“Ero violento, determinato e pronto a raggiungere il mio scopo. Ho pensato: c’è chi dà la vita…e io sono colui che può toglierla”. Pietro Maso ha solo 19 anni quando, assieme a due suoi amici, uccide brutalmente i genitori nella loro abitazione a Montecchia di Crosara, un piccolo paese in provincia di Verona. Un delitto che ha suscitato sin da subito l’attenzione della stampa e che ha visto il figlio della coppia, Pietro, arrestato, assieme agli amici Giorgio e Paolo, poco più di 48 ore dopo l’omicidio. Con le maschere da diavolo
Genitori uccisi da ragazzi “bene” con la maschera da diavolo
Pietro, Giorgio e Paolo, ragazzi di buona famiglia e cresciuti nella fede, come diranno diverse testate giornalistiche. Pietro frequenta addirittura un anno di studi presso il seminario. Ragazzi che appartenevano ad una società che correva troppo velocemente, in cui la terra dura, la fatica ed il sudore della campagna si scontravano con il sempre più incessante bisogno di possedere denaro. Perché è proprio a causa del denaro che Pietro Maso arruola i suoi amici, Giorgio, l’amico fedele che “mi copiava ma teneva la sua personalità” e Paolo, che era diventato “la mia copia”, per sbarazzarsi dei genitori e godersi subito l’ingente eredità di famiglia. Per “fare la bella vita”, come la definivano tra loro i ragazzi del bar John, i ragazzi, e in modo particolare Pietro, avevano bisogno del portafoglio pieno: gradualmente il dio denaro si impossessa di ognuno di loro, e come una droga non solo non riescono a farne a meno, ma ne bramano sempre di più, senza accorgersi che più il portafoglio si riempiva più vuoti loro diventavano.
Le maschere da diavolo non coprono
Ma di quel gruppo di ragazzi è Pietro il capo, il leader, la mente. Lui è diverso dagli altri e sente di avere una marcia in più. Quella marcia in più che lo porterà la sera del 15 aprile 1991 a commettere una strage.

Chi è
Pietro Maso nasce il 17 luglio del 1971 a San Bonifacio, in provincia di Verona e fino al momento dell’omicidio vive assieme ai genitori e alle due sorelle, Laura e Nadia, nella loro abitazione a Montecchia di Crosara. Primogenito di una famiglia benestante proprietaria di un’azienda agricola, alla nascita Pietro ha una gravissima meningite che gli causa febbre molto alta e che lo porta quasi alla morte. Durante tutta la sua infanzia fino alla prima adolescenza Pietro è sempre malato, fatica a muoversi e a parlare, non esce quasi mai di casa, non gioca con i coetanei e non riesce spesso ad andare a scuola, non socializza con gli altri bambini. All’età di 11 anni Pietro sente un’insolita nuova energia nascergli dentro, ed è per questo che frequenta un anno di studi in seminario, anche per allontanarsi dalla sua famiglia che, nel suo immaginario, non gli ha mai trasmesso con le parole e con i gesti quel calore e quell’affetto di cui Pietro sentiva di avere bisogno.
Addio seminario. Si alla maschere da diavolo
In questo frangente avviene per Pietro “la prima grande sconfitta”: è costretto a tornare a casa dal seminario, quel luogo in cui stava bene e si sentiva accettato. Ora è costretto a rivivere nuovamente la conflittualità familiare. Non riesce a comunicare con i genitori, né ad esprimere i suoi stati d’animo: sente di essere guarito dalla sua lunga malattia, si sente vivo e pronto finalmente ad affrontare il suo percorso di vita, ma i suoi genitori ormai sono certi che lui fosse ancora malato e che lo sarebbe sempre stato.
Da bambino malato, emarginato, protetto dalla madre e dalle sorelle e bisognoso di continue cure e attenzioni, Pietro comincia a non riconoscersi più in quell’immagine di sé così banale e senza personalità: “Maso ha soffocato Pietro. E Pietro era morto”.
La maschera di Pietro
Ed è all’interno di questa cornice che nasce Pietro Maso: una personalità dominante, un leader, attento maniacalmente all’eleganza nel vestire e alla cura della persona, non uno qualunque bensì qualcuno che tutti avrebbero notato e di cui si sarebbero ricordati. Non era più il bambino malato per cui provare pena, erano gli altri che dovevano chiedergli se potevano giocare a biliardo assieme a lui e assolutamente mai il contrario, come capitava quando era piccolo e non poteva giocare assieme ai coetanei.
A Maso non mancano di certo ottime compagnie femminili, le belle macchine, le serate in discoteca fino a tardi con gli amici, vuole essere osservato e avere gli occhi di tutti puntati su di sé. Si ispira al protagonista di Miami Vice. Si fa confezionare dalla propria zia sarta dei capi molto costosi ed esclusivi. Sue personali creazioni per mostrarsi diverso, unico, inimitabile e per conquistare a pieno il palcoscenico.
Un piano studiato
Maso ricerca e necessita continuamente di attenzione e ammirazione da parte degli altri. Ma questa ricerca di fatto non lo rende mai sufficientemente sazio né appagato. Cerca e ricrea sempre nuove fantasie e modalità per stupire gli altri e dimostrare loro di essere migliore, più forte, fino a farla diventare una questione di sopravvivenza. “Ho fatto una cosa che gli altri non avrebbero mai avuto il coraggio di fare. Uccidere i miei genitori”. Genitori che per Pietro Maso non hanno mai rappresentato un punto di riferimento. Nemmeno da un punto di vista affettivo, una base sicura a cui potersi rivolgere in caso di necessità o di ricerca di aiuto e conforto.
Soldi, ricchezza e maschere

