La prima volta che ho visto il rosso, quello vero, non era sul tappeto. Era sulla guancia di Greta Scarano. Non un rossetto, non un trucco. Un’impronta lasciata volutamente, in un selfie rubato tra un accredito e l’altro, sotto la luce gialla dell’Excelsior alle sette di sera. Lei, la conduttrice dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, rideva. Aveva una camicia color borgogna, una collana d’oro a forma di pantera, i capelli tirati indietro dopo la rivoluzione del bob che aveva spiazzato tutti alla cerimonia di apertura del 2 settembre.
Quella foto è il filo di tutto questo articolo

Venezia 83, che si chiuderà il 12 settembre con l’assegnazione del Leone d’Oro, sarà ricordata come la Mostra del ritorno degli autori — da Martin McDonagh a Werner Herzog, da Danny Boyle a Lee Chang-dong — ma soprattutto come la Mostra dove le donne non hanno chiesto spazio. Lo hanno preso.
La manifestazione si svolge dal 2 al 12 settembre al Lido, sotto la direzione di Alberto Barbera, con 21 film in corsa per il Leone. A condurre le cerimonie di apertura e chiusura, per la prima volta in quasi trent’anni con una doppia conduzione, ci sono Greta Scarano e Nicolas Maupas. E a presiedere la giuria principale c’è Maggie Gyllenhaal. In un festival che per decenni è stato maschile nei numeri e nello sguardo, già questo è una dichiarazione forte.
Greta a condurre e Maggie a giudicare

Maggie Gyllenhaal non è una presidente di giuria qualunque. Attrice candidata all’Oscar, regista rivelazione con La figlia oscura, è una donna che ha fatto del corpo femminile non oggettivato il centro del suo cinema. La sua giuria è altrettanto parlante: con lei Kaouther Ben Hania, regista tunisina che ha raccontato lo stupro come arma di stato, e Shahrbanoo Sadat, regista afgana che gira sotto minaccia.
Quando una giuria così dovrà scegliere il Leone, non giudicherà solo la forma. Giudicherà cosa significa, nel 2026, raccontare il potere.
Gyllenhaal apporta la prima cosa fondamentale nella lotta contro la violenza di genere: il potere di decidere cosa è arte. Per anni le donne sono state giudicate. Ora giudicano.
Greta che sceglie il proprio corpo

Greta Scarano è stata definita dall’Adnkronos attrice e regista. È riduttivo chiamarla madrina. Romana, classe 1986, è una delle poche attrici italiane ad aver costruito una carriera internazionale senza mai cedere al ricatto dell’immagine.
Il suo arrivo al Lido è stato un caso di studio. Per l’apertura ha scelto un abito Armani a sirena in velluto color burgundi con spalle scoperte e una pietra gialla. Il giorno dopo, la rivoluzione: ha accorciato i capelli puntando su un bob vaporoso e contemporaneo che ha lasciato tutti di sorpresa. Kérastase, che quest’anno è l’Official Hair Partner della conduttrice, ha accompagnato ogni cambiamento.
Cosa c’entra con la violenza di genere? Tutto. In un luogo dove il corpo femminile è stato per decenni fotografato, sezionato, valutato in base all’abito, Scarano ha fatto l’opposto: ha cambiato il corpo ogni giorno, secondo la sua volontà. Il rosso della sua camicia, il rosso che le ho visto sulla guancia nel pomeriggio di domenica 6 settembre, non è un rossore da vergogna. È un rosso scelto.
Ho fotografato quel segno.
Greta Scarano: “Ragazze, sognate di fare le registe” – Il diario del nostro incontro

L’ho incrociata fuori dall’Excelsior, quel segno rosso tracciato con il rossetto. Non aveva tempo per una lunga intervista — sta preparando la chiusura del 12 settembre — ma quel segno diceva già tutto.
Poche ore dopo le agenzie hanno confermato: Scarano si è presentata davanti ai fotografi con un segno rosso sul viso, un gesto che Dia Journal ha raccontato così: contro i femminicidi, trasformando il consueto rituale delle passerelle in un momento di denuncia civile. Anziché limitarsi al rituale di posa, ha dato vita a una breve performance per attirare l’attenzione sul tema della violenza contro le donne.
Le sue parole ufficiali di questi giorni, rilasciate ad Adnkronos sul red carpet, sono chiare

Sull’essere conduttrice: “Più che una madrina, questa figura si chiamerà conduttrice e devo dire che sono serena, sono in un momento molto bello della mia vita”.
Sul palco con Maupas: “Sul palco porterò me stessa e un dialogo con Nicolas. Speriamo di divertirci”.
Sul futuro delle donne nel cinema: “Spero che le nuove generazioni, le ragazze, possano vedere il mestiere della regista come possibile”.
Una frase semplice che a Venezia pesa

