Il sentimento prevalente che emerge durante la lettura del nuovo romanzo di Simona Vinci, Madonna di rabbia (Torino, Einaudi, 2026), è la gratitudine per aver avuto il coraggio di dire ciò che molte donne, madri e non, non riescono a confessare nemmeno a sé stesse. Come Eva, la protagonista del racconto. Se invece si dovesse usare una sola parola per definire questo libro, senza dubbio si dovrebbe scegliere l’aggettivo “necessario”.
Vinci ed Eva

La protagonista, Eva Bonato, ha cinquant’anni, è separata dal marito, vive con la figlia di nove anni, Agata, una bambina difficile, in un bilocale alla periferia di Milano, fa la scrittrice freelance di viaggi e giardini, anche se non può più viaggiare, ed è sempre in bolletta. La sua esistenza è scandita dagli impegni di lavoro, dall’accudimento della bambina e dalle infinite incombenze della quotidianità che la lasciano ogni giorno sempre più stremata.
Eva e il suo quaderno
Come Valeria, il personaggio principale di Quaderno proibito di Alba De Céspedes, Eva affida i suoi pensieri, anche quelli più inaccettabili, alle pagine di un quaderno, appunto, che nasconde dentro una scatola di calzini. Scrive sulla prima pagina un titolo: Una madre deve pensare prima ai figli (il medesimo titolo che l’autrice dà ai capitoli in corsivo che si alternano alla narrazione vera e propria). Eva scrive nel disperato tentativo di salvarsi, perché «[…] la scrittura è il regno libero dell’odio, è lì che ci si va a curare, a liberare, è lì che ci si inventa in forma nuova sé stessi e il mondo. È lì, al fuoco dell’odio, contenuto e trasformato in scrittura, che, forse, si rinasce.» (p. 5).
Quando la bambina dorme, e a volte anche di giorno, se può, «Eva si nasconde lì, tra quelle pagine, insieme a coloro che considera le sue sorelle, quelle vive e quelle morte, le sorelle che non ha mai avuto, quelle che non ha mai incontrato, quelle che non la giudicano: quelle che lei chiama le madri non adatte.» (p. 94).
Eva e il paragone con le altre

Tra loro Sylvia Plath, Muriel Spark, Doris Lessing, Medea, Anne Sexton, Nina Simone, Patti Smith, Joni Mitchell, Marina Abramovich, Sibilla Aleramo, Marina Cvetaeva, Jeanne Hebuterne, Charlotte Brontë e altre. Donne che hanno vissuto sulla propria pelle il doloroso conflitto generato dalla maternità, che si determina troppo spesso tra il desiderio insopprimibile di seguire il proprio talento, la propria vocazione artistica, o semplicemente di riprendere la vita precedente, e l’essere, o non essere, madre.
Figure emblematiche che non possono giudicare la protagonista: sapere che altre hanno fallito fa sentire Eva “meno mostruosa“. Sono per la maggior parte scrittrici, ed è questa, secondo Simona Vinci, la funzione più autentica della letteratura: «una comunità di vivi e morti che si tengono per mano, un gancio che ti salva dall’abisso». In questo quaderno Eva – che l’autrice ha voluto chiamare come la prima donna nella tradizione giudaico-cristiana – riflette sulle vite di queste madri non adatte, madri che hanno avuto rapporti tormentati e anche violenti con i propri figli, o li hanno abbandonati in modi diversi, suicidandosi o lasciandoli in orfanotrofio o non mettendoli al mondo abortendo.
La solitudine di Eva
Il peso della sua condizione di madre sola è ben evidente fin dalla copertina, una rielaborazione del dipinto di Aurelio Bulzatti, Gravida (2026), che rappresenta una donna incinta mentre sostiene il suo ventre camminando a occhi bassi in una strada deserta e notturna. Il titolo, poi, è un omaggio al bellissimo brano di Salmo, On fire, che è stato nella playilist dell’autrice per settimane: «Ave Maria, prega per me che sono piena di rabbia e non so dirla» (p. 111). La solitudine di Eva, che meglio sarebbe definire isolamento, viene compensata dalla frequentazione dell’App Dating di Facebook, dove incontra un uomo dal nickname di Diavolo ma anche dall’incontro con Clara, una vicina di casa che ha familiarizzato con Agata. La bambina trascorre molto tempo con questa donna anziana e stravagante che sa come prenderla e come interessarla.
Eva, la rabbia e l’amore di madre

