Nel dicembre 2016 al Centro Culturale Candiani, Mestre, venne inaugurata la mostra “Attorno a Klimt. Giuditta. Erotismo e seduzione”, curata da Gabriella Belli, allora direttrice della Fondazione Musei Civici di Venezia, con l’allestimento di Pier Luigi Pizzi. Si trattò della prima grande mostra d’arte contemporanea del ciclo “Corto Circuito. Dialogo tra i secoli”, che poi si è sviluppato nel corso del tempo con altre importanti mostre e che portò in Terraferma il capolavoro conservato a Ca’ Pesaro: Giuditta II (Salomè), appunto, di Gustav Klimt. Dieci anni dopo, questo stesso dipinto apre la nuova esposizione del MUVEC, nuovo museo dell’arte contemporanea in Piazzale Candiani a Mestre, intitolata “Klimt, Schiele, Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea”, curata da Elisabetta Barisoni e ideata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, che sarà aperta dal 26 settembre fino al14 febbraio dell’anno prossimo.
La direttrice e la Giuditta II di Klimt

«Guardando la Giuditta II di Klimt, il capolavoro delle collezioni civiche veneziane la cui acquisizione fu fortemente voluta dal primo direttore di Ca’ Pesaro, Nino Barbantini» – ricorda Elisabetta Barisoni, Dirigente Area Musei, Responsabile di Ca Pesaro e Museo Fortuny, Responsabile MUVE a Mestre – «non vediamo solo l’oro della monumentale cornice e le infinite decorazioni che punteggiano il dipinto; vediamo anche e soprattutto un corpo di donna.
Da questa riflessione siamo partiti per affrontare uno dei temi più importanti del XX secolo, e della nostra contemporaneità, cioè la fisicità, il corpo, amato ma anche scavato, inciso, analizzato ed esposto nella sua difformità dai tre protagonisti della Secessione e da lì in poi mai più dimenticato. Dagli anni Venti e Trenta, quando le dittature cercavano di normalizzarlo, comprimerlo, reprimerlo, il corpo passa al secondo dopoguerra, negli anni Sessanta e Settanta, e ritorna al centro della visione; non più un corpo ritratto e studiato ma un corpo vissuto e usato come mezzo per un messaggio poetico e politico in Yves Klein, Piero Manzoni, Ana Mendieta e Gina Pane.».
Non solo Klimt

Il corpo, dunque, focus sul quale si è concentrata l’attenzione degli artisti a partire dalla Secessione viennese, non solo con Klimt, ma anche con Egon Schiele e Oskar Kokoschka, per passare attraverso le esperienze del “ritorno all’ordine” degli anni Venti e Trenta del secolo scorso, fino alle rivoluzioni degli anni Sessanta e alla Body Art. Corpo che passa dall’essere soggetto di rappresentazione per a diventare materia, strumento e linguaggio dell’opera.
Tante opere al MUVEC di Mestre

A partire dalla Giuditta II, conservata a Ca’ Pesaro, il percorso espositivo comprende 47 opere: dipinti, disegni, grafiche, sculture e fotografie concessi in prestito da importanti musei e fondazioni, tra cui Il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, Madrid; lo Szépmüvészeti Múzeum, Budapest; il Leopold Museum, Vienna; la Oskar Kokoschka Foundation, Vevey; le Gallerie dell’Accademia, Venezia; il Getty Research Institute, Los Angelse e la Fondazione Piero Manzoni, Milano.
Come è organizzata la mostra

Tre le sezioni: 1) Klimt, Schiele e Kokoschka; 2) Il corpo negli anni Venti e Trenta; 3) Dal secondo Dopoguerra alla Body Art.
La mostra propone una rilettura delle trasformazioni dell’arte del secolo scorso attraverso il corpo, specialmente quello femminile, che è sempre stato considerato come qualcosa da controllare, contenere, modificare, temere, possedere.
Nella Vienna di inizio Novecento questa dimensione emerge con particolare evidenza, all’interno di una società piena di contraddizioni e di una cultura che si interroga sulla nevrosi e sul rapporto tra corpo, personalità, inconscio e sessualità. Filosofia, psicoanalisi, antropologia, letteratura e arti visive partecipano a una stagione di profondo rinnovamento, nella quale vengono messi in discussione i confini e le definizioni di normalità.
Klimt non è l’unico

Nei primi anni del Novecento, la figura umana diventa uno dei luoghi nei quali si manifesta la crisi della società borghese e insieme la possibilità di una nuova libertà del corpo. In Gustav Klimt questa trasformazione trova una delle sue espressioni più radicali. Le donne monumentali dei dipinti e le figure femminili dei disegni diventano corpi coscienti, erotici, figure sicure e padrone di sé stesse. È il caso di Giuditta II (1909): una figura moderna, nervosa, anticlassica, volitiva e presente che segna il passaggio verso una nuova immagine della donna e da qui prende avvio il viaggio nel corpo del Novecento.
Dopo Klimt, Schiele