Maso era ormai dipendente dai soldi. Aveva urgente bisogno di un’ingente quantità di denaro e così escogita un piano: eliminare i genitori e dividere con gli amici l’eredità. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, Maso decide: “o stasera o mai più. O siete con me o siete fuori per sempre”. E così, quella piovosa notte di primavera Pietro, Giorgio, Paolo e Damiano, un altro ragazzo del gruppo del bar John, attendono il ritorno dei genitori di Maso nel garage prima di entrare nell’abitazione. Mentre infilano le armi nel borsone “si caricano” ascoltando la sigla di Miami Vice.
L’omicidio
Armati di spranghe di ferro e di padelle e indossando maschere da diavolo (tutti tranne Maso), i ragazzi attendono in silenzio il ritorno dei coniugi. Il primo ad entrare in casa è il padre di Pietro, che viene percosso violentemente a colpi di spranga. Non riuscendo ad ucciderlo all’istante, Pietro e Damiano gli comprimono la gola con le scarpe. Nell’altra stanza Giorgio e Paolo tentano di uccidere la madre con la spranga e una padella, ma senza successo; provano a soffocarla prima con un cuscino e poi con un sacchetto di plastica ma senza alcun risultato. Alla fine, Pietro le infligge il colpo morale colpendola alla testa con la spranga.
Le maschere non proteggono

Due giorni dopo la strage i quattro ragazzi vengono arrestati. Pietro Maso, accusato di omicidio, viene condannato a 30 anni di carcere, che sconta fino al 2015 usufruendo dei benefici previsti dalla legge. Attraverso l’omicidio della madre e del padre Maso si libera definitivamente di quella parte di sé in cui lui stesso non si riconosceva più e che non avrebbe mai potuto corrispondere alle aspettative dei genitori. Li uccide per non morire dentro: una delle due parti doveva soccombere.
Il diavolo non protegge
Come afferma lo stesso Pietro Maso in una recente intervista: “A volte si uccidono i genitori non solo fisicamente, ci sono anche altre forme…quando non c’è più legame si è ucciso un genitore”.






