La rabbia non è l’unico sentimento che avvelena la vita di Eva, a questo si assommano il senso di colpa per aver determinato la fine del suo matrimonio, l’invidia per i momenti che la bambina trascorre con i nonni, il papà e Clara, il senso di inadeguatezza nel gestirla, soprattutto durante i frequenti attacchi di collera di Agata e le sue accuse senza pietà. «A volte i bambini sanno essere crudeli, e con le madri lo sono più che con chiunque altro» (p. 138). Perché i figli ti mettono alla prova in molti modi «ti vogliono perfetta o perfetto ma si nutrono delle tue imperfezioni.
Ti vogliono bastione delle loro insicurezze, ma si scagliano contro la tua forza per vedere se reggi, non vogliono vederti piangere, ma fanno di tutto per vederti fragile così possono sentirsi più forti loro, vogliono essere amati, però non accettano che l’amore non sia soltanto zucchero ma pure medicina amara, in pubblico si vantano dei tuoi successi, in privato ti demoliscono perché tutto il tempo che dedichi ad altro che non siano loro è tempo che gli sottrai.» (p. 272). Eva ama disperatamente sua figlia e ha con lei un rapporto quasi simbiotico, eppure riconosce in sé un’ambivalenza che contrasta con la sua volontà di proteggerla. «Nella testa di ogni madre c’è questo pensiero nero, questa serie di pensieri neri, che qualcuno possa fare del male ai tuoi figli, che tu stessa possa farglielo. È terribile.» (p. 199).
Un aiuto non voluto che la sostiene nelle sue fragilità
Pensieri e sentimenti che se non vengono esplicitati si incistano e producono vere tragedie soprattutto dovute alla solitudine in cui vivono molte madri, perché la comunità «non esiste più, ognuno chiuso dentro la propria casa, la gente evita di intromettersi. È così che le famiglie esplodono.» (p. 78). Per fortuna Clara invece deciderà di intromettersi, anche se non le sarà facile riuscire a stabilire un contatto positivo con un’Eva al limite del crollo nervoso, sospettosa e gelosa del legame che l’anziana vicina ha stabilito con Agata. Il romanzo diventa così anche una riflessione sull’organizzazione sociale ed economica della cura. Senza una famiglia vicino, senza un compagno con cui condividere le incombenze quotidiane, le difficoltà, le ansie e le gioie, queste madri si ritrovano sole davanti a servizi e scuole che non perdonano le loro fragilità.
Un libro coraggioso

Questo libro crudo e coraggioso rende giustizia a tutte le donne che si sono sentite inadeguate e sbagliate, che hanno pensato di essere pessime madri a causa delle loro difficoltà e che hanno vissuto con paura, fatica e sofferenza la loro maternità pur amando i propri figli. Simona Vinci ha saputo gestire un tema incandescente, che supera ogni pregiudizio e decostruisce quella mistica legata alla maternità che vuole le madri soltanto felici, soddisfatte e aderenti a stereotipi secolari di cura incondizionata, di rinuncia a ogni ambizione o progetto personale e che ha stigmatizzato tutte quelle donne che se ne sono in qualche modo allontanate o che li hanno rifiutati. Perché, come dice Simona Vinci nell’ultima frase del libro: «La vita quasi sempre non è come la pensi e la desideri, ma è come accade.» (p. 281).
L’autrice

Simona Vinci (Milano, 1970) vive a Budrio. Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Dei bambini non si sa niente (1997), In tutti i sensi come l’amore (1999), Come prima delle madri (2003), Brother and Sister (2004), Stanza 411 (2006), Strada Provinciale Tre (2007), La prima verità (2016, Premio Super Campiello), Parla, mia paura (2017) e L’altra casa (2021).
Simona Vinci, Madonna di rabbia, Torino, Einaudi, 2026.













































































