Dal 28 gennaio, la Fondazione Musei Civici di Venezia, espone negli spazi del Museo Fortuny la mostra Antonio Scaccabarozzi Diafanés. A cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina, è un progetto espositivo di ampio respiro che trova nella città lagunare non solo una sede prestigiosa, ma un vero e proprio interlocutore concettuale. Venezia, con la sua storia di stratificazioni visive, di luce riflessa e di materia attraversata dall’acqua, si conferma ancora una volta come contesto privilegiato per accogliere un’esposizione di questa caratura, capace di dialogare in profondità con l’architettura, il clima percettivo e la memoria culturale della città.
Scaccabarozzi al Fortuny

La mostra è dedicata a una delle ricerche più rigorose e singolari dell’arte italiana della seconda metà del Novecento, mettendo in relazione l’opera di Antonio Scaccabarozzi con la figura e l’eredità di Mariano Fortuny. Il confronto non procede per analogie formali, ma per affinità strutturali e concettuali: entrambi concepiscono l’opera come spazio di attraversamento, come esperienza fisica e sensibile, come luogo in cui lo sguardo non si posa ma si muove, si perde e si ritrova.
Scaccabarozzi

Conosciuto soprattutto per le ricerche pittoriche degli anni Settanta, in cui il calcolo aritmetico si intreccia a cromie, misure e progressioni, Scaccabarozzi elabora nel tempo un linguaggio visuale radicalmente inedito. La sua ricerca approda a membrane traslucide e trasparenti — fogli di acetato e polietilene — che trasformano l’opera in un dispositivo percettivo, in un ambiente da esplorare più che in un oggetto da contemplare. Si tratta di lavori che interrogano in modo profondo il rapporto tra architettura, osservatore e opera d’arte, esercitando un’influenza duratura su generazioni di artisti contemporanei.
Venezia

E’ proprio Venezia, città da sempre sospesa tra solidità e dissolvenza, tra pieno e vuoto, a offrire il contesto ideale per questa riflessione. Le superfici diafane di Scaccabarozzi trovano una risonanza naturale nelle atmosfere della laguna, nella luce mutevole che filtra e si rifrange, nei palazzi che sembrano emergere dall’acqua come apparizioni. In questo senso, la scelta del Museo Fortuny non è neutra: Palazzo Fortuny, luogo di sperimentazione artistica e laboratorio di visioni, diventa parte integrante del progetto espositivo, amplificandone il significato.
Visionario inventore di tecniche destinate a rivoluzionare il rapporto tra corpo, paesaggio e materia, Mariano Fortuny è ricordato per aver modificato l’idea stessa di abito attraverso la plissettatura e l’uso innovativo dei tessuti. Come Scaccabarozzi, anche Fortuny può essere considerato un “tessitore colto”, attento alle qualità della trasparenza, della leggerezza e della stratificazione. Entrambi affidano le loro opere allo sguardo e all’esperienza del pubblico, chiedendo implicitamente di essere attraversate, osservate, guardate attraverso i loro diversi livelli, in una contemplazione carica di poesia.
Perché Diafanes

Diafanés rimanda proprio alla qualità dei corpi che si lasciano attraversare dalla luce e offre una chiave di lettura trasversale dell’intero progetto. Il percorso espositivo si articola attraverso circa venti opere, includendo due interventi pensati in dialogo diretto con le collezioni permanenti del museo. Completano la mostra una sezione dedicata al rapporto tra la ricerca di Scaccabarozzi e il design contemporaneo — con una creazione della stilista Maria Calderara — e un progetto inclusivo rivolto a persone ipo e non vedenti, realizzato dall’Archivio Antonio Scaccabarozzi in collaborazione con l’Istituto dei Ciechi di Milano. Il progetto è inoltre accompagnato da attività di mediazione e da un public program interdisciplinare.
Il valore di Scaccabarozzi

Nel contesto veneziano, la mostra assume un valore ulteriore per il legame storico dell’artista con la città. Scaccabarozzi fu rappresentato dalla Galleria del Cavallino e partecipò attivamente al ‘milieu intellettuale veneziano’, il ‘rifugio’ di artisti e letterati durante il conflitto e fulcro di rinnovamento artistico del secondo dopoguerra. Oggi Venezia gli restituisce una posizione centrale, ospitando per la prima volta una mostra capace di ricostruire in modo organico il dialogo tra la sua opera e la città. Le sue superfici leggere, instabili e mutevoli sembrano rispondere alle stesse logiche percettive che regolano l’esperienza veneziana: il tempo dilatato, la percezione instabile, il continuo mutare della luce e dello spazio.
La vita e l’opera

Esponente di una ricerca pittorica analitica e concettuale, Antonio Scaccabarozzi ha sviluppato in oltre quarant’anni di attività un linguaggio coerente e radicale, volto ad analizzare i fondamenti del visivo attraverso un’indagine fenomenologica e matematica del colore nello spazio dell’accadimento pittorico. Dopo le esperienze di area neo-concreta e programmata degli anni Sessanta e le ricerche analitiche degli anni Settanta, l’artista approda a una maturità espressiva in cui rigore concettuale e tensione lirica convivono: il dipingere diventa un confronto costante tra misura e libertà, progetto e aleatorietà, calcolo ed emozione.
L’evoluzione dell’artista

A partire dagli anni Ottanta, cicli come Quantità libere, Polietileni, Banchise ed Ekleipsis segnano un passaggio decisivo. L’adozione del polietilene come medium privilegiato trasforma la superficie pittorica in una membrana diafana ed eterea: non più semplice supporto, ma campo operativo in cui la pittura si ridefinisce come evento, processo e relazione nello spazio. Tagliato, piegato, stratificato o lasciato floscio, il polietilene diventa opera autonoma, spingendo la riflessione sul limite della visione, sul recto e verso dell’immagine, sulla sua estensione ambientale.
Unione tra opere e Palazzo

Come affermava lo stesso artista: «L’idea è di porre l’opera nella zona-limite di forze contrapposte, dove la tensione che si instaura fra la configurazione dell’oggetto e lo sguardo che l’oltrepassa carica questa idea di vitalità». In questa prospettiva, le opere esposte — sospese o adagiate nello spazio — instaurano una relazione attiva con l’architettura di Palazzo Fortuny e con il corpo del visitatore, chiamato a un’esperienza del vedere che si costruisce attraverso l’attraversamento, lo spostamento e la durata.
Palazzo Fortuny ricerca e sperimentazione

Con Antonio Scaccabarozzi. Diafanés, il Museo Fortuny ribadisce il proprio ruolo di luogo di ricerca e sperimentazione, confermando Venezia come scenario imprescindibile per la grande arte contemporanea. Una città che, più che fare da cornice, diventa sostanza stessa dell’esperienza espositiva, amplificando il senso di un progetto che invita a riflettere sui limiti e sulle potenzialità della percezione visiva.















































































