Devo ringraziare https://www.enordest.it che in questi anni di intensa collaborazione mi ha davvero lasciato quasi carta bianca. Ha significato libertà e fiducia e soprattutto rispetto per la testata. Avete capito nel tempo che a noi di https://vannizagnoli.it piace filosofeggiare, parlare di giornalismo. Forse la parola di oggi è “ricicciare”, poco italiana, molto giornalistica. Ricicciare significa utilizzare le interviste raccolte nel tempo, ci sono sempre pagine non pubblicate, risposte rimaste nell’aria, domande scomode. Anche personaggi raggiunti nel momento della massima popolarità e poi caduti nel dimenticatoio, spesso ingiustamente. Questa volta ripeschiamo una nostra intervista realizzata a Massimo Bonini, intervista nata per “assocalciatori.it”.
Una vita da gregario

Da gregario, sempre di corsa, simbolo di un calcio diverso, più romantico. Lo avevamo conosciuto nella primavera del 2015, nella sua San Marino, con una troupe di Mediaset, per la “Tribù del calcio”, e da allora siamo rimasti in contatto. L’abbiamo ricontattato e sentito in questi giorni di settembre.
Bonini, cos’ha fatto nel calcio e fuori, in questi anni?

“Niente più calcio, gioco a golf”. Ora è a San Marino, nel suo ufficio di imprenditore nel castello della piccola repubblica, una serie di foto d’epoca appese alle pareti e una sfilza di targhe sulla scrivania. Si era rivisto Massimo Bonini per i 110 anni del Bologna, al Dall’Ara, nell’amichevole con le leggende del Real Madrid. L’ex centrocampista giocò da titolare due finali di Coppa dei Campioni. È stato nella Juventus l’erede di Beppe Furino, furia, furin, furetto, com’era chiamato il capitano bianconero degli anni ’70 da Vladimiro Caminiti, grande penna di Tuttosport. Anche Bonini era un maratoneta della fascia destra, contrasto, recupero palla e ripartenza, con quella zazzera bionda: era cresciuto nel settore giovanile della Juvenes, nella repubblica di San Marino, quasi un presagio della sua carriera. Il suo primo presidente fu un sacerdote, don Peppino.
Che tipo era questo don Peppino?

“Gestiva tutto lui. Ero tifoso bianconero e andare a finire nella Juve per me è stato proprio il massimo. Addirittura un anno volevo smettere per diventare maestro di tennis, per fortuna ho continuato con il pallone…”.
A 18 anni si trasferì nella Serie D italiana, nel 1977-78 al Bellaria, con Arrigo Sacchi allenatore. Il futuro mister del Milan e futuro ct azzurro cosa pensava di Bonini?

“Gli bastarono due allenamenti per capire le mie qualità, mi impiegò sempre da titolare, permettendomi di brillare. Quando invece arrivò al Milan, mi chiamò, io ero in scadenza di contratto con la Juve, i bianconeri mi fecero un triennale e allora restai a Torino”.
Già allora era un maestro della fase offensiva?
“Sì, perché in genere quando si perdeva palla si arretrava, con lui invece attaccavi. Era il suo primo anno da professionista, poi è cresciuto e cambiato ma la professionalità era già molto evidente, con grandi numeri”.
Nel 1979 passò al Cesena, con Osvaldo Bagnoli in panchina?

“Ero in un centrocampo di giovanissimi, con Adriano Piraccini e Fabrizio Lucchi. Alla 2^ seconda stagione ottenemmo la promozione in Serie A, nonostante squadroni come Milan e Lazio. Fin da piccolo andavo a vedere il Cesena, seguivo molto questa società che per noi in Romagna è un punto di riferimento. In squadra c’erano Daniele Arrigoni, poi allenatore bianconero, lo scomparso Corrado Benedetti e Giancarlo Oddi, già campione d’Italia con la Lazio”.
Fu Pierluigi Cera, vicecampione del mondo nel ’70, a consigliarlo a Giampiero Boniperti e alla Juve dove arrivò per 700 milioni più Vinicio Verza e la comproprietà di Massimo Storgato.
Bonini, quando approdò alla Juventus?

