di persone che semplicemente urlano e capita anche a noi, quando sdottoriamo – termine di Gian Luca Pasini, a lungo firma della Gazzetta dello sport – su vari argomenti. Le maglie sono troppo larghe. Prendiamo il ricovero coatto, ovvero obbligato. Sono passati (ma ancora attuali) i tempi in cui Fabrizio De Andrè cantava la vita del “Matto” eppura ancora oggi molta gente continua a non capire che dietro i “matti” ci sono problemi troppo spesso sottovalutati.
La mia esperienza

Capitò anche a mio papà Vasco, per due volte. La prima fu per me drammatica. Lo accompagnarono fuori da casa, a Pieve Modolena, al confine con Cella e Roncocesi, il paese della famiglia di Zucchero, Fornaciari, all’anagrafe Adelmo, 70 anni. Due vigli urbani, era il 1994. Era al primo piano.Giù, in cortile, gridò: “Papà, màma, em porten via”. Papà, mamma, mi portano via. Ovvero, fate qualcosa, sembrava chiedere.
Rifiutava, all’improvviso, di curarsi, diventava intrattabile, misteriosamente. Tempo venti giorni e ritornò a casa. Quell’esperienza, in comunità, l’aveva segnato. Si chiedeva se era proprio indispensabile. Papà morì soffocato, mentre mangiava, da un boccone di cibo, il 23 giugno del 2002. Gran persona, grandi valori, belle idee. Fragile. Anche più di chi scrive. Anche molto di più. “Quando vado in chiesa e il sacerdote chiede di darsi la mano in segno di pace mi viene il tremore”. Fragile. Come Marco Pantani. Ciascuno di noi ha le proprie fragilità. Ma torniamo al focus del nostro pezzo.
Nessuna responsabilità, per esempio, da parte dei sanitari?

La legge è chiara, temo. Domani se io protesto all’infinito con chi mi impedisce di lavorare, magari le forze dell’ordine, che a Reggio, ovviamente, conosco per il mestiere che faccio da molti anni, sarebbero costrette a farmi portare in ospedale. Ma tempo due giorni, volendo, firmo e sono già fuori. Ma se il grado della mia nevrosi fosse davvero pericoloso e se eventualmente mia moglie non lo cogliesse appieno, fra medico di base e centro di salute mentale dovrebbero persuadermi a seguire una cura, anche contro la mia volontà. Ah, dimenticavo, e mi scuso, non correggo di proposito.
Spesso i “matti” non sono seguiti come dovrebbero

L’investitore di domenica sera, famiglia egiziana, esterrefatta per l’accaduto, si è levato la vita. Nessuna responsabilità da parte dei medici?
Aveva parlato del suo disagio al medico di base, che l’aveva segnalato al centro di salute mentale. Un colloquio e stop. Al secondo non si presentò, perchè intanto aveva ritrovato lavoro.
La mostra sui “matti”
Di recente sono stato alla interessantissima mostra sui manicomi d’Italia e ho conosciuto il primario, Gian Maria Galeazzi. Episodi così ravvicinati nel tempo e gravi non possono non farci interrogare. Lungi da noi attribuire responsabilità, ma è stato fatto tutto il possibile?
La mia sensazione è che si cerchi di fare il massimo, nell’interesse delle persone, dei pazienti, per migliorare la vita degli stessi. Che, magari, preferiscono restare sulle proprie posizioni, anche discutibili. Ma strepitare non significa sempre mettere a repentaglio vite umane.
Quei poveri “matti”, troppo spesso sottovalutati perchè la malattia mentale può acuirsi improvvisamente

La malattia mentale può acuirsi all’improvviso, non va sottovalutata, neanche ingigantita, però non può finire così tante volte in pochi mesi in maniera sconsiderata. L’uomo che girava nudo aveva, a consultare le pagine della cronaca, un compare, a Rubiera, verso Modena.
Aggirarsi nudi è grave, ma in fin dei conti urta la sensibilità, denota ovviamente instabilità, può spaventare com’è successo a Reggio, vedendosi quell’uomo sopra l’auto, tuttavia si risolve senza danni. Due tentate stragi e un omicidio sono di un peso decisamente differente e hanno una gravità che allarma; fanno anche pensare che qualcosa non vada, nei protocolli.
E qui ci permettiamo di chiedere: se la malattia mentale è subdola, è difficile da diagnosticare, nelle varie sfaccettature?

Il paziente può rifiutare di curarsi, oppure la reazione ai farmaci può essere paradossa, come si legge in vari bugiardini, cioè le istruzioni per l’uso. Ma siamo certi che la cifra globale dell’apparato sanitario specializzato sia sufficiente per valutare i casi potenzialmente più gravi?
Nastasia Cardinale, del csm di Reggio Emilia, ci spiegava che ogni paziente viene considerato come collettivo, la terapia è concordata con il collega di turno più esperto. Se un paziente è riottoso a un incremento della terapia, si fa parlare con la responsabile, la dottoressa Giubbarelli.
“Ma – dicevano in coro -, sappia che in qualsiasi momento può interrompere la terapia”.
Poveri “matti”. La colpa non è loro. Ma di chi sottovaluta la gravità della cosa
Questo vale, in generale, salvo casi davvero eclatanti. I manicomi sono chiusi, fortunatamente non si usa più l’elettroshock. La conclusione, minima, è di non sottovalutare, di non sottovalutarsi mai. Di sensibilizzare i familiari, di controllarsi il più possibile, evitando i bassi, come gli alti, di umore.













































































