«È la prima volta che entro nella tomba Brion. La sensazione è quella di entrare in un altro tempo, sospeso tra sogno e realtà. L’architettura è silenziosa, meditativa, e ogni angolo sembra raccontare una storia d’amore e di perdita. Ti senti piccolo davanti alla monumentalità di questo luogo. Eppure c’è una strana intimità. L’acqua che scorre, i giochi di luce e ombra. Tutto ti spinge a rallentare, a contemplare il tempo che passa. È un luogo che parla al cuore, un dialogo silenzioso tra la vita e l’eternità.»
A passeggio nel Memoriale Brion

La voce fuori campo di Giulio, studente di architettura, uno dei personaggi del pluripremiato film Le città di pianura, diretto da Francesco Sossai (2025) e interpretato da Filippo Scotti, ci parla mentre lo vediamo attraversare quel luogo, passeggiarci dentro, sedersi e sostare all’ombra del padiglione dedicato alla meditazione, ed esprime le sensazioni e le riflessioni del visitatore che entra in contatto con una delle più straordinarie creazioni di Carlo Scarpa.
Com’è il Memoriale Brion

Un capolavoro dell’architettura del Novecento, un progetto realizzato ai margini del piccolo cimitero di San Vito d’Altivole, in provincia di Treviso, con le colline di Asolo che fanno da quinta teatrale, un complesso funerario monumentale immerso nella campagna.
Da sempre visitato da chi studia architettura, ora vive una nuova stagione, rinvigorita dalla curiosità di chi lo ha visto al cinema, non solo in quel gioiello che racconta un Veneto contemporaneo e stanco, disilluso, ma anche di chi lo ricorda come ambientazione fantasy in Dune 2, diretto da Denis Villeneuve (2024).

Il Memoriale ha una pianta a “T”, è articolato su più livelli e si compone di elementi differenti tra loro legati: i “propilei”, il “tempietto”, il “padiglione della meditazione”, l'”edicola dei familiari”. Grande attenzione viene data allo spazio acqueo, che rappresenta circa un quarto dell’intera superficie. Il grande spazio aperto è in erba con piccole piantumazioni.
Andarci è un’esperienza non soltanto estetica, ma anche emotiva, sentimentale

Vi si respira la quiete del riposo eterno, che comprende i sarcofagi dei coniugi Giuseppe Brion e Onorina Tomasin Brion, ricavati da un unico blocco di marmo con intarsio dei loro nomi in ebano e avorio disegnati personalmente da Scarpa, posti all’ombra un arcosolio, vale adire un arco-ponte ribassato in calcestruzzo rivestito all’interno da un manto di tessere di vetro lucenti con retrostante foglia d’oro. Due sarcofagi che si inclinano l’uno verso l’altro, a rappresentare la vicinanza dei due sposi anche dopo il trapasso, il loro amore eterno.
Tutto in questo luogo parla d’amore

Ad esempio i due cerchi intrecciati posti all’ingresso scenografico dei propilei, motivo ripetuto a metà sulla parete del padiglione per la meditazione che apre e inquadra una prospettiva sui prati punteggiati di verde e solcati da canali con vasche coperte di ninfee, come se fosse l’obiettivo di una macchina da presa.
Al Memoriale Brion l’ultima opera di Scarpa

Si tratta dell’ultima, definitiva opera di Carlo Scarpa, alla quale lavorò per otto anni, dal 1970 al 1978, nella quale ha incarnato molti degli elementi che lo hanno caratterizzato: l’acqua, fonte di vita, che scorre, definisce e delimita, come nel restauro del piano terra e del giardino del palazzo della Fondazione Querini Stampalìa a Venezia; il calcestruzzo ingentilito dal verde dell’erba, dall’oro e dalle tessere colorate, di ispirazione bizantina, dei dettagli.
E quel motivo delle scale, che si trovano ovunque, sulle pareti e nelle vasche del giardino, che scendono e salgono come nelle stampe di M. C. Escher, una presenza costante che ora sembra quasi un fatale, inconscio presagio di quella caduta da una scala, in Giappone, il 28 novembre 1978, un paese da cui egli ha sempre tratto grande ispirazione per la sua opera, caratterizzata da una cura maniacale per i dettagli. A Sendai, dove si trovava in viaggio di lavoro, l’architetto morì dopo essere scivolato da una scala, appunto, nell’intento di osservare da vicino un dettaglio architettonico, battendo violentemente la testa.
Ora anche Scarpa riposa lì

Anche le sue spoglie, assieme a quelle della moglie Nini Lazzari sono sepolte qui, in uno spazio un po’ defilato, quasi nascosto, tra il memoriale privato e il cimitero pubblico.
Nel giugno del 2002 il Memoriale Brion è diventato un bene del FAI, aperto a tutti, grazie alla donazione fatta da Ennio e Donatella Brion, avvenuta poco dopo il restauro curato dall’architetto Guido Pietropoli, con la collaborazione del professor Paolo Faccio.
Info:

Tel. 3498781601







































