Pochi conoscono l’imprenditoria e l’economia del Nordest come Giorgio Brunetti, docente emerito della Bocconi, creatore a Ca’ Foscari del corso di laurea in Economia aziendale, intellettuale diventato vera e propria istituzione culturale di Venezia. Studioso attento della trasformazione di una terra del Nord: trasformazione a tratti violenta, persino rivoluzionaria, all’occorrenza capace di adattarsi, cattolica e sindacalizzata, operaia e artigiana, visionaria e conservatrice assieme.
Brunetti si racconta

Vicino ai 90 anni Brunetti ha deciso di raccontarsi in un libro, “Un corso di vita. La mia Venezia dalla seconda guerra mondiale all’oggi” (Edizioni La Toletta) : la sua storia e la sua città, dal ragazzino figlio di un infermiere anarchico e antifascista cresciuto tra i libri e le riviste del papà al docente universitario; dalla città in camicia nera a quella operaia e mercantile a guerra finita; dall’esplosione di Porto Marghera al declino industriale di Venezia convertita senza esitazioni su un turismo diventato intollerabilmente overtourism. Dai 175 mila abitanti di allora ai 48.000 scarsi di oggi!

Nella prefazione Francesco Giavazzi scrive che l’autore “è uno degli ultimi veneziani rimasti che abbia percorso a Venezia tutti interi gli 80 anni del dopoguerra. Non come spettatore, ma come un cittadino che ha contribuito in ruoli diversi a cercare di plasmare ciò che la città è diventata”.
Un bambino sotto le bombe

Ed ecco il bambino Giorgio che cresce negli anni della guerra in una Venezia affamata e al freddo, sotto le bombe, schiacciata dai repubblichini e dai tedeschi, seminata di rappresaglie e stragi, minata e pronta a saltare in aria, riscattata dalla Resistenza: “I miei genitori il 25 aprile 1945 mi portarono a vedere i liberatori”. Si muove nella Venezia affollata e operosa del primo dopoguerra, sovraffollata, con un Pil che sfiora il 16% l’anno, con zone off limit per la delinquenza diffusa, per l’enorme mercato della borsa nera. Una città con la passione politica rinata con la democrazia, i comizi che riempiono i campi e la Piazza di gente non costretta a presenziare dalla dittatura. I grandi dei partiti che arrivano; De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat, Einaudi…
Brunetti e l’amore per il Venezia del pallone

Brunetti cresce con le riviste del padre infermiere all’ospedale civile: il “Politecnico” di Vittorini, i “Quaderni Piacentini”, il cinema gli piace, quando può corre al “Nuovo”. Ama anche il calcio, gioca nel ruolo di portiere, un maglione colorato per distinguersi in campi che non hanno erba ma pietra. Tifoso del Venezia, aveva visto da bambino giocare Valentino Mazzola ed Ezio Loik, negli Anni ’50 il suo idolo diventa il “rosso” Bonafin, buon attaccante col senso del gol. Ha continuato a frequentare per decenni il Penzo, il solo campo al mondo nel quale sembra di giocare quasi sull’acqua. E la passione per il calcio, in fondo, riflette l’insegnamento del padre: “Non sempre la ragione è a fondamento del proprio pensiero, occorre tener conto del cuore”. Insomma, è il culto del dubbio e lo coltiverà da studioso.
Gli studi a Ca’ Foscari

La scuola di ragioneria al Sarpi lo porta a contatto con professori che gli alunni chiamano con soprannomi: “Boccadoro” per la dentiera, “Cencio perdio” , saluta per Dio, quello di ginnastica che dice sempre così. Infine, la ricerca del posto fisso. Canticchia Nanni Svampa dei Gufi: “Vado in banca, stipendio fisso… non se ne parla più”. Ma il posto in banca è l’ultima sua aspirazione, si iscrive a Ca’ Foscari, una zia gli regala il cappotto nuovo e paga l’iscrizione. Si adatta come può, d’estate lavora al Provveditorato al Porto, nel maggio del 1958 è a Bruxelles per l’Esposizione Universale selezionato per meriti tra 66 studenti italiani. Compagni di viaggio il futuro ministro Paolo Savona, il futuro giornalista Tito Cortese, Vittorio Coda che avrà come collega a Ca’ Foscari e alla Bocconi.
Brunetti e le grandi famiglie dell’imprenditoria veneta

Fa il militare a Como, lo mandano a Genova nel luglio del ’60 nei giorni di tensioni dei “Ganci”, della rivolta dei genovesi contro il congresso missino nella città medaglia d’oro della Resistenza. Cadrà il governo Tambroni, Brunetti soldato resterà per un mese chiuso in caserma senza libera uscita. Il resto è storia di mezzo secolo di cattedra tra Venezia e Milano, di incontri con economisti di tutto il mondo, degli anni del miracolo economico e poi sul quelli del miracolo del Nordest. Il rapporto di lavoro e di osservatore, il contatto con le grandi famiglie dell’imprenditoria veneta : i Marzotto, Del Vecchio, i Benetton, Beggio, De Longhi. E i grandi dell’industria nazionale, Merloni, Ferrero e gli altri.
Brunetti racconta, giudica, ricorda

Riflette sul presente che lo preoccupa e lo sconcerta: le guerre, il Medio Oriente, l’Ucraina, l’Iran, Trump, Putin. L’autore non giarda indietro, vive il suo tempo, ci tiene a definirsi un contemporaneo, certo coll’esperienza di un saggio che può dire: “Il mondo è oggi dominato nuovamente dalla guerra come non accadeva dal 1945”. Conclusione amara per un uomo nato in pieno fascismo, l’anno della conquista dell’impero, cresciuto con la democrazia, vissuto in un modo aperto e in un Nordest ricco. Un uomo costretto al momento del bilancio ad ammettere la crisi dei quel mondo, la sconfitta di valori e di eroi tramontati nei quali ci si era identificati. Con una sola certezza:Venezia. Se deve pensare al futuro per Giorgio Brunetti il faro resta Venezia. Più che è una certezza è una dichiarazione d’amore.












































































