«Mi deve dare del lei», era bastata questa frase, in risposta a uno sprezzante sergente, per dare il via a una serie di proteste e scioperi. Racconta così il suo arrivo alla caserma di Messina il celebre giornalista Toni Capuozzo, spedito in Sicilia dopo una serie di denunce per volantinaggio e comizi non autorizzati durante il servizio militare. Infatti c’è una storia poco tramandata nel tempo, inghiottita dalla narrazione dei movimenti e delle proteste che hanno interessato l’Italia dal 1968 a buona parte degli anni ’70, ovvero quella del movimentismo dei Proletari in divisa (PID) appoggiati da Lotta Continua nel corso della naja. A ricordarla il libro “Un soffio al cuore dello stato”, curato da Giuliano Martufi, ex insegnante di filosofia e storia del liceo Giordano Bruno di Mestre e dal giornalista de La Nuova Venezia Giorgio Cecchetti, presentato al Festival della politica di Mestre.
L’Italia del 1968

«Il ’68 era un movimento che apriva gli istituti chiusi, dai manicomi agli ospedali e anche le caserme non poteva essere esenti – ha ricordato Antonella Magaraggia magistrato e prima donna presidente dell’Ateneo Veneto, che ha moderato l’incontro – su ispirazione di Franco Travaglini, al motto di “sensibili agli invisibili e agli intoccabili”, si iniziò a prestare attenzione ai militari. Se era facile sfilare fuori, protestare da dentro per cambiare le cose richiedeva un grande coraggio». Come ha ricordato Cecchetti: «All’interno delle caserme si ritrovarono gli stessi giovani del movimento studentesco e delle fabbriche, si fischiettavano canzoni come “Contessa” o “L’Internazionale” per riconoscersi e iniziare a organizzarsi per protestare contro il rancio pessimo, le condizioni precarie e per cambiare un’istituzione dove gli ufficiali erano spesso ex-fascisti, soprattutto agli altri gradi. Abbiamo rischiato molto, c’era anche chi ha fatto il carcere».
Quell’Italia e il pensiero di Martufi

«Ho trovato incredibile che non ci fosse nulla di scritto su questa esperienza – ha raccontato Giuliano Martufi – da quei movimenti sono scaturiti risultati straordinari come il rinnovamento del codice penale militare di pace, la possibilità di organizzarsi liberamente e la base per il sindacato di polizia, una spinta che solo la crisi dell’omicidio Moro ha frenato». Proprio il Veneto fu uno degli epicentri di questa storia attraverso il movimento dei sottufficiali dell’aereonautica: «Come Lotta Continua non eravamo pacifisti ma contro la lotta armata – ha aggiunto Martufi – ecco perché sostenevamo anche a mezzo stampa l’ideale di contare di più nei confronti dello stato per il pieno diritto di esercizio delle libertà costituzionali anche dentro i corpi armati contro la rigidità delle condizioni».
Il pensiero di Capuozzo

Sui 300.000 giovani precettati ogni anno c’era di tutto, da destra a sinistra. «I lagunari erano però arruolati a livello locale dall’Adige al Tagliamento – ha raccontato Cecchetti – figli spesso di operai di Porto Marghera che in casa vivevano un crescente liberismo, che non poteva restare fuori dalle caserme. Ecco allora le prime dure battaglie coraggiose contro il bullismo, che i superiori iniziarono a capire e su cui spesso chiudevano un occhio». Come ha aggiunto Capuozzo: «Le caserme erano un ribollire, si incontrava gente da tutta Italia, dai paesi della profonda provincia, che a malapena parlava italiano in una nazione unita sulla carta dalla televisione, ma senza una coscienza collettiva».
Il movimento sessantottino

«Il movimento contribuì ad arginare la tentazione golpista di quegli anni? – si è chiesto Martufi – Diciamo che il terremoto del Friuli del ’76 fece prevalere la componente costituzionale nelle fila militari, all’interno della stessa DC rinforzare un centro autoritario non era ben visto, come ricostruito dal giudice Giovanni Tamburino nelle sue indagini sulla “Rosa dei venti”, l’organizzazione segreta eversiva di stampo neofascista attiva nella strategia della tensione. Vertici e spie non avevano inquadrato bene la presenza del PID, tanto che il generale Mario Mori si lamentava di non essere mai riuscito a stanarli».
La reazione dei militari

«Più che l’appartenenza politica contava la sensibilità anti-autoritarista – riflette Martufi – erano ragazzi nativi costituzionali, nati dopo la formazione della repubblica, sentimenti che aleggiavano anche fra i giovani ufficiali». I militari oltre alle caserme iniziarono a partecipare alle manifestazioni al loro esterno, coprendo il viso e alzando il colletto per occultare le mostrine. «Stavano in disparte ma la loro presenza pesava, tanto che il capitano di polizia Salvatore Margherito, colui che denunciò la pratica dei celerini di inserire barre di metallo nei manganelli, si avvicinò al movimento contribuendo alla smilitarizzazione del corpo e alla progressiva sindacalizzazione. Gli stessi cattolici, con una figura come Don Milani che scrisse che “L’obbedienza non è più una virtù”, premevano per un cambiamento, seppur osteggiati da diversi cappellani militari».
Un libro per raccontare quell’Italia

Una storia, quella dei Proletari in divisa e del loro impatto sull’esercito, finita un po’ nel dimenticatoio, sovrastata dalla violenza della stagione delle stragi, del terrorismo e dell’ombra del rapporto stato-mafia che dal 1978 insanguinò l’Italia fino agli anni ’90. «Un fermento che si è esaurito non solo per la fine di Lotta Continua come movimento (1976) e come giornale (1982) – riflette Martufi – ma perché si era esaurito il grande afflusso di giovani nelle fila dell’esercito, venendo meno questo con l’obiezione di coscienza e lo sviluppo del servizio civile, la costituzione era entrata davvero e non era più necessario ribadirlo». Le vicende sono tutte narrate nel libro che, rimasto per un paio di anni nel cassetto di un grande editore, è ora disponibile in self-publishing.














































































Un soffio al cuore dello Stato di Giuliano Martufi e Giorgio Cecchetti, pubblicato dalla rvista ytali.com, è disponibile sulle principali piattaforme librarie al prezzo di 18 euro:
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