La farfalla non conta gli anni ma gli istanti: per questo il suo breve tempo le basta. Tagore (1928). Dunque, c’era una volta a Roma – e c’è ancora oggi – una bambina chiamata Elisabetta, volubile e generosa, che viveva nella storica villa Bohl circondata da un grande parco nel centro della città. La bambina era bella e intelligente, ma incostante come il vento di marzo, tanto che ogni mattina non solo si cambiava l’abito ma anche il nome. Insomma diciamo che, per vanagloria, indossava una personalità diversa secondo il vestito che sceglieva. Di nomi ne aveva una bella scorta: Lisbeth, Lizzy, Lisi ecc.
La vanagloria messa in dubbio da una visione

Un bel giorno, verso l’imbrunire, Lizzy stava ripassando a memoria L’Infinito di Leopardi mentre camminava svogliatamente nel parco, quando ha assistito alla prima apparizione di un essere volante che avrebbe sconvolto le sue giornate future. Fra le ombre di una vetusta quercia dalle ramificazioni imperiali (così la chiamava il nonno di Elisabetta, il professor Arminio Bohl), il suo occhio curioso ha captato il passaggio veloce di un volatile dai colori splendenti. Quel modo di volare e la forma delle ali non si erano ancora visti nel parco: una ghiotta novità che si inseriva nel tran tran. Non c’è stato tempo per osservare l’apparizione con calma: è sparita nel folto, e ha lasciato la bambina stupefatta e insoddisfatta.
La vanagloria si accende nel sogno

Sperando di rivederla, Elisabeth si è appostata dietro un cespuglio: ma è calata la notte e quell’essere alato non si è più fatto vedere. Quella stessa notte, però, Elisabetta è stata visitata da un sogno straordinario, meraviglioso. Ecco che cosa ha sognato. Era nel parco, nei momenti fatati dell’alba, quando i raggi del sole si posano amorevolmente su ogni cosa: foglia, fiore, spigolo di casa, muro, acqua, ragnatele. E trattiene tutto per pochi minuti, a volte pochi secondi, come dentro una nuvola trasparente color pesca. Lei era lì, perfettamente consapevole, quando ha visto l’essere volante uscire dall’ombra e venirle incontro a mezz’aria: una farfalla, ecco cos’era! Sì, ecco l’apparizione in carne e ossa, cioè in corpo e ali, ma cento volte più grande delle farfalle che frequentavano il parco, vestita di colori fosforescenti, blu e oro, rosso e rosa, con ricami sulle quattro ali.
Quella vanagloria che si rompe e ti tiene attaccata al sogno

Ah, no, non esistevano farfalle di quelle dimensioni. Non a Roma, certamente. Le sorprese, nel sogno, sono continuate. L’insetto gigante, – un lepidottero come avrebbe potuto leggere nella Garzantina – si è posato su un ramo sporgente, ha guardato la bambina negli occhi e ha cominciato a parlarle. Proprio così. “Ciao”, ha detto la Grande Farfalla. Oddio, una farfalla parlante? Era veramente troppo. Eppure, la ragazzina non ne è rimasta scossa, e non si è svegliata, anzi si è tenuta il suo sogno, perché sapeva benissimo che i sogni sono fatti di queste meraviglie, impossibili nella vita da svegli. Fermiamoci un momento e spieghiamo subito un particolare: Lisi non ha sentito la parola “ciao” con le orecchie ma l’ha sentita risuonare nella mente. Il che complica le cose anziché semplificarle. Ma lasciamo che il sogno finisca.
La vanagloria che non si arrende

“Scusa se sono entrata nel tuo parco senza chiedere permesso” ha detto la farfallona. “Ma non potevo più andare avanti, ero esausta, stavo fuggendo. Domani ti racconterò tutto. Adesso ho bisogno della tua amicizia: nessuno deve vedermi, capisci? Nessuno… Perché sono in pericolo. Ma tu mi puoi aiutare. Vero che lo farai? Giurami che manterrai il segreto!” “Te lo giuro” ha detto Elisabetta, d’un fiato. Ma proprio allora la farfalla è scomparsa dal sogno, svanita nel labirinto del parco. E la ragazzina si è svegliata. Furibonda. L’insetto era scappato via di nuovo, e senza chiederle il permesso: in fondo, quella era casa sua! “Ah, ma la prossima volta”, dice minacciosa, “vedrai, ti prenderò.”
In cerca della vanagloria perduta. Nel sogno o nella realtà?

