Oggi e domani si vota per il referendum sulla riforma della giustizia e dei magistrati. Trattandosi di un referendum costituzionale (ex art. 138 Cost.), non è previsto il quorum: la riforma entrerà in vigore se i voti favorevoli (SÌ) saranno la maggioranza dei voti validi, indipendentemente dal numero di elettori che si recheranno alle urne. A questo punto vorrei anch’io poter dire la mia sulla riforma della separazione delle carriere che si è deciso di proporre intervenendo su ben sette articoli della Costituzione, anziché con una legge ordinaria. Il tutto a colpi di maggioranza e con il ricorso al voto di fiducia, senza un reale confronto parlamentare con le opposizioni. Eppure, i problemi della giustizia italiana – lo sappiamo bene – sono ben altri.
La separazione delle carriere, infatti, di fatto esiste già. Il passaggio da pubblico ministero a giudice (o viceversa) è possibile una sola volta, richiede il cambio di distretto e può avvenire solo dopo molti anni di attività. Non siamo quindi di fronte a una promiscuità incontrollata delle funzioni. Un meccanismo quasi unico al mondo: i membri verrebbero estratti tra magistrati scelti casualmente tra circa novemila toghe e tra professori e avvocati indicati dalla politica.
Cosa propone la riforma

La riforma propone invece la creazione di tre distinti organi: un Consiglio superiore per i pubblici ministeri, uno per i giudici e un’Alta Corte disciplinare con funzioni anche di appello. Un sistema complesso che rischia di moltiplicare le strutture e i costi senza incidere sui problemi reali. Il nostro processo penale, già nel 1989 con la riforma Vassalli, si è avvicinato al modello accusatorio di matrice anglosassone: accusa e difesa si confrontano su un piano di parità davanti a un giudice terzo. L’avvocato può controinterrogare i testimoni e svolgere investigazioni difensive. In questo quadro, è lecito chiedersi quale sia la reale intenzione della riforma quando si propone che i componenti dei nuovi Consigli superiori vengano selezionati tramite sorteggio.
La questione dei magistrati

In una democrazia, tuttavia, gli organi di rappresentanza si eleggono. Non si estraggono a sorte. Secondo i promotori della riforma, il sorteggio eliminerebbe le correnti interne alla magistratura. Ma il rischio è piuttosto quello di eliminare ogni forma di rappresentanza culturale e professionale all’interno di uno dei poteri dello Stato.
La magistratura ha certamente bisogno di riforme

Ma non sono questi i modi per migliorarne il funzionamento, soprattutto in un sistema giudiziario già appesantito da tempi processuali spesso biblici e da carenze croniche di organico. Negli ultimi anni, inoltre, il legislatore ha introdotto numerosi filtri di ammissibilità che rendono sempre più difficile per i cittadini far valere le proprie ragioni nei diversi gradi di giudizio.
Parlo anche per esperienza personale

Faccio l’avvocato da oltre trent’anni e ho avuto modo di confrontarmi con diverse giurisdizioni internazionali. Ho potuto constatare come, nei sistemi in cui i pubblici ministeri dipendono dal potere esecutivo, la “potenza di fuoco” dell’accusa sia spesso enorme: l’indagato viene portato a processo quasi automaticamente, anche quando gli elementi a suo favore meriterebbero maggiore attenzione. Non è questo il modello che dovremmo auspicare. Il pubblico ministero non dovrebbe trasformarsi in una sorta di super-poliziotto, ma mantenere quella mentalità di equilibrio che gli consente di valutare con attenzione sia gli elementi di accusa sia quelli a discarico della persona sottoposta a indagine.
Il vero problema del referendum e la ricaduta sui magistrati

Il vero problema del nostro sistema non è la presunta contaminazione tra magistrati che lavorano negli stessi palazzi di giustizia. Pensare che un giudice possa essere influenzato da un collega perché prende con lui un caffè è, francamente, offensivo per chi ha giurato di servire la giustizia.
Il nodo vero è un altro: la formazione e la selezione dei magistrati

In Italia si può diventare magistrato a venticinque anni superando un concorso pubblico, senza aver mai esercitato direttamente la difesa dei diritti che poi si è chiamati a giudicare. Un’esperienza professionale nell’avvocatura – anche solo per alcuni anni – potrebbe contribuire a formare magistrati più consapevoli della complessità delle situazioni umane e giuridiche che si trovano ad affrontare. La giustizia italiana ha certamente bisogno di riforme. Ma riformare davvero significa migliorare il sistema, non alimentare uno scontro ideologico che rischia soltanto di indebolirlo ulteriormente.
Il mio personale parere
Le riforme più efficaci nascono dal confronto, dall’esperienza concreta dei tribunali e dal rispetto reciproco tra le diverse componenti della giurisdizione. Solo così la giustizia può tornare ad essere ciò che dovrebbe sempre essere: uno strumento di tutela dei diritti dei cittadini.








































































