Lavorare in nero, senza un contratto senza formazione e senza cognizione sembra una regola imprescindibile, una costante ripetitiva contro la quale non si può andare. La nazionalità e l’età dei lavoratori non contano come non contano le loro vite e le loro speranze di vita, i loro desideri e le loro volontà. Il rischio di scivolare nella retorica accusatoria, come nella facile considerazione fatalistica è forte ed immediato ma si accompagna ad una forte ineludibile sensazione di rabbia e di fastidiosa ineluttabilità, di incapacità sostanziale di uscire dalla trappola della fatalità, dalla banalità di un ripetersi del caso, della fatalità che sarebbe bastato poco per evitare, lasciando la vita a due giovani lavoratori che, sopra la probabile impreparazione professionale hanno visto chiudersi le porte della loro breve esistenza per lavorare in un pozzo nero.
Le indaginisulle morti in nero nella fossa asettica

Ora si darà il via alle ricostruzioni, agli accertamenti doverosi e attenti della magistratura e degli organi investigativi che, anche sentendo colleghi e conoscenti, cercheranno di ricostruire il quadro preciso delle responsabilità e dei fatti, ripercorrendo fatti e rivivendo emozioni e istanti.
La fredda e stupida ripetitività di questo ennesimo incidente sul lavoro arriva dopo una tale sequela di decessi e di infortuni, nella maggior parte evitabili con maggiori accortezze e responsabilità nella prevenzione, che tutto assume una valenza di inutilità, una tediosa ed inutile cerimonialità ripetitiva, che addolora e stanca.
Gli occhi pieni degli articoli di cronaca di morti bianche, quasi si rifiutano di leggere ancora, di approfondire nuovamente dettagli e dolori per capire: erano preparati per quel lavoro ? avevano ricevuto una preparazione adeguata sulla loro sicurezza ? avevano i mezzi di protezione adeguati ? sapevano cosa stavano facendo ? erano freschi o estenuati da ore di lavoro ?
Tante domenade sul morire in un pozzo nero senza contratto

Le domande sono molte e, pur nella loro correttezza animata dallo sforzo genuino di conoscere e risolvere la questione, si confondono e perdono nella grandezza dell’errore, nella gravità dell’ultima tragedia che non importa chi ha investito, riguarda tutti e coinvolge tutte le nostre coscienze, perché è indice di un problema più grande che riguarda il lavoro e la società in cui viviamo.
Dipendenti di una cooperativa che si occupa di traslochi e pulizie, come ce ne sono tante, costituita probabilmente per coprire i buchi di attività diverse, più redditizie e strutturate, che non hanno tempo o convenienza ad occuparsi dei dettagli, delle attività di contorno, delle pulizie come del facchinaggio; attività che invece danno spazio a questa marginalità del lavoro che, lo sappiamo tutti, è oramai diviso in strati orizzontali sovrapposti, in fasce vicine ma separate.
Una millefoglie sociale che inscrive le persone in livelli diversi nei quali attività di lavoro e collocazione sociale coincidono, in una radicata impermeabilità reciproca che congela le situazioni e impone modalità di vita.
Pozzo nero e sfruttamento

Il sistema del lavoro che negli ultimi decenni si è strutturato nel nostro Paese ha creato grandi sacche di lavoro povero, nelle retribuzioni e nelle competenze, fatto di piccole opportunità temporanee che derivano dai residui delle attività principali, più ricche, più strutturate, più sicure, impermeabili a chi vi è estraneo.
La dicotomia è infatti tra inclusi ed esclusi, tra tutelati e non, tra riconosciuti e non, in una continua riscorsa per impossessarsi del margine: delle opportunità, dei guadagni, delle garanzie.
È in atto una concorrenza spietata e continua che relega intere fasce di popolazione e di lavoratori in un mondo di lavori precari, incerti ed indefiniti, con continui cambi di attività, luoghi, ambienti e colleghi di lavoro, che ha riportato al centro la fatica e la resistenza fisica.
È la realtà dei servizi, termine che racchiude attività diverse, qualificate e non, precarie e non, ma tutte caratterizzate da retribuzioni incerte ed esigue e contratti a dissolvenza programmata; accomuna immigrati regolari e non a italiani, in un dumping che da economico si è trasformato in marginalizzazione sociale.
Il fatto