“Fece tutto Boniperti, stabilì il mio contratto e l’indennizzo per il Cesena, tantopiù che lo scomparso presidente Edmeo Lugaresi non sapeva quanto chiedergli. Me lo raccontava sempre, ero stato la sua prima grande cessione”.
Aveva il procuratore?
“No, facevo da solo. Ma come si sa alla Juve decideva davvero tutto il presidente. Si vinceva tanto, la società per i premi elevati, non per gli ingaggi di base, e con i trofei arrivarono anche molti quattrini. E poi l’esordio in Serie A, con Trapattoni in panchina, proprio contro i romagnoli, il 13 settembre 1981.Mi diede la soddisfazione di entrare, vincemmo 6-1”.
Tre giorni dopo il debutto in coppa dei Campioni, a Glasgow contro il Celtic
“Lì ero titolare, non riuscivo a capire dove fossi poiché non ero abituato a questo tifo. In Scozia vinsero loro 1-0 ma passammo noi al ritorno, 2-0, al Comunale”.
E ben presto nacque il suo piccolo mito, fra tanti campioni

“Giovanni Trapattoni mi dava il compito di coprire i molti calciatori offensivi che avevamo. Antonio Cabrini avanzava a sinistra, Claudio Gentile faceva anche l’ala destra, il compianto Gaetano Scirea il centrocampista, dunque ero quello che tamponava o cercava di rallentare la giocata quando si perdeva palla”.
Bonini, anche per questo ha sempre segnato poco, 5 reti in 192 gare di campionato. Qual è stata la più bella?
“Contro l’Inter, di sinistro, Marco Tardelli ancora ride. Non era il mio piede preferito, segnai un gran gol e ai nerazzurri fra l’altro ne realizzai anche un altro. Ma quasi non potevo superare la metà campo… Il Trap ogni volta che avanzavo iniziava a fischiare e mi mostrava il pugno”.
Com’era il rapporto con la famiglia Agnelli?

“Prima della partita ci recavamo spesso a Villar Perosa, alla villa arrivava sempre l’avvocato, con l’elicottero. Parlavamo e c’era Michel Platini che fumava, l’avvocato lo pregava di smettere, perché un calciatore non dovrebbe e il francese replicava: “L’importante è che non fumi Bonini…”. La battuta ha fatto storia. Io correvo molto, non è vero che lo facessi anche per lui, non si risparmiava.Michel ci invitava spesso a casa sua, soprattutto chi non era sposato, quando la moglie andava in Francia”.
All’epoca erano concessi molti più falli, prima di arrivare all’ammonizione e all’espulsione

“Da mediano, ero sempre al centro del gioco, dovevo essere duro, ma sono stato espulso una sola volta, nel derby con il Torino. L’arbitro Paolo Casarin mi ammonì per un fallo che in realtà aveva fatto Dossena, battei le mani e allora mi buttò fuori”.
Nell’82-’83 si aggiudicò il trofeo Bravo del Guerin Sportivo, destinato ai migliori under 24 d’Europa