La mattina dopo il sogno, Elisabetta si è munita di macchina fotografica e di reticella. Così ha cominciato a cercare nel parco. Non ha dovuto correre troppo lontano. Eccola ancora lì, nell’ombra del porticato vicino al gazebo, e agitava le ali colpite dai raggi del sole mattutino. Pareva che facesse ciao-ciao, anzi pareva che aspettasse proprio lei. Tanto è vero che l’ha salutata per prima. “Ciao” le ha detto, come nel sogno. Incantata, ha trovato il fiato per rispondere e ha detto semplicemente “Ciao”. E ha provato vergogna per essersi “armata” di reticella e subito se n’è liberata.
Io sono Vanagloria

Quella mattina è cominciato per loro un periodo di sfrenata libertà e di conoscenza reciproca. “Sono Vanagloria Splendida”, si è presentata la farfallona. “Ma che nome è? Il mio oggi è Lizzy”. “Devo raccontarti una storia” è stata la risposta della Grande Farfalla. Quella strana voce disincarnata risuonava nella mente di Lizzy e le provocava una specie di calore.
Ecco il suo racconto

“Ti ho detto nel sogno che sono fuggita, che sto fuggendo e mi sono rifugiata in questo parco. Devi sapere che io sono nata in un Laboratorio Segreto di Ricerca Biologica”, ha cominciato la farfalla. “Nelle caverne sotto il monte di Orvieto si fanno esperimenti eccezionali. C’è una città sotterranea con cento gallerie scavate nel tufo dove nascono tante altre creature sperimentali. Ce ne sono in giro, dovunque, e si tengono nascoste perché, beh, perché temono di essere catturate. Ma io credo di essere fra le più importanti, perché posso entrare nei sogni della gente, parlare nel loro cervello.”. “Ma sei scappata per questo?” ha interrotto Lizzy. “No, non per questa capacità”. E la farfalla ha continuato il suo racconto: ”Mi hanno chiamata Vanagloria perché mi specchiavo sempre. Ero consapevole di essere nata e mi cercavo dovunque ci fosse una superficie riflettente. Curiosa di me stessa, puoi capirlo? Ero sorpresa di essere viva.
Vanagloria di nome e di fatto

Cioè, quegli uomini e quelle donne in camice bianco dicevano che ero sapiens e che era giusto che io scoprissi la mia identità. Io non capivo tutto quello che dicevano, però li seguivo quando mi lasciavano volare per i corridoi sopra le loro teste.” “Ma tu,” le ha chiesto Lizzie, colpita da un pensiero improvviso, “sei femminile o maschile?”. “Oh, questo non me l’hanno detto. Però il nome è femminile, no?” “Già. Insomma: sei fuggita, hai detto. Perché?” “Domani te lo dirò. Adesso devo cercare il cibo e poi dormire, sono stanchissima e ho fame”. Un frullo delle grandi ali, e via. Per la terza volta, Vanagloria se n’è andata.
Il secondo incontro con Vanagloria

Unica consolazione di Lizzy, sapere che quella speciale creatura, sicuramente fatata, rimaneva a tiro di voce. Il secondo colloquio fra le due è avvenuto quello stesso pomeriggio. quando Vanagloria è uscita dall’ombra della cupola verdeggiante degli alberi più antichi e rari e le è arrivata alle spalle, e le sue belle ali hanno smosso l’aria e il suo odore ha investito la ragazzina in attesa. “Allora, dimmi. Ti hanno sequestrata, vero?”. “Sì e no” è stata la risposta, piuttosto ambigua. “Devi capire” ha chiarito la farfalla, “che io sono nata là dentro, si chiama nascere in cattività.” Ma, ecco la spiegazione per così dire scientifica: “Io sono il risultato di un esperimento” ha detto Vanagloria, “e come tale dovevo rimanere lì nell’Istituto. Ero trattata come un oggetto, per loro ero una cosa. Mi hanno fatto vivere nei sotterranei come le talpe: ma io sono una creatura alata, mi mancava l’aria aperta, non avevo il cielo, non avevo le nuvole!”
Tante curiosità

