Quando incontrò Papa Giovanni Paolo II nel 1982 a Castelgandolfo, assieme a tutti i suoi compagni del Verona, il Santo Padre lo guardò con dolcezza e gli disse: “Lei così giovane è il capitano?”. Il ragazzo arrossì e rispose con ironia: “Ormai se ne sono andati via tutti, sono rimasto solo io….”. In pratica quello con più presenze. Roberto Tricella era un leader sin da giovane, quando esordì a meno di 20 anni in serie A con l’Inter dove era cresciuto calcisticamente, ma l’esperienza in nerazzurro durò solo cinque partite in due anni. Non era quello il destino di questo ragazzo nato nella “terra dei liberi”, Cernusco sul Naviglio che diede i natali anche al grande e compianto Gaetano Scirea e Roberto Galbiati. Come i suoi illustri colleghi Tricella non iniziò la carriera da libero ma da centravanti di manovra e riusciva a mandare in gol i compagni. Ci penserà Cattozzo allenatore degli Allievi B dell’Inter a trasformarlo in libero. Gli disse: “ti vedo bene giocare lì”. E così fu.
Il ragazzo venuto da Cernusco sul Naviglio percorrerà una carriera costellata di successi in quel ruolo

Giocherà anche con il suo “idolo” in quel ruolo. Il “Gae” Gaetano Scirea per Tricella “giocatore da 10 e lode e anche di più”. Riuscirà anche a giocare da subentrato durante il derby di Milano contro il calciatore che ammirava fin da bambino, Gianni Rivera.
Tricella, dai 14 ai 19 anni all’Inter. Che periodo è stato per lei?

“All’Inter devo tutto loro mi hanno cresciuto. Con quella maglia diventerò libero. Agli albori mi beavo di uscire palla al piede, poi gradualmente mi sono evoluto a Verona dove c’è stata una evoluzione vera, ero un centrocampista aggiunto e riuscivo a spingere. Durante le partite riuscivamo a creare una media anche di nove palle gol”.
Verona, una città fondamentale per la sua carriera. Ci resterà otto anni, un periodo impreziosito da quello scudetto
“Ricordo che dovevo svolgere il servizio militare e l’allenatore Nando Veneranda che mi dava un programma settimanale. Nel 1981-82 conquistammo la serie A. L’anno dopo iniziammo a stento e arrivammo quarti conquistando l’accesso in Coppa Uefa. Per lungo tempo siamo stati al secondo posto. L’attaccante Nico Penzo disputò un campionato straordinario faceva gol e ci mandava in gol. L’allenatore Osvaldo Bagnoli diceva che la prima giocata doveva essere sulla punta”.
Quindi il tricolore fu costruito mattone dopo mattone…
“L’anno dello scudetto eravamo convinti di avere una buona squadra ma non di vincere il tricolore. Hans Briegel lo conoscevamo da terzino sinistro, Praeben Elkjaer Larsen lo avevamo visto nel corso dei campionati europei. Fondamentale l’intuizione di Bagnoli di schierare Briegel a metà campo. Larsen realizzò 11 reti e per un periodo rimase infortunato, il tedesco ne mise a segno nove da centrocampista senza battere i rigori. Alla base c’era una grande squadra. Per avere una grande squadra devi avere sette elementi base e potenziare la rosa”.
Dopo 255 presenze con la maglia gialloblù il salto a Torino sponda Juventus

“Ho avuto delle belle soddisfazioni. Primo anno non feci un buon campionato. Secondo anno benino, il terzo conquista del “Doblete” Coppa Uefa e Coppa Italia, in panchina il grande Dino Zoff. Una annata positiva quella squadra con due o tre innesti avrebbe potuto fare ancora di più. Certi cambiamenti non sempre si rivelano positivi”
Un Tricella c’è oggi in giro?
“Il ruolo del libero è stato snaturato da tempo. Ci sono i due centrali uno guida la difesa, qualche anno fa Leonardo Bonucci poteva avere alcune caratteristiche che ricordavano il sottoscritto vedi i lanci perfetti. Poi l’olandese Stefan de Vrij razionale e intelligente”.
Per undici volte il difensore lombardo ha indossato la maglia azzurra della nazionale maggiore. Appese le scarpe al chiodo Tricella si è staccato dal mondo del calcio. Nel dicembre scorso ha finito di lavorare con il Gruppo Immobiliare 2000 fondato con altri.































