Domenica 16 maggio 1976: “mi trovavo dietro la porta dove c’era la vecchia Curva Maratona il tifo più caldo dei tifosi del Torino”. In quella domenica di mezzo secolo fa al vecchio Stadio comunale, non abbattuto ma ristrutturato che porta oggi il nome “Stadio Olimpico Grande Torino” dietro la porta c’era un ragazzo 21enne di Tombolo (comune dell’Alta Padovana che ha dato i natali a Ennio Doris!) che faceva parte di quella squadra che ventisette anni dopo la tragedia di Superga aveva riportato un tricolore nella città della Mole, rompendo, almeno per un anno, la supremazia dei cugini bianconeri. Era Roberto Bacchin.
Roberto Bacchin veniva dal Rimini

A scoprirlo fu Giacinto Delfino Ellena soprannominato Cinto, osservatore di successo delle squadra granata, che vide Bacchin alle finali Under 23 che si svolsero alla Pinetina sede degli allenamenti dell’Inter. Non dimentichiamo che il Torino è stato per decenni uno dei migliori vivai d’Italia.
Bacchin, che effetto le fece arrivare in quella squadra?

“Facevo parte della prima squadra, giocai da titolare quasi tutte le gare amichevoli estive in quanto Patrizio Sala era impegnato con il servizio militare. Il tecnico Gigi Radice optò poi per Sala, come dargli torto?”
Provi a descriverci Patrizio Sala
“Giocò anche in nazionale. Un umile che ha fatto carriera, uno che sa cosa è la fatica e aveva grandi motivazioni per poi giocare a calcio. Noi facevamo parte della rosa della prima squadra, con me c’erano Salvatore Garritano, Fabrizio Gorin e Giovanni Roccotelli”.
La conquista dello scudetto era stata programmata oppure …fu una sorpresa?
“Una squadra cresciuta in fretta, con un tecnico moderno come Radice, eravamo i parenti “poveri” della Juve. E’ stato semplicemente portato a termine qualcosa di straordinario”.
Bacchin, corrisponde al vero che Radice si ispirava al gioco dell’Ajax di Johan Cruijff?

“Radice era un simpatizzante dell’Ajax che già attuava un calcio rivoluzionario. Faceva pressing, duttilità in campo, in pratica tutti sapevano cosa dovevano fare, era uno che amava lavorare sul campo. Era un patito di calcio, facevamo un allenamento il venerdì ma non era obbligatorio farlo però ci si presentava tutti e ci divertivamo. Poi la cena a Villa Sassi e Radice teneva banco a parlare di calcio, allungava il whisky con l’acqua Evian. A volte eravamo un po’ annoiati …ma era un grande personaggio”.
E chi faceva parte di quella magnifica squadra?
“Alcuni giocatori eccezionali come Paolino Pulici, Ciccio Graziani e Claudio Sala. Eraldo Pecci era furbo, scaltro intelligente leader nello spogliatoio a ventuno anni. Non dimentichiamo Bodo Salvadori era l’anima della squadra, l’intellettuale, il più vicino a noi”.
E arriva il giorno tanto atteso. Domenica 2 maggio 1976, Torino-Cagliari 5-1. Roberto Bacchin fa il suo esordio in serie A e oggi può fregiarsi di aver conquistato uno storico scudetto
“Sono momenti che aspetti tutta la vita. Entrai sul 3 a 0 per noi. Ricordo di essere stato in panchina anche a San Siro contro l’Inter. L’emozione era immensa in un gruppo che stava vincendo qualcosa di unico. Da quella festa sono passati cinquant’anni. Ricordo la festa nella sede in Corso Vittorio Emanuele II, la squadra in giro per la città con il pullmann scoperto. Il giorno dopo in visita alla Basilica di Superga per ricordare le vittime, gli eroi della grandissima squadra scomparsi tragicamente nel 1949. Fino a quel 16 maggio di mezzo secolo fa erano loro ad aver conquistato l’ultimo tricolore. Una città in festa si strinse attorno a noi e ai grandi calciatori del passato. Ho vissuto qualcosa di straordinario, di unico. Mi piacerebbe tanto che il Toro potesse rivincere un tricolore. Quello scudetto credetemi vale tanto. In certe piazze forse sono anche diciamo “stanchi” di vincere, quello scudetto ha ancora oggi un valore immenso”.






























