Il mondo in ansia, il Medio Oriente ferito a morte dalle bombe “liberatrici”: il cielo è scomparso sotto nubi di fumo e di veleni che si sciolgono in piogge acide e contaminano aria, acque e suolo per anni e anni nel futuro. Fa male ricordare questo scenario mentre si onora un uomo di pace com’è San Francesco d’Assisi nell’ottavo centenario della morte. Il suo messaggio universale viene rievocato con tutti i mezzi della moderna comunicazione nel ricordo, fra l’altro, della lettera enciclica di papa Francesco del 2015.
Francesco un uomo umile tra gli uomini

Francesco, il santo delle stigmate, è amato o anche solo rispettato da persone che non sono credenti, ma lo sentono vicino per il suo umanesimo. Da parte mia, confesso una particolare affezione per lui, arricchita oggi da due testi che ne hanno narrato la vita straordinaria.
Francesco e il ricordo di Cazzullo
Cominciamo con il libro e il programma televisivo di La 7 che Aldo Cazzullo ha dedicato al Poverello. In particolare, mi ha suggestionato la rappresentazione teatrale con le parole di Francesco trasposte in musica da Angelo Branduardi nella Basilica di Assisi. La voce narrante di Cazzullo, nella sua espressività, ha fatto rivivere il Francesco uomo del suo tempo: uomo disarmato, ma carico di una forza che gli veniva dalla sua fragilità.
Francesco uomo rivoluzionario

Il grande giornalista ci ha coinvolti nel racconto di quel frate che si è liberato dal peso della corazza che era la ricchezza famigliare e, nudo come alla nascita, ha affrontato il mondo in modo nuovo e scandaloso. Ripensando alla sua storia possiamo dire che la sua grandezza è stata la sua povertà, scelta rivoluzionaria che è diventata lezione morale assoluta. In lui, povertà e pace hanno costituito il cuore del messaggio.
Francesco e il suo Cantico

La sua voce risuona oggi nel frastuono opprimente della guerra come risuonava ottocento anni fa, ma gli uomini coprono quella voce e tornano periodicamente feroci, mentre la mansuetudine che lo distingueva è una parola perduta. Anche la parola creato, così poetica, viene relegata fra le cose della religione, quando invece è l’altro nome dell’universo, anzi, di quell’armonia del cosmo in cui la specie Homo ha costruito il suo nido. Francesco ha capito l’essenza del nostro mondo e la sua bellezza, che ha cantato in poesia rivolgendosi con gratitudine al Creatore.
Anche Mancuso, uno scienziato, ricorda il Cantico di Francesco
Un altro libro, singolare nella sua struttura, lo ha scritto lo scienziato Stefano Mancuso che è partito dal Laudato sie mi’ Signore per scrivere e arricchire con disegni propri un’opera bellissima e impegnativa che ha intitolato Il cantico della terra, editore Laterza 2025. Nel Prologo, l’autore ricorda che il cantico, “Il testo poetico più antico della letteratura italiana, è un salmo di lode alla creazione, una preghiera, un inno alla vita e, allo stesso tempo, un manuale pratico – il primo, in effetti – sulla vita del nostro pianeta”.
Se Francesco diventa anche divulgazione scientifica

Dopo l’invocazione rituale all’Altissimo, il testo si apre con le lodi nella lingua originale: “Laudato sie mi’ Signore cum tucte le tue creature…” Partendo da quel poemetto ispirato, il professor Mancuso lega al tempo presente il messaggio francescano, lo interpreta e lo sviluppa profondendo nella narrazione la sua competenza scientifica. Ogni capitolo si apre con la citazione di una lauda e ne sviluppa il tema: scava e rivela, documenta e giudica, confrontando la realtà con la poesia. Così messor lo frate Sole, come sora Luna, ecc., aprono visioni in cui l’alta divulgazione diventa suggestiva meditazione.
Camminando s’impara

