Fra le parole che ci portiamo dentro e, si può dire “di cui siamo fatti”, alcune non riusciamo, o non vogliamo condividerle con gli altri, come del resto è nella nostra natura. Caratteri chiusi? Impostazioni ideologiche nei rapporti sociali? Povertà affettiva? Il motivo, o meglio i motivi più o meno riconosciuti, non negano, purtroppo l’evidenza. Ma le parole in generale hanno una loro autonomia e ci raggiungono capitando, come per caso, nei nostri discorsi e ci sorprendono: così dobbiamo riscoprirle. Il bello di questa ri-scoperta di parole che sono anche nostre (ma in letargo) non dipende da una scarsa volontà di usarle: sono lì, dentro ciascuno, ma è come se fossero incistate. Ma, obbietta il saggio, non tutti “dimenticano” certe parole che ci appartengono fin dall’infanzia, e per fortuna, aggiungo io, possono circolare nonostante chi le ha perdute. Questo pensierino è stato provocato da una parola leggera come una farfalla, cioè gentilezza.
Una parola dal significato profondo

Una parola che per il suo significato profondo assomiglia a un fiore i cui petali sono le altre parole che gentilezza attira a sé, quasi sinonimi. Sembra proprio che provenga da generazioni passate, da un altro costume, e la si pronuncia con un misto di sorpresa e di sfida. La ritroviamo in cronaca e la gustiamo con animo direi fanciullesco, quasi uscisse da un catechismo civile d’antan.
Bentornata parola

Bentornata, gentilezza, dice il poeta, proprio in questi giorni e mesi in cui i rapporti umani si sono incarogniti e lacerati. Ora quella parola riprende forza e coraggio: è un valore che l’uomo d’oggi e di domani può recuperare guardando nelle profondità della propria anima. Infatti se usiamo la gentilezza verso noi stessi, allora possiamo usarla anche verso gli altri. Non sta scritto che gli umani debbano essere gentili fra loro: nessun dovere, ma un atteggiamento spontaneo è ciò che fa della gentilezza uno slancio del cuore verso l’altro, un atto d’amore libero da incrostazioni ideologiche, da passioni politiche, da estremismi religiosi ecc. La gentilezza per vivere deve anzitutto essere conosciuta, diventare abitudine civile oltre che empatia, cura del prossimo chiunque sia. Direi che la possiamo chiamare anche pietas.
Una parola dal significato importante

La civiltà, dicono i saggi, non può funzionare senza l’uso volontario di quel grumo di sentimenti e di gesti, cioè la forza interiore che diventa azione fraterna, rispetto, in una parola compassione per le “ferite” altrui. C’è una premessa che prepara il gesto buono e gentile, cioè la consapevolezza che vivere è con-vivere. Questo spiega bene una frase di papa Francesco quando ha detto che gentilezza “è il linguaggio del cuore che abbatte ogni barriera”. Vivere, ci ricorda, è anche ascoltare le voci del mondo e rispondere con la delicatezza dei modi che sono espressione della gentilezza.
Una parola che non offende né ferisce

La gentilezza ha un serio rispetto delle parole: le sue non offendono e non feriscono. L’uso della gentilezza, in ogni sua forma, non richiede compensi né gratitudine: è un dono che ha un potenziale incredibile: rivoluziona la vita nostra e altrui.
La Torre di Augias

“Ma quando finisce la scuola?” Domanda che mi sono fatto l’altra sera dopo aver seguito il programma televisivo La Torre di Babele di Corrado Augias su La7. Contrariamente a quello che la parola Babele significa storicamente, quel programma non è dispersivo, per la semplice ragione che la Torre sta in mezzo al caos come un’isola nella tempesta: è babelica la realtà che ribolle attorno con il suo frastuono quotidiano.
Parlerò, dunque, della Torre di Augias così come parlerei volentieri della Torre di Pascal

Eretta nel turbinio biblico dei linguaggi impazziti, questa Torre è uno spazio simbolico e reale insieme, dove il padrone di casa ospita personalità d’eccezione, provenienti da ambiti diversi della cultura e, con affabile loquacità, le stimola a rispondere alle sue domande, anche civilmente provocatorie. Augias interroga i suoi ospiti su argomenti di interesse generale, ovvero di varia umanità. Gli ospiti di turno del programma dialogano con lui a tu per tu, uno per volta, senza che si crei il frastornante cicaleccio così urtante nei vari talk show.
Il piacere della Torre

La Torre mi piace perché è un luogo in cui il sapere viene setacciato da personalità selezionate per la loro competenza e il loro stile comunicativo, in sintonia con il conduttore, la cui signorilità è proverbiale. In quello spazio ospitale la nostra civiltà viene indagata, e direi celebrata, grazie al dialogo rispettoso e cordiale. Si può dire che la Torre di Augias è come una piccola università, un luogo speciale dove si manifesta la creatività intellettuale. Lo spettatore dovrebbe tenere a portata di mano un bloc notes per appuntare diligentemente almeno un’idea, qualche frase, a volte anche una sola parola che lo aiutino ad assimilare il contenuto delle interviste che mi appaiono come vere e proprie lezioni d’autore.
Torre e Scuola

Per questo all’inizio ho fatto la domanda sulla scuola, argomento di una recente serata del programma. È stato Giovanni Floris, noto conduttore televisivo nonché giornalista e scrittore, a sostenere che l’educazione continua oltre la scuola con altri mezzi di acculturazione, proprio come fa Augias con le “lezioni” dei suoi ospiti. Ci educhiamo leggendo libri, riviste, giornali, ci educano i musei, il cinema, i viaggi e lo fanno pure i filosofi, le canzoni, i concerti di musica classica, le mostre d’arte e la poesia. A proposito, Roberto Vecchioni ha portato nella Torre il suo ultimo libro di poesie Scrivere il cielo. In conclusione, quella Torre, a saperla interpretare, è un rifugio del Sapere del mondo che non va disperso babelicamente nel vento negativo del nostro presente, ma ruminato, assimilato. Vale la pena visitarla come scuola perenne della Realtà.
Un sorriso, una voce

(poesia)
a G.
Il sorriso timido e dolente
era il tuo saluto quando
sotto i portici della nostra via
uscivi dal recinto del tuo patire
e noi, ogni volta, eravamo presi dalla gioia
perché rinasceva la speranza (o l’illusione).
Fino a ieri.
Abbiamo nel cuore quel sorriso.
a don P.
Fuori da Sant’Antimo, vento e polvere
agitavano l’erba inaridita.
Ma dentro, nell’ombra del tempio
antico, la tua voce suscitava un’eco
di liturgie medievali care alla tua religiosità.
Nel ricordo di quel mattino
la tua voce è un canto senza tempo
che ancora ci risuona nel cuore.
Anonimo































