Alla Black Light Gallery di Padova, dal 28 febbraio, la fotografa e artista milanese Donatella Izzo presenta Not here to be seen, mostra personale a cura di Fabio Cosentino che ripercorre oltre dieci anni di ricerca sul volto e sull’identità femminile nell’arte contemporanea. Il progetto espositivo nasce dalla serie No-portraits, nucleo centrale della sua produzione, sviluppato come gesto di rottura nei confronti dell’idea tradizionale di ritratto e dell’immagine levigata imposta dalla cultura visiva contemporanea. Nelle opere della Izzo il volto non serve a riconoscere ma a percepire: diventa soglia fragile tra essere e apparire, spazio attraversato da tensioni interiori, imperfezioni e memoria del vissuto.
Donatella Izzo e la sua ricerca

Non è un semplice espediente formale. La ricerca dell’artista si colloca in una riflessione più ampia sul modo in cui lo sguardo costruisce l’identità. Nella tradizione occidentale la figura femminile è stata spesso mediata prima dalla visione che dal riconoscimento, trasformata in immagine più che in presenza. Interrogare il volto significa quindi interrogare anche il nostro modo di guardare: lo spettatore non è più sovrano, ma coinvolto in una relazione.
L’anti-ritratto

Izzo definisce la sua pratica “anti-ritratto”. Non ricerca la somiglianza né la perfezione, ma una verità instabile e vulnerabile. Ogni opera nasce da una fotografia che viene fisicamente trasformata attraverso abrasioni, tagli, velature, stratificazioni di colore, polveri, gesso e inchiostri. Solo quando questo equilibrio precario raggiunge una rivelazione, l’immagine viene nuovamente fotografata, fissando ciò che per natura sarebbe effimero. Il risultato non è la rappresentazione di un volto ma la traccia di un accadimento. L’assenza diventa rivelazione: cancellare i lineamenti non è un atto distruttivo, ma una forma di protezione dell’identità. In un’epoca dominata dalla sovraesposizione del sé, l’artista rivendica il diritto al segreto come ultima forma di libertà individuale. Come sottolinea il curatore Fabio Cosentino, il volto diventa «evento relazionale che interpella, un’immagine che non possiede ma rende percepibile l’inafferrabilità dell’altro». Chi guarda non osserva soltanto: partecipa.
Il paradosso della bellezza per Donatella Izzo

Al centro della serie emerge una riflessione sulla bellezza come esperienza soggettiva e non standardizzabile. L’imperfezione diventa valore identitario e atto di resistenza culturale contro l’omologazione estetica. Izzo opera una sorta di “chirurgia dello sguardo”: sottrae invece di aggiungere, nega l’immagine per restituirne la presenza. La fotografia, tradizionalmente legata alla registrazione del reale, viene tradita dall’intervento manuale e trasformata in oggetto pittorico e materico.
Dal volto alla natura: PostEden

La mostra introduce anche il nuovo progetto PostEden, dove la riflessione si sposta dall’umano alla natura. Non un ritorno a un paradiso perduto, ma un ecosistema riscritto: organico e artificiale convivono in una nuova forma di esistenza. La natura non elimina la tecnologia, la metabolizza. È una riconciliazione dopo la frattura, una visione di futuro in cui l’uomo non scompare ma viene inglobato in un equilibrio più complesso.
Il percorso di Donatella Izzo

Donatella Izzo (1979) vive e lavora a Milano. Formata all’Accademia di Belle Arti di Brera, ha sviluppato una ricerca che unisce fotografia e pittura. Dopo i primi riconoscimenti — tra cui il Premio Morlotti e il Premio Parati — ha progressivamente elaborato una tecnica materica basata su interventi diretti sullo scatto fotografico. Nel 2016 nasce il progetto No-Portrait, mentre parallelamente realizza il ciclo fotografico The Dreamers, esposto a livello internazionale e selezionato nel 2020 dalla Fondazione Cariplo per una personale alla Fabbrica del Vapore di Milano. Nel 2024 le è stata dedicata un’antologica al DAV di Soresina; è inoltre presente nelle principali fiere di fotografia contemporanea, dal MIA Photo Fair di Milano a The Phair di Torino.
Con Not here to be seen, la Black Light Gallery offre uno sguardo complessivo su una ricerca coerente e radicale che mette in discussione il concetto stesso di ritratto: il volto non è più immagine da osservare, ma esperienza da attraversare — e, forse, responsabilità da assumere.

















































































L’immagine cattura ma la soggettività di chi osserva ne trae le “emozioni”.