Ho letto su “Internazionale” che un gruppo di liceali, accompagnati da cinque adulti (insegnanti e guide) stanno vivendo l’anno scolastico on the road: cioè camminano dalla Valle d’Aosta fino all’estremo Sud. Studiano e scoprono l’Italia, quella dei sentieri e dei cammini storici: un’esperienza straordinaria in plein air, fuori dalla scuola, nel senso di edificio, ma dentro una scuola che vive il sapere classico mentre il gruppo si muove nel paesaggio, fra geografia, storia, arte e incontri.
La storia insegna a conoscere camminando

Lo studio della storia ha insegnato a quei ragazzi che l’umanità ha acquistato conoscenza di sé nel mondo mettendosi in cammino. Fin dagli albori della civiltà, l’Uomo è stato un migrante, allargando il proprio orizzonte di tappa in tappa. Oggi i nostri studenti rinnovano l’avventura camminando sulle orme “degli antichi padri”. I tratturi, come i sentieri dei pellegrini, hanno favorito la scoperta degli altri uomini, e i commercianti sono stati gli apripista verso il riconoscimento reciproco, lo scambio di oggetti, di parole e di creatività.
Non confondiamo il loro cammino con le marce degli eserciti

Non ignoriamo certo le marce degli eserciti, ma qui oggi parliamo solo di questi giovani viandanti portatori di un messaggio fondato su una sana curiosità intellettuale legata al sapere, alla pace, al rispetto dell’Altro. Va detto, inoltre, che ognuno di loro scopre in questo viaggio il valore civile di camminare insieme verso una meta condivisa. Questo rafforza i legami interpersonali in contrasto con la mala filosofia dell’individualismo esasperato che caratterizza il clima socioculturale dei nostri giorni.
Camminando scoprendo se stessi

Se poi vogliamo ascoltare la voce della saggezza antica, possiamo ricordare che i cammini terrestri hanno sempre un parallelo con il cammino interiore, cioè un viaggio dentro il mondo che chiamiamo “IO”.
Aggiungo un ricordo personale

Il primo viandante che ho visto era un povero mendicante che passava di paese in paese nelle campagne del Polesine. Erano gli anni cinquanta dell’altro secolo. Di età indefinibile, vestito poveramente senza essere straccione, parlava pochissimo. Portava sulla spalla un sacchetto di stoffa dove metteva il pane che raccoglieva per via. Non chiedeva altro. Qualcuno gli offriva un piatto di minestra. Non si sapeva da dove venisse. Lo si chiamava Nini del Luni, perché nel nostro paese appariva di lunedì. Non era mai triste, e camminava leggero.
Messaggi

(poesia)
Sul vecchio muro deserto
qualcuno stanotte ha scritto
una grande parola, una sola e rossa
come il fuoco di un tramonto.
NOSTALGIA.
Strano messaggio che frena
i passi dei curiosi, li interroga
e non risponde alle perplessità.
Si passa oltre gravati
di domande sospese nel sole.
L’ignoto ha dato alla notte
il suo segreto: rimpianto, forse?
Un artista ha scritto: ”nostalgia
è non avere una patria nel tempo”.
Quel messaggio silenzioso lanciato
nel buio del presente
era forse destinato a noi?
Anonimo 26








































































San Francesco, fortemente divisivo, perchè non si schiera mai da una parte perchè schierarsi da una parte vuol dire rifiutare l’altra parte, cioè l’Altro; va al centro di ogni problema: AMARE. Chi Ama non rifiuta l’altro, ma gli va incontro, lo cerca, gli parla, lo guarda da vicino, si interessa a lui, SI SACRIFICA PER LUI, PER IL SUO BENE. Esattamente come ha fatto il suo Maestro: “…da questo conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri… come io ho amato voi” Gv. 13,35 – E come ci ha amati? “…Gesù, sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.! Gv. 1,1 …fino alla fine, cioè fino alla morte e … alla morte di Croce!!! Pazzia? Una vera Pazzia, considerata tale, MA è una Pazzia CHE SALVA!!!