“L’uomo migliore eletto nel modo peggiore”, commentò il Times a fine anno 1964 quando il socialdemocratico Giuseppe Saragat fu eletto Presidente della Repubblica Italiana dopo 21 scrutini. Si era votato anche a Natale e a Santo Stefano. Per evitare di ripetere l’errore, questa volta si è raggiunto in una settimana un accordo che poteva essere fatto ancora prima di andare a votare. Ossia il bis di Mattarella.
I dati di fatto che hanno portato al bis

Si sapeva benissimo che questo Parlamento aveva tre grandi minoranze e nessuna maggioranza, che era difficile smuovere Draghi dal posto di premier perché ci sono troppe cose da fare, un mare di miliardi di euro da distribuire per rilanciare l’Italia, e l’Europa con gli occhi puntati. Non si può sbagliare, specie se si è tra i Paesi col più alto debito al mondo.
Quanto durerà il bis?
Così non restava che chiedere a Mattarella di rimettersi in gioco per un bis che non si sa bene quanto potrà durare, comunque oltre la scadenza della legislatura e del Governo. Sarà probabilmente il nuovo Parlamento a eleggere il nuovo Presidente.
Ma questo è ciò che l’Italia politica è riuscita a fare e, a dire la verità, è stata la soluzione più seria e sana. L’errore è stato arrivarci così in ritardo, logorare la gente, dare un’impressione non buona della classe politica e della classe dirigente che non è riuscita a esprimere una candidatura all’altezza del momento. Si rischiava un’altra volta di eleggere il migliore nella maniera peggiore.
I vantaggi del bis di Mattarella
Che Sergio Mattarella si sia rimesso a disposizione del Paese è, in questa situazione, una notizia più che buona. Abbiamo un Presidente voluto da quasi tutti, stimato da tutti, capace di parlare all’Italia e al mondo e di essere ascoltato. Per la stampa americana è stato il guard-rail che ha evitato che la democrazia parlamentare uscisse di strada.
Abbiamo mostrato il peggio

Si era partiti col freno tirato e con troppi convinti di spaccare le montagne, tanti si sono spacciati come mediatori infallibili, altri come portatori di solidità e di voti che non avevano. Si è perso tempo rimediando figuracce, deprimendo la democrazia, dando un’immagine sbagliata del Parlamento, riducendo la classe politica a una poltiglia incontrollata e incontrollabile. C’è chi ha seguito ambizioni immotivate e bruciati candidati rispettabili. Abbiamo mostrato il peggio della politica mentre occorreva il meglio. Si sono sentite parole inutili e che poco avevano a che fare con la politica.
Casini, un’eccezione

A dire il vero, l’unico discorso realmente politico è stato quello di Casini quando ha invitato a non votarlo e a spingere per la rielezione di Mattarella. A dimostrazione che la buona politica, o perlomeno quella seria, non s’impara dalla mattina alla sera, è frutto di esperienza e di studio. La politica è una professione non un mestiere improvvisato. Una volta c’erano le scuole, adesso basta un profilo sui social.
Un bis non per tutti
La politica non è da tutti. Anche se adesso tutti diranno che hanno vinto, forse è andata meglio alla sinistra che ha giocato di sponda, perché il pallino lo teneva la destra con Salvini. E’ giusto anche ricredersi sui Cinque Stelle, forse Di Maio più che Conte, perché si è mostrato sempre ostinato a votare Mattarella anche quando la direttiva del movimento era scheda bianca. E dare atto di dignità a Berlusconi prima con la rinuncia, poi con la spinta a Mattarella.
Ci è andata bene

Ne siamo usciti fortunatamente bene, anche se è la seconda volta che si ricorre al bis di una Presidenza. Mattarella ha mostrato un senso dello Stato notevole. Chi ha tardato a capirlo, di buon senso ne ha mostrato pochissimo. La rielezione di Mattarella è la soluzione più facile e insieme la più utile per l’Italia. Necessaria, come la permanenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi, in un momento nel quale l’economia rallenta, l’enorme aumento dei costi energetici minaccia la ripresa e rischia di gettare nel panico l’impresa e le famiglie e di travolgere i consumi.
Non potevamo permetterci altri ritardi, altre brutte figure internazionali. Senza dimenticare la pandemia che ha condizionato le scelte della politica, i conti pubblici, gli umori della gente.
Come si è visto niente di nuovo sotto il nostro sole
A chi ha gridato allo scandalo perché si votava troppe volte, a chi storceva il naso perché dalle schede emergevano nomi strani, a chi si strappava i capelli per questo o per quel candidato fulminato prima ancora di apparire, basterebbe un ripasso della nostra storia repubblicana.
C’è troppa approssimazione in giro, anche nell’informazione
Una deriva a tratti scandalistica, la ricerca dell’effetto anche dove non ci può essere, lo scavare in terre che non sono solide. Se ci avete fatto caso nei dibattiti in tv un paio di buoni giornalisti che di elezioni ne avevano visto tante sono stati in grado di fare previsioni corrette, di non scandalizzarsi per poco, di capire come sarebbero andate le cose. A seguire certi dibattiti, le dirette interminabili fatte di parole spesso vuote, non si capiva nulla o non si voleva far capire.
Facciamo una controprova a questo bis

