Fabio Salamida è un giornalista e commentatore italiano di politica e attualità, nato a Napoli e residente a Roma. Il suo lavoro si concentra soprattutto sulla politica italiana, sulla comunicazione dei leader e dei partiti e sul modo in cui il dibattito politico si sviluppa sui social network.
Giornalismo e politica

Salamida segue da anni le vicende della politica italiana e dedica particolare attenzione alla comunicazione politica sui social, utilizzando spesso un linguaggio diretto, ironico e polemico. Sul suo sito personale pubblica articoli nelle sezioni Politica, Attualità, Opinioni e Social. Tra i suoi interventi più recenti figurano commenti sul governo Meloni, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e sulle dinamiche della politica italiana.
Ha inoltre svolto attività radiofonica: è stato co-conduttore de Le Mattine di Radio Capital insieme a Selvaggia Lucarelli. Con Chora Media ha prodotto il podcast Tuned.
I libri di Salamida

La sua produzione editoriale riflette il suo particolare modo di raccontare la politica attraverso satira, ironia e critica dell’attualità. Tra i suoi libri:
- 200 insulti a un giornalaio servo della ka$ta — Ponte Sisto, 2017;
- Post politica. I Proci nel palazzo di Itaca — Cooper, 2021;
- L’ultimo tram. Storie tragicomiche di un’Italia al capolinea — Salani, 2022;
- La rivalsa del nero — People, 2025;
- Ciuf! Ciuf! I treni, maledizione! Lettera aperta al «peggior ministro dei trasporti dall’invenzione della ruota» — People, 2026.
Il suo ultimo libro utilizza ancora una volta un registro dichiaratamente ironico per affrontare un tema politico, quello dei trasporti e delle infrastrutture.
Un giornalista molto presente sui social

Uno degli elementi che caratterizzano Salamida è proprio l’uso dei social come strumento di commento politico. La sua biografia professionale sottolinea l’attenzione alla comunicazione dei leader e dei partiti, “specie sui social network”.
Questo spiega anche il suo stile: invece di limitarsi alla cronaca, spesso cerca di evidenziare contraddizioni, dichiarazioni paradossali e incongruenze della comunicazione politica, utilizzando l’ironia come chiave di lettura.
Fabio Salamida, oggi gran parte del dibattito politico si è trasferito sui social. Che cosa hanno cambiato realmente nel mestiere del giornalista?

“I social hanno cambiato molte cose, in positivo e in negativo. Prima il lettore era una figura passiva, ora in molti casi può interagire con il giornalista. Se poi il giornalista è anche molto bello, come il sottoscritto, ancora meglio. Lo scambio è positivo, perché rompe quel muro che era il grande limite dei vecchi media. L’altra faccia della medaglia è la moltiplicazione di fonti non sempre credibili, la diffusione delle fake news e la perdita di autorevolezza dei giornali e dei giornalisti, spesso considerati alla stregua di semplici portavoce di una parte politica o di gruppi di interesse. Colpa anche di alcuni colleghi che di fatto svolgono quella funzione”.
I social hanno quindi indebolito il giornalismo?

“Lo hanno reso sicuramente meno autorevole e più attaccabile, ma offrono anche altri strumenti che fino a qualche decennio fa erano impensabili. Pensiamo a tutto quello che oggi viene raccontato sui social network: sulle piattaforme, in questi anni, abbiamo visto scene di guerra, immagini di attentati, incidenti. terremoti. In questi giorni, le immagini più significative della crisi a Ceuta sono state pubblicate sui social. Ormai ci siamo abituati a guardare video e immagini che arrivano in diretta, molto prima che sul posto arrivino le troupe delle televisioni o dei giornali, che infatti utilizzano sempre più spesso le piattaforme come fonti. Se parliamo di politica, a indebolire il giornalismo non sono tanto i social network, ma gli stessi giornalisti che hanno perso l’abitudine a incalzare i politici con domande scomode”.
Salamida, proprio le domande scomode sembrano essere diventate un problema. Sempre più spesso i politici evitano i giornalisti o scelgono accuratamente a chi rispondere

“È proprio così. Sorrido quando la presidente del Consiglio dei ministri spaccia per interviste quei comizi concordati nei minimi dettagli con il volto televisivo a lei fedele. È un format banale e ridicolo. A quel punto meglio i video dove parla da sola, quelli che fa davanti alla telecamera senza contraddittorio. Almeno è tutto più onesto”.
Perché secondo lei tutto questo accade sempre più frequentemente?

