Un tuffo che ti può cambiare la vita. Siamo nel giugno del 1983. Il caldo tanto atteso dopo un inverno rigido è arrivato. Spiaggia di Copanello o Copanello di Staletti, definita la Perla dello Jonio catanzarese. Un gruppo di amici non perde l’occasione di passare una giornata in piena libertà, all’aria aperta, in uno dei tanti magnifici luoghi della nostra meravigliosa Penisola. Roberto ha voglia di farsi un bagno: e come dargli torto è a dir poco invitante quel mare dai colori celeste chiaro e turchese che sembravano usciti dal libro di una favola. Prende la rincorsa dalla riva, complice un’onda, si tuffa e va ad impattare contro una duna di sabbia. Compressione midollare, i medici sostengono che probabilmente non avrebbe camminato più. Per fortuna tutto si risolse al meglio. Grazie a terapie e un lungo lavoro Roberto proseguì la sua vita camminando leggermente claudicante. “Sono delle cavolate che paghi” dice ancora oggi Roberto Bacchin, classe 1954, padovano di Tombolo ex mezz’ala destra dal piede tecnico che finì la sua carriera a 29 anni quando militava nel Catanzaro.
A proposito Bacchin, senza quel tuffo come sarebbe stata la sua carriera?

“Stavo per concludere la stagione con la maglia del Catanzaro in serie A ed eravamo retrocessi. Avevo già un accordo preliminare con il Padova che aveva appena conquistato la serie B con il presidente Ivo Antonio Pilotto che è anche lui del mio paese.”
Partiamo dall’inizio. A 18 anni è a Belluno, quindi a Rimini. A 21 il grande salto in maglia granata proprio l’anno dell’ultimo scudetto conquistato dal Toro. Lei scenderà in campo una volta per cui può fregiarsi di quel tanto agognato tricolore.

“Mi portarono in panchina a San Siro contro l’Inter. Ho esordito contro il Cagliari 2 maggio 1976 finita 5-1 per il Torino. Forse quella squadra non era accreditata alla vittoria finale. Ma era un gruppo straordinario con un allenatore Gigi Radice già moderno all’epoca. Aveva una marcia in più rispetto agli standard di allora. Si praticava il calcio olandese. Faceva già il pressing anche se non si chiamava così!”
Bacchin, che ricordi ha di quella splendida annata?

“Noi giovani si andava in ritiro prima. Ho vissuto qualcosa di straordinario. Tutti bravi, Eraldo Pecci era bravissimo, furbo, scaltro e un giocatore di grande personalità. Oggi mi ricorda, anche se è difficile fare paragoni con un calcio completamente cambiato, Modric, non un gran fisico ma sapeva già prima quello che doveva fare, molto intelligente”.
Dopo Torino, Novara e Foggia. Quindi ritorno in serie A in Friuli: Udinese 1981-82, squadra rinforzata per non soffrire…

“E direi competitiva. A tre domeniche dalla fine salvi. Stagione propositiva. Bellissimi ricordi la mia prima vera stagione di serie A. Allenatore Enzo Ferrari, nato a livello di settore giovanile. Molto bravo, di gavetta ne aveva fatta. Era uno che pedalava…”
Bacchin, l’allenatore che più le ha lasciato un segno chi è stato?


“Radice sicuramente. Ma non dimentico Enrico Catuzzi a Bari, uno che quasi mezzo secolo fa aveva già cambiato il calcio, con la zona che poi diventerà standard nel calcio che verrà”.
1982-83 si resta in serie A, Catanzaro. La squadra calabrese da anni nella massima serie, una della provinciali terribili: purtroppo però quell’anno coincise con la retrocessione. I motivi?

“Semplice, avevano smembrato un gruppo forte. Sciolsi il contratto con l’Udinese e me ne pentii anche se a Catanzaro mi dissero che avrei giocato. Se ne andarono Antonio Sabato, Carlo Borghi Massimo Mauro e Massimo Palanca. Tanta roba…e non furono adeguatamente rimpiazzati”.
Bacchin, il più forte con cui hai giocato?

“Gianni Inferrera del Belluno un centravanti che ti cambiava la partita, un calciatore straordinario in serie C. Militò anche in serie B”.
Il calcio di oggi le piace?

“Direi di si. A parte di Var che è troppo meccanico e sta facendo diventare il calcio una sorta di intelligenza artificiale”
Dopo aver appeso le scarpette al chiodo Bacchin ha allenato per ventidue anni dalle serie C alla D in Lombardia e Piemonte. Gestisce un negozio di abbigliamento in centro a Novara, la città che lo ha adottato. “Mia moglie è novarese a qui si sta benissimo” conclude.
















































