I due lavoratori egiziani, due giovani uomini che hanno affrontato il lavoro che gli era stato offerto con più disponibilità che consapevolezza, erano richiedenti protezione internazionale, ossia inseriti nelle maglie di un sistema – quello dell’immigrazione – che si muove tra anomalie e finzioni giuridiche e maschera i lavoratori che non pone in condizioni di legalità sotto questa formula.
Erano inseriti in un sistema di assistenza gestito da operatori – spesso molto qualificati però molto motivati e volonterosi – che sono parte del mondo dei servizi, con contratti dalle scarse retribuzioni e certezze ma gravati da compiti difficili, quali quelli di relazionarsi con persone immigrate, con difficoltà linguistiche e personali, con passati pesanti e speranze da incanalare.
A ben vedere l’immagine dell’Italia che gli immigrati ricevono, il biglietto da visita del Paese, viene determinato dalle esperienze e dalle condivisioni tra loro e chi li approccia per primo, parlando con loro e convivendone una parte della quotidianità.
La sicurezza del lavoro su impegni tipo la salvaguardia dei pozzi neri

La sicurezza sul lavoro, con le innumerevoli importanti regole, è un presupposto fondamentale e imprescindibile di un sistema serio, corretto, cosciente di sé e dell’ambiente in cui opera.
Ma sta dimostrando la sua fallibilità – quasi irrilevanza – perché poggia su relazioni lavorative completamente avulse da qualsiasi modello relazionale organico, da una normale dinamica di lavoro che preveda ruoli, funzioni, mansioni e professionalità precise e chiare, responsabilità reciproche.
Se non si recupera la dimensione dell’importanza del lavoro, magistralmente delineata dalla Costituzione che lo collega alla sua contribuzione al progresso della società, attraverso una decisa affermazione della dignità del lavoro e della persona che lo svolge, protocolli, corsi, norme e corposi volumi saranno un esercizio vano e fine a sè stesso.
L’8 agosto del 1956, nelle miniere del Belgio, a Marcinelle, in fondo a un pozzo a 800 metri sotto terra tra le fiamme morirono 262 minatori, 136 erano italiani. Tra i morti anche veneti e friulani. Venti venivano da un solo paese, Manopello in Abruzzo, padre e figli zii e nipoti. Non c’era regione italiana che non avesse un caduto a Marcinelle. I cavaderi furono irriconoscibili per il calore, per i gas; qualcuno si appuntò il nome con una spilla balia alla tuta, alcuni furono trovati abbracciati, un padre stringeva le mani del figlio.
Ricordiamoci Marcinelle

L’8 agosto del 1956, nelle miniere del Belgio, a Marcinelle, in fondo a un pozzo a 800 metri sotto terra tra le fiamme morirono 262 minatori, 136 erano italiani. Tra i morti anche veneti e friulani. Venti venivano da un solo paese, Manopello in Abruzzo, padre e figli, zii e nipoti. Non c’era regione italiana che non avesse un caduto a Marcinelle. I cavaderi furono irriconoscibili per il calore, per i gas; qualcuno si appuntò il nome con una spilla balia alla tuta, alcuni furono trovati abbracciati, un padre stringeva le mani del figlio.
Era l’Italia che emigrava in cerca di lavoro. C’era il “Patto del Carbone” tra Italia e Belgio, i belgi avevano eccesso di materia prima e bisogno di manodopera. Gli italiani eccesso di manodopera e carenza di carbone. Venivano spediti in Italia 400 chili di carbone al mese per minatore. C’erano in quel “patto” le molte miserie fuggite da un Paese povero e affamato.
A Marcinelle gli italiani vivevano in baracche circondate di filo spinato. I belgi non amavano quegli italiani poveri e rumorosi, negavano le case in affitto a stranieri, bambini e animali. Di italiani in dieci anni ne morirono in fondo ai pozzi un migliaio e decine di migliaia sono morti negli anni successivi per silicosi.
Prima del pozzo nero la tragedia di Marcinelle
Per Marcinelle non pagò nessuno, tutti assolti i responsabili e i tecnici della miniera. L’opinione pubblica si ribellò, il giovane re Baldovino chiese scusa con coraggio e dignità non scontati.
Era l’Italia, fatta di madri e padri di un’Italia che, dopo, più di una volta ha dimenticato un passato di tribolazione, di eroismo, a volte anche di vicende non proprio da ricordare. Per decenni in Europa emigrati italiani sono morti nelle miniere, seppelliti sotto crolli di sabbia, di muri di mattoni, schiacciati da macchine, asfissiati dentro cisterne e pozzi neri. Basta rileggere le raccolte dei giornali di qualsiasi regione. È stato soltanto dopo gli anni Settanta l’emigrazione ha incominciato a frenare e l’Italia a trasformarsi da paese di emigrati a un paese anche di immigrati.







































































