Quando parliamo tanto di americani, come in questi tempi di americanate Trumpiane, dovremmo tutti fermarci sul sostantivo “americani” perché c’è una curiosità dietro quel nome: se infatti il continente America è uno – sia pure spezzato in due: Nordamerica e Sudamerica – il mondo chiama americani solamente gli abitanti degli Stati Uniti. Come se canadesi, messicani, argentini, cileni ecc. non fossero anche loro americani.
Americani di serie B per Trump

Lo storico Ernesto Galli della Loggia, in un suo articolo sul Corriere della Sera, ha scritto che dovremmo chiedere scusa agli americani degli altri Stati diversi dagli Usa. A questo proposito, lo scrittore Antonio Scurati ha parlato di “americani statunitensi” collocandoli, giustamente nella geografia e nella storia. Ma tant’è: per Trump l’America è soltanto il suo Paese e infatti i suoi slogan sono “America first” e “Maga” cioè Make America Great Again.
I sogni americani

L’America, come sappiamo, è diventata un altro mondo rispetto a quello che tanti, in Europa e nel mondo occidentale, avevano sognato come patria ideale, grande Paese che aveva inventato la libertà per i suoi cittadini, ricco, potente e accogliente. Ricordiamo che milioni di migranti lasciavano la propria terra per andare a popolare gli spazi sterminati del West fino al Pacifico.
Americani di “facciata”

Era una realtà favolosa e forte, giovane, agganciata al futuro. La purezza dell’ideale era incrinata da una situazione che strideva con i principi fondativi del Paese per il quale “ogni uomo nasce libero”. Infatti, la schiavitù e la segregazione razziale erano macchie indelebili.
Quando gli americani intervennero nelle guerre

A parte tutto questo, l’influenza dell’America (Usa), l’abbiamo vissuta positivamente in Europa, in particolare durante la Seconda guerra mondiale quando il potente esercito americano attraversò l’Atlantico per liberarci dai mostri del nazismo e del fascismo. Già prima però molti giovani americani parteciparono da volontari alla Prima guerra mondiale. Alcuni erano scrittori e, fra tutti, ne ricordo uno: Ernest Hemingway con il suo capolavoro Addio alle armi.
Cosa ci hanno regalato gli americani

Nel secondo dopoguerra, oltre alla libertà, gli americani ci hanno portato il loro stile di vita attraverso dosi massicce di musica jazz, cinema e letteratura. A questo proposito, ricordo una insolita lezione di Renzo Arbore all’Università di Venezia: il racconto di una rivoluzione dei gusti e del costume vissuta dal “docente“ in prima persona.
L’anticomunismo degli americani e la propaganda

In particolare, va segnalato un nuovo fronte, quello ideologico dell’anticomunismo affrontato con largo dispiegamento di mezzi che si riassumono in una parola: Usis, cioè il servizio informazioni Usa, una grande macchina di propaganda anticomunista che usava strumenti della cultura molto diversi tra loro. Libri come il potente 1984 di George Orwell e riviste come l’innocua “Selezione dal Reader’s Digest”, documentari, conferenze, corsi universitari ecc. La cultura come arma specifica della Guerra Fredda.
Il sogno di sentirsi americani finito in un cassetto

Altri tempi che molti di noi hanno vissuto, e proprio per questo sentono che quell’America non esiste più, stravolta dal trumpismo, ultima maschera dell’imperialismo tecnologico e finanziario che sta modificando – non sappiamo fino a che punto – la situazione mondiale. Oggi, molti italiani ed europei custodiscono il loro sogno americano che li aveva affascinati in una lontana stagione della storia moderna.
Nella bolla e fuori

Ci sono parole, ma anche piccole frasi, che vagano nella nostra mente a lungo prima di fermarsi, come se volessero essere ascoltate, interpretate e fatte rivivere, magari in un contesto diverso da quello da cui provengono e quindi agiscono come suggestione. A me capita spesso, come penso anche ad altri che hanno il dono o l’obbligo di comunicare.
Un esempio

Un esempio recente è una frase di cui ho dimenticato l’autore e che qui trascrivo: “I politici si spendono sull’immediato, inseguono i problemi quotidiani per portarli a soluzione; mentre i cittadini hanno la preoccupazione del futuro”. La citazione non è letterale, ma il suo significato è chiaro. Tradotto, questo discorsetto allude a due entità, o meglio a due condizioni del nostro vivere che non si incontrano sullo stesso piano: i governanti – dal sindaco al ministro – operano dentro a una bolla che li contiene dall’inizio alla fine del loro mandato (da una elezione a quella successiva), mentre la società fluisce verso un orizzonte aperto. L’uso del tempo tra gli uni e gli altri è profondamente diverso.
Contro la “bolla”, l’astensionismo

Aggiungo che contro la Bolla, sul piano del costume politico, fa notizia la rinuncia di tanti cittadini all’esercizio del voto. Impastoiati nel presente tutti noi, amministrati e amministratori, stiamo vivendo una fase storica in cui il tessuto sociale si sta disgregando, e questo dovrebbe preoccuparci: perché è sostenuto da un atteggiamento che il filosofo Maurizio Ferraris ha denunciato di recente citando due frasi apocalittiche che circolano, cioè ci comportiamo “come se non ci fosse un domani” e, ancora più drastica, “come se non ci fosse un mondo”. La mancanza di realismo o semplicemente di fiducia genera queste idee mostruose. Dovremmo renderci conto che l’avvenire ci aspetta, e saremo noi, con un po’ di filosofia, a costruirlo.
Notturno

(poesia)
Quando il buio ristagna nel silenzio,
quando il tempo scompare nel sonno
e si risvegliano i sogni,
allora è il nostro respiro
che dà misura della notte.
Vanno in scena i nostri sogni
nella luce di un altrove
misterioso e musicante.
Il sipario dell’alba si alza
sui resti delle visioni notturne,
fantasmi in fuga dalla realtà.
Il tuo respiro sereno si accorda
al mio per celebrare l’ennesima
avventura del risveglio
Anonimo ‘26

















































































Dopo l’analisi sociale, che condivido pienamente e non necessita di ulteriori commenti, quel Notturno apre il respiro, il cuore e l’anima alla Speranza e a pensare che non dobbiamo rassegnarci, ma agire, perché c’è sempre un domani!