In Egon Schiele, il corpo umano emerge mutilato, traumatizzato, sospeso. Le figure diventano reali, scarne, isolate e alienate, talvolta malate e sofferenti. Il segno tagliente dei disegni e degli acquerelli restituisce l’ansia esistenziale della vita moderna, facendo della fisicità il luogo nel quale emergono desiderio, disagio e consapevolezza della morte.
Tocca a Kokoschka

Oskar Kokoschka porta invece la figura verso una dimensione espressionista nella quale il vero soggetto delle opere diventa l’inconscio. I corpi sono attraversati da dissonanze cromatiche e posizioni innaturali; la deformazione del reale diventa lo strumento per esprimere i processi mentali inconsci che agiscono sull’essere umano.
I regimi autoritari che si instaurano in Europa tra le due guerre mondiali elaborano modelli completamente diversi: corpi maschili atletici, armonici, classici, non toccati da malattia, devianza o malessere; corpi femminili legati alla maternità, al focolare domestico e alla patria. Vengono respinte le differenze e le difformità, vale a dire tutto quanto si discosta dal canone.
Con Klimt anche molti artisti italiani

In Italia, tuttavia, il “ritorno all’ordine” sfugge spesso alle definizioni di propaganda e restituisce una sottile inquietudine. Nelle opere di Felice Casorati, Guido Cadorin e Mario Sironi il corpo, reinterpretato secondo proporzioni classiche e con l’eco dell’antico, è isolato in un clima di sospensione lirica. Le figure dimesse, gli sfondi neutri, gli sguardi malinconici e il trattamento nervoso dei corpi restituiscono l’immagine di una gioventù inquieta e attonita, nella quale sopravvivono le verità dell’inconscio che la Secessione viennese aveva svelato.
Negli anni Cinquanta gli artisti devono recuperare la capacità di rappresentare il corpo e di credere nuovamente nella sua volontà significante, fino a ritrovarne un nuovo senso nel decennio successivo.

Le istanze dell’arte di rottura degli anni Sessanta – dal Nouveau Réalisme all’Arte Concettuale, dalla performance alla Body Art – recuperano la centralità del corpo traendo nuova linfa dalla lezione, brillante e al contempo tragica, della Vienna di inizio secolo. Il corpo non è più soltanto soggetto: diventa mezzo del messaggio, supporto e strumento, mentre arte e vita non sono più separate e il gesto diventa fatto autonomo ed espressivo.
L’opera di Manzoni

Le Antropometrie di Yves Klein e le Impronte e Sculture viventi di Piero Manzoni costituiscono il vero incipit di questo nuovo rapporto tra corpo e opera. Sperimentale e ironica in Manzoni, mistica in Klein, la questione del corpo entra direttamente nello spazio dell’arte e trasforma l’artista e il pubblico in opera.
Oltre Klimt. Il corpo e la body art italiana

Nella Body Art il corpo diventa anche mezzo politico e luogo di esperienza e di confronto. Nelle opere di Ana Mendieta e Gina Pane, il corpo dell’artista viene usato come supporto e strumento; pelle, sangue, dolore, nudità e modificazione fisica entrano nel linguaggio dell’arte. La fisicità diventa così il luogo della catarsi delle proprie paure e un messaggio politico e poetico sulla condizione della donna, sull’uso strumentale del corpo femminile, sulla rimozione del desiderio e sull’abolizione delle definizioni univoche.
Il dopo guerra

Il corpo inteso come disagio, come rimosso incomunicabile, corpo da modificare o cambiare in modo reale o virtuale, corpo come luogo della lotta della psiche con sé stessa, come segno di sanità e perfezione e insieme come simbolo di rivoluzione, attraversa la seconda metà del Novecento e arriva fino ai nostri giorni. Carne e sangue, poesia e gioco, archetipo e attualità: corpi fluidi e corpi rifatti, corpi posseduti e corpi idealizzati, corpi mascherati e corpi contratti compongono il nostro immaginario visivo quotidiano.
A più di un secolo dalla Secessione viennese, il motto “Ad ogni epoca la sua arte, ad ogni arte la sua libertà” (in tedesco “Der Zeit ihre Kunst, der Kunst ihre Freiheit”) , trova così una nuova declinazione: ad ogni epoca il proprio corpo, ad ogni corpo la propria libertà.
Informazioni

Accanto alla mostra, MUVE Education propone un programma di attività rivolto a scuole, università, adulti e pubblici con esigenze specifiche. Il programma comprende percorsi guidati e laboratori dedicati ai temi della mostra, tra cui il percorso Klimt, Schiele, Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea e il laboratorio Raccontare con il segno, ispirato alla tecnica della litografia e rivolto alle scuole secondarie e all’università.
Info: https://muvemestre.visitmuve.it/mostra/klimt-schiele-kokoschka/












































































