Non è la stessa cosa. Senza l’Italia, il Mondiale non sarà la stessa cosa. Per la terza volta di fila la Nazionale azzurra mancherà all’appello, non ci sarà neppure quando a giocarsi il titolo saranno 48 nazioni, mai così tante nella storia dei Campionati mondiali iniziata nel 1930 in Uruguay.
Troppi errori per l’Italia
Ci sentiremo orfani del gioco più bello del mondo, colpa di una strada percorsa male, di troppi errori seminati con incoscienza e sapendo di sbagliare. L’Italia paga il problema del suo calcio dove il risultato ha ucciso spesso lo spettacolo, i fondi stranieri hanno scalzato i vecchi presidenti, gente con pochi valori va a caccia di ragazzini nei vari paesi come se andasse a un safari sulla playstation. Il vivaio non interessa quasi più nessuno, prima di far giocare un giovane l’allenatore si farebbe tagliare una mano. Conta il risultato non chi sa giocare; mandare la palla in avanti sembra un racconto fantascientifico, si costringono i portieri a fare i terzini e poi si grida allo scandalo se il portiere prende un gol da fuori. La Federazione e la Lega arrancano, scaricano e ricaricano presidenti, bruciano allenatori, cercano alibi e non soluzioni.
L’orgoglio della maglia e la lotta al razzismo

Nella realtà il calcio italiano paga problemi non affrontati o sottovalutati, non ha mai risolto l’aspetto delle plusvalenze, nemmeno quello della violenza negli stadi, delle tifoserie capaci di trasformare un derby in incidenti che sfiorano il morto. Nemmeno quello del razzismo negli stadi. Certo l’esempio non viene dall’alto: giovanissimi italiani di colore vengono umiliati e offesi appena toccano palla senza che lo Stato faccia qualcosa per obbligare al rispetto delle leggi. Storia vecchia, purtroppo, negli spalti italiani. Lasciarla marcire non ha certo aiutato a far crescere né il calcio, né gli italiani. Mario Balotelli, più citato dal sindaco di New York che dai giornali sportivi italiani, non aveva torto a ribellarsi e a chiedere che l’Italia lo difendesse. Balotelli ha commesso tanti errori, poteva essere grande ed è rimasto incompiuto, ma resta l’ultimo vero centravanti della Nazionale e vestiva con orgoglio la maglia azzurra.
Dove sono i vecchi presidenti?

Forse questa Nazionale è lo specchio dell’Italia di oggi, incompiuta e incapace di assumersi le responsabilità sino in fondo, frenata dalla paura di sbagliare e condannata dalla stessa paura. Ci vuole coraggio a fare quello che deve essere fatto, a dire quello che deve essere detto, a mostrare i propri limiti per trasformarli in pregi. L’Italia del calcio assomiglia all’Italia vera più di quanto crediamo. È vero, non è più il tempo dei presidenti disposti perfino al fallimento o al suicidio pur di mantenere la propria squadra. Il calcio è diventato business e non c’è spazio per il cuore e per la passione. Gli Agnelli della Juventus di oggi non hanno niente a che vedere con gli Agnelli della Juve di ieri. Non c’è più traccia dei Berlusconi, dei Moratti, dei Rizzoli, dei Viola e Sensi, dei Lenzini, dei Cecchi Gori, Mantovani e tanti altri. L’ultimo esemplare della serie è De Laurentis che ha la dignità del ruolo e i soldi per le ambizioni. C’è l’ondata di fondi stranieri e di qualche “oriundo” con la nostalgia della terra dei nonni e dell’album con le figurine dei calciatori. Quando inizia il campionato si conoscono già le sei squadre che lotteranno per scudetto e coppe e le sei squadre che cercheranno di non retrocedere. Tra quelle di mezzo ci sarà quasi sempre una sorpresa. Riproducete questa cartina sull’Italia e avrete la fotografia del nostro Paese e, a guardarci bene, anche delle elezioni e senza nemmeno spendere in sondaggi.
Ma torniamo all’Italia che non sarà ai Mondiali
Il calcio ci mancherà, basta vedere i 4 milioni di telespettatori che hanno assistito l’atra sera all’amichevole di un’Italia di giovanissimi con il modestissimo Lussemburgo. È bastato un gol di Pio Esposito per ridare speranze a un gruppo di juniores che farà strada. Occorre tempo, per ora bastano i calci nel sedere del ct provvisorio Baldini che ha anche eliminato i social. Credo che la prossima volta saremo ai Mondiali del 2030 che – giusto per non frenare la rincorsa ai denari – si terranno tra Marocco, Portogallo e Spagna, tra Africa e Europa del Mediterraneo. Saranno comunque all’avanguardia rispetto a certa Italia e a certa Europa della politica, più di integrazione che di reimmigrazione.
Quando eravamo campioni del Mondo






Ma torniamo all’Italia che non c’è e sarà una gravissima assenza. Siamo 4 volte campioni del mondo. Ho gli anni per aver visto l’Italia campione del 1982 e del 2006, due volte vicecampione nel 1970 e nel 1994, una volta terza pur essendo la Nazionale più bella di quell’edizione, ancora esclusa ai rigori nell’edizione romana del 1990. Tutte le volte che l’Italia, non quella del calcio o solo quella del calcio, sembrava travolta, trovava la forza di reagire e di vincere. Ci riuscì nell’82 uscendo da un groviglio di terrorismo, di stragi, di tensioni; ci riuscì nel 2006 uscendo da una matassa di scandali e sospetti. L’intera nazione si intestò il successo riversandosi nelle strade; non gridò al miracolo, ma alla volontà.
Adesso ci dicono che per 39 giorni in tre grandi stati americani si terranno 104 partite di calcio per assegnare la Coppa del mondo

Noi non ci saremo, e forse non ci saremo nemmeno per tanti giorni davanti alla tv. Se ne parla poco, ci si prepara a vedere a malapena le finali. E per chi proprio non può farne a meno, c’è sempre il replay del Lussemburgo.
Vignette e disegni di Paolo Ongaro






