“Perché in un Paese in cui, come certifica l’OCSE, il 35% della popolazione nella fascia tra i 16 e i 65 anni è analfabeta funzionale, proporre un contenuto approfondito e che richieda un esercizio di ragionamento che vada oltre la lettura di due righe di testo non rende. Oggi i giornali si dividono in due gruppi: quelli gestiti da editori che hanno altre attività e nella maggioranza dei casi decidono la linea editoriale per convenienza o appartenenza politica e i cosiddetti “editori puri”, quelli che vivono di pubblicità. I secondi, per inseguire le “visite”, spesso decidono la scaletta e la visibilità di una notizia rispetto a quanto attrae quel 35% di cui sopra. E quindi alla “famiglia nel bosco” viene dato lo stesso spazio e la stessa visibilità che viene dato a una guerra. Va da sé che il proclama di un politico, specialmente se divisivo, renda più di una domanda scomoda a quello stesso politico. Poi ovviamente ci sono le eccezioni: politici come Matteo Salvini o Antonio Tajani sono diventati dei meme viventi per delle domande scomode che li hanno mandati in tilt”.
Lei utilizza spesso l’ironia e la satira per raccontare la politica. Perché?
“Perché è un linguaggio che può aiutare il lettore ad entrare in argomenti oggettivamente pesanti. A volte una risata può essere una chiave per poi affrontare argomenti più complessi. La satira, se fatta bene, può stimolare menti critiche”.
Ma l’ironia non rischia di trasformare il giornalismo politico in semplice intrattenimento?

“In realtà la politica di per sé è diventata soprattutto intrattenimento. Quando un’ex ministra del Turismo, intervenendo alla Camera per difendersi da una mozione di sfiducia per le pesanti inchieste giudiziarie che la coinvolgono, dice frasi come “Io sono l’emblema, sono il vostro male assoluto, sono una donna libera, porto i tacchi da 12 centimetri, ci tengo al mio fisico, amo vestirmi bene” e “ho una collezione di borse”, chi è che fa intrattenimento, quella ministra o chi ne racconta le gesta?”.
C’è una differenza tra ironizzare su un politico e ridicolizzarlo?

“In questo tempo impazzito il confine è molto labile. Ci sono politici che tendono a ridicolizzarsi da soli. Quando mi dicono che esagero quando utilizzo dei nomignoli per definire i politici, ricordo sempre quel titolo “Ora tocca a Belzebù” che fece la Repubblica che quando arrivò l’avviso di garanzia a Giulio Andreotti per associazione mafiosa”.
Quando critica il governo, qual è il confine tra giornalismo e opposizione politica?
“Io sono tra quelli che pensano che non esista una cronaca neutra, che chi scrive di politica abbia sempre un’idea politica. L’importante è che quell’idea sia dichiarata. Io, ad esempio, sono un socialista che piace alle donne. Tra la semplice opposizione politica e il giornalismo cambia che nel secondo caso le tesi devono essere supportate da evidenze. Lo scontro politico è spesso dogmatico: il giornalismo, se avanza delle tesi, deve portare dei fatti a supporto”.
Oggi un politico può accusare un giornalista di essere “contro” di lui semplicemente perché gli fa una domanda critica. Come si risponde?

“Sì è vero, sono contro di te. Ora però rispondi alla domanda, grazie”.
Alla fine, perché continuare a fare giornalismo politico in un’epoca nella quale sembra sempre più difficile ottenere risposte?