“Ma come si fa a vivere sotto terra?” “Si vive, aspettando di salire all’aperto” è stata la risposta. “Io sognavo i profumi dei giardini. Perché noi farfalle siamo amiche delle piante e dei fiori, soprattutto dei fiori.” “Eri sepolta!” “Diciamo che sopra di noi c’erano venti metri di roccia. Questo spiega molte cose, no? Mi mancava l’azzurro, capisci?” “Io capisco. Ma come facevi a sapere che il cielo è azzurro?” “C’era la televisione. La mia tutor mi faceva studiare al video il vostro mondo”. “E come hai fatto a liberarti?” “Questo è un segreto. Però adesso sono qui e posso dirti perché ho deciso di scappare.” “Sì, sì, racconta.”
Vanagloria ha paura e scappa

“La mia tutor, la dottoressa Alfa, che mi faceva le interviste tutte le mattine e le videoregistrava con la sua voce, un giorno mi ha avvertita che qualcuno voleva comprarmi. Non so se mi spiego. Ecco cos’ero diventata per loro, una merce: uno sceicco – si dice così? – uno che ha uno zoo nel deserto arabico, offriva un miliardo per avere me. Un giorno la mia tutor mi ha confidato che entro pochi giorni mi avrebbero consegnato al mio nuovo padrone. Allora ho preso la mia decisione. Avevo già studiato l’ambiente, e così, quella stessa notte, mi sono infilata nel condotto dell’aria e sono uscita all’aperto e mentre volavo incerta sulla direzione da prendere mi ha attirato un segnale luminoso che indicava “Roma”, un nome che conoscevo. Così mi sono tuffata in quella direzione, e sono arrivata qui, in questo labirinto verde pieno di profumi e di fiori”.
Vanagloria e Lisi; un’amicizia vera

Una sera, dopo quel colloquio, Vanagloria ha confidato a Lisi, ormai sua amica, un suo desiderio profondo: “Ho volato fino a Roma non solo per scappare da quelli là ma perché voglio incontrare il Papa.” “Cosa? Una farfalla che chiede udienza al Papa?”. “Non una farfalla, io! Io voglio parlare con lui e sarai tu a chiederlo per me.” “Ma cosa credi che possa fare una bambina? Poco più di una farfalla, direi.” Pausa. “Ma perché vuoi incontrare proprio il papa?”. “Voglio sapere se ho l’anima”.
Vanagloria minacciata

Proprio quella notte, in quelle stesse ore, i famigliari della bambina, che avevano scoperto la presenza del grande lepidottero, erano riuniti per decidere quale azione intraprendere perché temevano che quel contatto nuocesse in qualche modo alla loro Elisabetta. Alla fine della riunione, ovviamente segreta, avevano deciso di fare intervenire il servizio di disinfestazione del comune. Per fortuna, Vanagloria – che dormiva nella cameretta di Lizzy – ha intercettato i sogni del nonno Bohl. La scoperta del complotto per farla catturare le ha provocato uno choc! Un nuovo pericolo la minacciava, doveva agire subito, fuggire. Ma come comunicarlo a Lizzy senza svegliarla? Si è manifestata a lei in sogno come la prima volta: “Ciao, devo partire, sono di nuovo in pericolo”.
Un pianto sincero

Anche se stava dormendo, Elisabetta ha cominciato a piangere. “Ti vedrò mai più?” “Chissà” è stata la risposta. “Ma dove andrai?” “Lontano da qui, per il momento. Devo cercare un posto sicuro”. Elisabetta la vede, in sogno, volar via nell’aria blu di Roma e Lisi si aggrappa a quelle tre parole: “Per il momento…” L’indomani mattina, Lizzy cerca la sua amica: è ansiosa a causa del sogno. E la cercano ormai apertamente tutti i membri della famiglia, mentre aspettano la squadra di disinfestazione. Ma la bella farfalla non ricompare. Forse è morta, si dicono. Forse è andata a trovare qualche altro bambino, pensa Elisabetta. O, forse, si è rifugiata in Vaticano? Chissà. Certo che è volata via “come un angelo” mormora la piccola Lisi. “Per il momento”.
Domenica al Forte

(poesia)
Tutto era festa, proprio tutto,
anche nel cuore agé del poeta
e negli alberi, grandi e vibranti
con le chiome traforate
dai raggi del sole ancora estivo.
Anche loro, che sanno sussurrare
come fa il respiro della laguna.
Era festa nei bambini illuminati
gioiosamente dal sole catturato
dalle foglie, era nelle famiglie
in libertà. Era festa nel profumo
della cucina che si spandeva simile
ad un incenso laico nell’aria chiara.
La festa, tu dici, era miracolosamente
in tutti e in ciascuno, giovane, anzi bambina:
si respirava freschezza di futuro.
Anonimo 26









































































