Pur di giocare si falsificavano i documenti. La data di nascita della carte d’identità veniva modificata, c’era tanta voglia di giocare a calcio negli anni 60-70. Un quindicenne diventava immediatamente diciassettenne pur di scendere in campo nelle categorie dilettantistiche. Chi è senza peccato scagli la prima pietra? Si iniziavano le scuole superiori (all’epoca molto impegnative!) ma spesso si abbandonavano gli studi, la voglia di calcio superava quella dei libri. E così è stato anche per Fabio Brini, classe 1957, nativo di Porto Sant’Elpidio nelle Marche, di ruolo portiere. A 15 anni è già al San Crispino, abbandonerà l’istituto tecnico commerciale o ragioneria al terzo anno. A 16 anni è già ad Ascoli con il settore giovanile, Primavera, Berretti e quindi all’Under 23.
L’Ascoli di Rozzi

Quell’Ascoli che al comando aveva la figura carismatica del presidente Costantino Rozzi, quello che seduto a bordo campo indossava i calzini rossi. E che il 9 giugno del 1974 porterà per la prima volta nella storia una squadra marchigiana in serie A, in panchina c’era un altro grande mister del nostro calcio Carlo o se preferite “Carletto” Mazzone. Un po’ di storia aiuta a rinfrescare la memoria di chi ha vissuto quei meravigliosi anni di un calcio genuino, a volte anche duro, ma dove gli schemi servivano ma non erano una ossessione. Torniamo a Brini che a 21 anni si ritrova riserva di di Felice Pulici, un altro estremo difensore tra i più forti della storia del nostro calcio. Si resta nelle Marche, precisamente a Civitanova a farsi le ossa.
Brini, estate del 1981. Mazzone non ha paura di rischiare e puntò subito su quel ragazzotto baffuto. Esordio da brividi a San Siro contro l’Inter alla prima di campionato. Cosa è accaduto?
“Con grande coraggio il mister mi promosse titolare, non dimentichiamo che venivo dalla serie C2. Parai un rigore a Spillo Altobelli. Finì 0 a 0 e chi se lo sarebbe aspettato un esordio simile? Quell’anno di rigori ne parai più di uno a calciatori del calibro di Franco Causio, Sergio Battistini, Giancarlo Antognoni e Massimo Palanca. Per il mio esordio devo ringraziare un altro tecnico che in me ha sempre creduto, Aldo Sensibile”.
Dal bianconero di Ascoli al bianconero di Udine. Ma prima di approdare il terra friulana altri bianconeri si erano interessati di lei, campionato 1981-82. Ce lo può raccontare?

“Dopo un incontro con la Juve vinto dall’Ascoli allo Stadio “Del Duca” per 2 a 0 , Dino Zoff mi fece i complimenti e mi disse che c’era una possibilità di indossare la maglia della “Signora”. Zoff l’anno dopo si sarebbe ritirato. Mi invitò alla sua cena d’addio a San Remo con Lev Jasin, Jan Tomaszewski , Luciano Castellini e Gordon Banks. Ma non se ne fece nulla, il presidente Rozzi alzò il prezzo”.
A proposito Rozzi, il vulcanico presidente…

“Era un personaggio. Ascolano puro, voleva bene alla sua città. Una figura difficile da dimenticare”
Niente Torino dicevamo. Ma si va in Friuli, l’Udinese non lotta più per la salvezza ma da anni ha costruito una squadra di buon livello. Cosa ci dice di quei cinque anni?

“Anni stupendi. Il Friuli è la regione ideale per giocare a calcio, gente cordiale ed eccezionale non c’è un ambiente migliore di quello friulano. A distanza di tanti anni si ricordano di me , mi chiamano e ciò fa molto piacere”
Brini, scommetto che il migliore con cui ha giocato è stato Zico. O sbaglio?

Una persona eccezionale prima di tutto. Arrivava prima di noi agli allenamenti, si fermava a parlare con i magazzinieri e i massaggiatori. Arrivò in provincia con umiltà e poteva permettersi di tutto. Non voleva quando era a tavola che la gente venisse a chiedergli autografi, poi però era disponibile. Due anni fa siamo stati assieme a Udine non ricordo per quale ricorrenza. Lui però non scese in campo per problemi alle ginocchia”.
Parliamo un po’ dei suoi allenatori. Qualche giudizio in particolare?

“Mazzone è stato un grande ebbe il coraggio di farmi esordire in serie A e provenivo dalla C2. Avevo già giocato in coppa Italia contro Napoli e Cremona. Ribadisco il mio grazie anche ad Aldo Sensibile che mi portò a Civitanova. Bravi anche Enzo Ferrari e Luis Vinicio. Il brasiliano a livello caratteriale somigliava molto a Mazzone”.
Brini, e dei suoi colleghi dell’epoca ha qualche ricordo?

“Contro il Milan ad Ascoli vidi Enrico Albertosi che fumava tra il primo e il secondo tempo. Stava seduto nello spogliatoio del magazziniere. Rimasi esterefatto e pensai che ci avesse beccato Mazzone con la sigaretta sarebbe scoppiata una guerra. Alla fine mi feci una risata”
E i portieri di oggi? Qualcuno le ricorda Fabio Brini? E dei suoi tempi quale ammirava di più?

“Oggi il portiere lo si allena per tre quarti con i piedi. Non li vedi più uscire su un pallone alto. Per me il portiere era Zoff, dopo viene Buffon. Ivano Bordon era un po come Zoff, Luciano Castellini era esplosivo e arrivava quasi su tutti i palloni non è un caso se lo chiamavano il “Giaguaro”. Mi spiace, ma oggi, ma non vedo più portieri italiani. Inoltre ha la sua bella “croce” il CT della nazionale che può scegliere su solo un trenta per cento di giocatori italiani. Sembrerò ripetitivo …troppi stranieri”.

Dal 1995 all’anno scorso, quindi per trent’anni Brini ha allenato squadre dal Nord al Sud Italia. Ha vinto vinto quattro campionati .
E ora di che cosa si occupa?

“Mi godo i nipoti. Ormai la serietà è quasi scomparsa. In molti dicono che il calcio va cambiato, ma solo a parole”.
















































