Perché su 21 film in gara le donne alla regia sono ancora pochissime. Dire a una ragazza di sognare di fare la regista è già un atto contro la violenza simbolica di un’industria che per anni ha detto: puoi essere musa, non autrice.
Questo si lega al suo lavoro più politico, Circeo, dove interpretava l’avvocata Teresa Capogrossi. Una storia che conosce bene e che ha segnato il femminismo italiano.
E sulla bellezza come scelta: Kérastase curerà gli hairlook delle star e sarà l’Official Hair Partner della conduttrice. Il suo bob non è stato imposto, è stato voluto. Ed è questo il punto: il corpo che decide. Il rosso che ho fotografato è un rossetto scelto, messo lì come simbolo. È l’opposto della violenza, che invece è un segno imposto.
Ellen Burstyn, la leggenda che ricorda

Il 2 settembre, nella stessa sera dell’apertura, il Lido ha consegnato il Leone d’oro alla carriera a due persone: George Clooney e Ellen Burstyn. Clooney ha detto: “La Mostra è senza dubbio il mio festival preferito”. Ma il momento più forte è stato quello di Burstyn.
93 anni, L’esorcista, Alice non abita più qui, Interstellar. Quando ha ritirato il premio, ha ricordato che nel 1974, quando vinse l’Oscar per Alice, interpretava una donna che scappava da un matrimonio violento per reinventarsi cameriera. Cinquant’anni fa. Eppure, ha detto, le lettere che riceve ancora oggi dalle donne sono le stesse.
Burstyn apporta la terza cosa: la memoria lunga. La lotta contro la violenza di genere non è un trend di TikTok, non è un hashtag da red carpet. È una storia lunga mezzo secolo.
Amal,l’avvocata che porta la legge fuori dal cinema

Accanto a George, sul red carpet di apertura, c’era Amal Clooney. Non attrice, non modella. Avvocata per i diritti umani. Ha difeso Nadia Murad, yazida sopravvissuta allo stupro come arma di guerra dell’ISIS, e giornaliste minacciate.
La sua presenza ha spostato l’asse: non si è parlato solo di chi era vestita da cosa, ma di cosa succede quando la violenza esce dallo schermo e entra nei tribunali. È il ponte che spesso manca al cinema: la denuncia diventa procedimento.
La quotidianità: influencer, modelle, giornaliste, fotografe



E poi ci siamo noi. Le altre. Quelle che non vincono Leoni. Chi lavora dentro questa immensa macchina dello spettacolo e della cultura: donne impegnate ciascuna a fare del proprio meglio perché tutto funzioni — a truccare, spiegare, cucinare, servire, consigliare.
Le influencer accreditate — quest’anno oltre 200 — non si limitano più a postare l’abito. Sotto la foto in Armani scrivono: “Se ti tocca senza consenso non è amore”. Usano il codice del red carpet per disinnescarlo.
E le giornaliste. Noi. Con l’accredito rosso della Biennale al collo. Con le scarpe basse perché corriamo tra una sala e l’altra. Con il telefono che si scarica. La nostra lotta è meno fotogenica, ma è quella che resta: dare spazio, nei pezzi, a chi non lo ha.
Barbara Pigazzi sta con Greta


Come la nostra fotografa ufficiale di www.enordest.it, Barbara Pigazzi, con i suoi scatti da professionista sul red carpet, ha immortalato tutti i protagonisti. Da anni lotta per i diritti delle donne tanto che nel 2016 ha presentato a Peschiera sul Garda la sua mostra personale “Is your love strong enough”. Un percorso espositivo di 15 scatti che raccontano la rinascita da una sofferenza profonda e del duro percorso da affrontare per incontrare una nuova identità, un nuovo cammino. Barbara ha portato un linguaggio espressivo al servizio di chi ha subito la violenza veramente, attraverso una danza performativa che l’artista, chiusa nel suo studio, ha rappresentato con una modella che rappresenta tutti coloro che soffrono.
Perché tutte sono determinanti
Perché la lotta contro la violenza di genere non è una staffetta con una sola vincitrice. È una catena di competenze.
Se Maggie Gyllenhaal non fosse presidente, la giuria non avrebbe quello sguardo.
Se Ellen Burstyn non ritirasse il Leone, non avremmo la profondità storica.



Se Greta Scarano non cambiasse capelli ogni giorno, non avremmo l’esempio del corpo che si autodetermina, perché lo decide lei e non altri per lei, insieme al suo il suo rossetto.
Se Amal Clooney non camminasse su quel tappeto, non avremmo il ricordo che fuori c’è un tribunale.
Se le modelle, le influencer, le giornaliste, le fotografe, non postassero, non scrivessero, non fotografassero quel segno rosso sulla guancia, tutto questo resterebbe un passaggio sul red carpet o un’esclusiva della Sala Grande.
Tutte le immagini e i video sono della nostra inviata all’83° edizione del Festival del Cinema di Venezia Barbara Pigazzi per https://www.enordest.it e tutte le foto e i video sono protette dal diritto d’autore- https://animicaportraits.com/










































