“Perché ogni tanto, quando il politico è con le spalle al muro, qualche risposta è costretto a darla. Ormai, se guardiamo le cronache politiche, accade più spesso che un politico risponda, in seconda battuta, a un’inchiesta o a un retroscena che alle domande che gli vengono poste”.
I suoi bersagli preferiti?
“Beh ovviamente il girasagre cheerleader, conosciuto anche con il soprannome di Matteo Salvini – che è anche il protagonista del mio ultimo libro – e ovviamente M la frottola, conosciuta anche con il soprannome di Giorgia Meloni. Però cerco di dare spazio a tutti i protagonisti di questo bizzarro governo, da Dany Santanché a Lollo, l’ex cognato d’Italia. Mi manca molto Alain Sangiulian, conosciuto anche con il soprannome di Gennaro Sangiuliano: è stato avvincente raccontare la sua relazione tossica con Maria Rosaria Boccia. Potessi scegliere, leggerei più volentieri le loro chat che quelle tra l’ex sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro, con quel presunto prestanome del clan camorristico dei Senese”.
Nei suoi libri lei mette in risalto una serie di gaffe ed errori dell’attuale governo ma lascia al lettore il tempo per riflettere. Come ci riesce?
“In realtà fanno tutto da soli, io mi limito a mettere in fila i fatti. Utilizzando l’ironia cerco di coinvolgere il lettore. Spesso le persone mi scrivono “riesci a farmi ridere riflettendo su cose su cui ci sarebbe da piangere”.
Cosa ne pensa del caso Roggero e, non ultima, della posizione dell’Italia sul caso di Ceuta?
“Sono armi di distrazione di massa, come la famigerata “famiglia nel bosco”. Mentre gli stipendi e le pensioni degli italiani valgono sempre meno a causa dell’inflazione galoppante, del caro energia e dell’aumento del carburante causato dalle follie di Donald Trump, i partiti al governo cavalcano una serie di fatti per fomentare la parte peggiore della popolazione. Il caso Roggero è molto semplice: se dopo una rapina avvenuta nel tuo negozio insegui i tre rapinatori, uccidendone a sangue freddo due e ferendo il terzo, non ti stai difendendo ma ti stai vendicando. E la Giustizia non può depenalizzare la vendetta. Il gioielliere è stato condannato in tre gradi di giudizio e gli sono state concesse molte attenuanti vista la pena lieve rispetto alla gravità del reato. Considerando l’età, tempo qualche anno sarà in libertà vigilata. Quindi mi sembra oltremodo fuori luogo tutto questo dibattito sulla grazia, così come è ridicolo trasformarlo in una vittima. Su Ceuta abbiamo toccato vette di ridicolo: secondo il governo italiano, un immigrato arrivato a nuoto nell’enclave spagnola, dopo aver nuotato fino alla Spagna, prende una nave o un volo per arrivare in Italia. La loro propaganda talvolta li rende molto spassosi”.
Secondo lei è possibile che un politico si faccia propaganda senza nemmeno conoscere la costituzione e confondendo un decreto legge con la “legge”?
“In un Paese normale non dovrebbe essere possibile, ma come abbiamo visto anche ultimamente in Italia accade di continuo. Salvini ha detto che un quattordicenne è stato arrestato grazie al cosiddetto “decreto maranza”, peccato che quel disegno di legge non sia ancora stato discusso in Parlamento”.
Non c’è il rischio che, mal usato, un social come il suo, possa generare fake news o un’errata informazione?

“I social sono il più grande vettore su cui viaggia la disinformazione: il nostro compito è anche quello di smascherare la disinformazione e le reti che la alimentano, spesso gestite da potenze straniere”.
Secondo Salamida possiamo affermare che sono anni che non esiste una vera classe politica?
“Non esageriamo. I politici bravi e preparati ci sono. Direi che sono anni che la qualità del popolo si è così abbassata da preferire i peggiori ai migliori. I politici non arrivano da Marte, c’è qualcuno che li mette lì. Io critico a destra e a sinistra: a volte la sinistra sembra vivere in un multiverso, come nei film della Marvel. È come se per loro il presidente degli Stati Uniti sia Barack Obama e il presidente del Consiglio, qui da noi, sia Fabio Salamida. E quindi perdono tempo a parlare di “primarie”, di chi è più “di sinistra” o più “riformista”. A volte mi sembra che vivano su un altro pianeta. Ai colleghi consiglio sempre di cercare di guardare ai fatti senza prendere per buona la prima versione, perché c’è sempre qualcosa che sfugge, soprattutto se si trattano argomenti come la politica”.












































