Si è urlato perché si prevedevano troppi scrutini. In tutta la storia repubblicana al primo scrutinio sono stati eletti soltanto Francesco Cossiga nel 1985 e Carlo Azeglio Ciampi nel 1999, entrambi con più del 70% dei voti. Gli altri presidenti hanno richieste molte votazioni. Giuseppe Saragat fu eletto dopo 21 scrutini il 28 dicembre 1964 con 646 voti su 963 e solo dopo che la sinistra si compattò e la Dc non si mise di traverso.
Luigi Einaudi nel 1948 e Giovanni Gronchi nel 1955 furono eletti al quinto scrutinio, per Gronchi votò il 78% dei grandi elettori. Per Antonio Segni nel 1962 ci vollero 9 votazioni e il concorso della destra, per Giovanni Leone nel 1971 ce ne vollero ben 23 e i voti del Msi determinanti per superare la metà. Sandro Pertini fu Presidente alla sedicesima votazione, anche se il consenso superò l’ottanta per cento dopo che una Dc sotto pressione fece convergere i voti.

Oscar Luigi Scalfaro nel 1992 attese il sedicesimo scrutinio per essere proclamato, ma dietro quel Parlamento scosso c’erano stati la strage di Capaci e quella di via Damelio e c’era già la bomba Tangentopoli.
Giorgio Napolitano ce l’ha fatta al quarto voto nel 2006, e per il bis nel 2013 sono stati necessari sei turni. Quattro anche per Sergio Mattarella nel 2015. E otto per il bis.
Otto votazioni, come si vede, sono meno della media. Dove era lo scandalo?
Un bis che ha fatto anche sorridere

Altre urla per i nomi usciti dalle urne, grida di lesa maestà parlamentare, di profanazione dello Stato. Ma è dalla prima volta che nelle schede appaiono nomi di personaggi estranei alla politica, spesso nomi di attori, sportivi, divi della televisione, nomi storici, nomi di fantasia.
Sono stati votati in passato Zoff, Trapattoni, Mancini, Totti che non aveva nemmeno l’età per essere eletto, ma anche Bartali e Coppi e Paolo Rossi. Hanno avuto voti Mike Bongiorno e Pippo Baudo, Bruno Vespa e Piero Angela, Magalli, Banfi, Barbara d’Urso… Ha avuto in passato un voto Ceto Laqualunque che era il personaggio con la quale Antonio Albanese dissacrava la politica. Francesco Guccini ha avuto quattro voti; per restare alla canzone, anche Celentano e Morandi. Uno pure al pornoattore Rocco Siffredi, il made in Italy va sempre tutelato.
Una volta fu letta una scheda che diceva “nano maledetto non sarai mai eletto”, evidentemente rivolta a un potente leader di altezza non da corazziere.
Dov’è la novità dei nomi usciti in questa elezione per farne un esempio in assoluto negativo?
Prima dei bis guardiamo un po’ di storia
Anche per le schede in più o segnate ci sono precedenti notevoli. Nel 1948 il monarchico Giovanni Alliata di Montereale stracciò pubblicamente la sua scheda per non votare il liberale Luigi Einaudi. Quando venne eletto il democristiano Gronchi, dai banchi del Pci Giancarlo Pajetta e Velio Spano mandarono un commesso con un bicchiere di Cynar per il presidente del Consiglio Scelba: quest’ultimo era della componente conservatrice della Dc, il nuovo presidente dell’ala progressista. Un amaro per sottolinearlo, e ancora il Cynar non era efficace contro il logorio della vita moderna.
Schede precompilate e franchi tiratori

Quanto alle schede precompilate ne furono sorprese alcune in mano a senatori per l’elezione di Antonio Segni, c’era paura che qualcuno si tirasse indietro. Un deputato democristiano commentò: “Bisognerebbe votare nudi”.
Infine, i “franchi tiratori”, che poi sono quelli che fanno mancare il voto al candidato della loro parte, ci sono sempre stati e hanno sempre condizionato ogni elezione. Carlo Donat Cattin potente ministro della Dc diceva che per eliminare un candidato al Colle ci vogliono tre armi: “Pugnale, veleno e franchi tiratori”.
Il bis di Mattarella e gli impallinati

In passato sono stati impallinati candidati di altissimo livello: Fanfani, Moro, Leone (successivamente sarà eletto), Andreotti, Nenni, Prodi… La Casellati ha precedenti illustri. Anche in queste elezioni i pugnali, i veleni e i franchi tiratori non sono mancati.
Un bis annunciato. E preso un po’ in giro
Tutto come sempre, a studiare la lezione del passato si sarebbero capite molte cose. In fondo, se i bookmaker pagavano così poco per la rielezione di Mattarella una spiegazione ci sarà pure. E per toglierci un sorriso, non sono mancate le vignette con il presidente bis che scappa dalla finestra o con i capelli lunghi al grido “la prima presidente donna”.











































