“C’erano grandi giocatori, come Maradona. Fu un premio per la squadra, ero l’unico giovane, fra campioni arrivati alla finale di Coppa dei Campioni”.
Bonini,chi sono stati i più grandi?
“Il più forte fu Maradona: ti puntava e ti saltava, tornava indietro e ti saltava ancora. Ma il più difficile da marcare è stato Falcao, si muoveva senza palla e a un certo punto lo perdevi di vista, non lo trovavi più”.
Ad Atene eravate favoritissimi. Perché vinse l’Amburgo?
“Il campionato era finito troppo presto, un mese prima della gara più importante. Arrivammo una settimana prima e per ogni allenamento sembrava passasse il giro d’Italia, fra tante bandiere bianconere. E anche allo stadio c’erano soltanto 5mila tedeschi. Il girone di qualificazione fu incredibile, vincemmo ogni gara. Arrivammo talmente carichi che neanche ci eravamo resi conto di avere perso, con quel sinistro da fuori di Felix Magath”.
Lo marcava lei?
“Sì, segnò peraltro da fuori area, pescando il jolly. Diedero la colpa a Dino Zoff ma il portiere non c’entrava: Bettega lo andò a pressare, saltò, io ero dietro e il trequartista la mise nel sette”.
Bonini, che ricordo ha di Stefano Pioli?

“Bellissimo. Noi ci allenavamo sempre il mercoledì mattina, rientravo la domenica, in Romagna. Lui era giovane, io mi alzavo alle 5 e passavo a prenderlo al casello autostradale di Parma, invece di tenermi compagnia si addormentava. E allora gli facevo scherzi: arrivavo davanti alla sbarra e frenavo di scatto”.
Come andò quella tragica serata dello stadio Heysel?
“Non avevamo mai vinto la Coppa dei Campioni, la società voleva alzarla. Accadde quello che non deve mai succedere, non si può morire per andare a vedere una partita di calcio. Già la mattina erano successi un po’ di tafferugli, in centro, giocammo in uno stadio inadeguato a una finale. Non ci potevamo rendere conto di quanto fosse accaduto fuori. Durante il riscaldamento negli spogliatoi arrivava di tutto, gente che aveva perso le scarpe, non si capiva bene cosa fosse accaduto. Qualcuno parlava di un morto, altri addirittura di 100”.
E a dicembre dell’85 arrivò la Coppa Intercontinentale, a Tokyo
“In Giappone arrivò il trofeo più bello che abbia sollevato, ero davvero campione del mondo, come club. Eravamo sempre sotto e recuperammo, con l’Argentinos Juniors. L’arbitro annullò un gol incredibile di Platini, con il sombrero: l’aveva messa nel sette. In base all’andamento, fu la partita che mi emozionò di più”.
Perché passò al Bologna, a neanche 29 anni?
“Il mio amico Ivano Bonetti ci era appena andato, fu lui a convincermi. Una settimana dopo andai a parlare in sede, volevo andare via, c’era la Lazio interessata ma ho preferito restare vicino a casa. Era il Bologna di Gigi Maifredi, neopromosso in Serie A. Giocava un calcio molto propositivo, alla Sacchi e davvero offrivamo spettacolo”.
Bonini, lei smise a 34 anni, tra i professionisti, e poi?
“Iniziai subito a fare l’allenatore. Della Nazionale di San Marino, la qualificazione ai Mondiali del ’98. Poi Totò De Falco mi volle al settore giovanile del Cesena: lanciai Biondini, Pulzetti, Bernacci, finito in Serie D nonostante un grandissimo talento”.
Giocò nell’Under 21 azzurra, non in Nazionale


“Perché non avevo il passaporto italiano, così giocai sempre nella Nazionale del Titano”.
Cosa fa Bonini ora

Ha portato avanti l’azienda edile di papà Alfredo detto Coppi, per la passione sfrenata verso le imprese del Campionissimo: scomparve nel 2013 e Massimo ha continuato l’attività, con la sorella Nadia. Dava una mano a mamma Mariola che aveva la trattoria di famiglia.














































































Era qualche settimana che non leggevo lo Zagnoli…. e devo dire che non ha imparato l’italiano in questo periodo. Parla di RICACCIARE… ma il termine corretto è RICICCIARE. Non c’è un pezzo senza errori o meglio orrori ortografici di questo sedicente grande giornalista nazionale.
Veramente c’è scritto “ricicciare”. Potrebbe leggere meglio invece che lanciare accuse a vanvera. E sinceramente mi pare una buona intervista senza errori ortografici o sintattici.