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Quel vento che soffia dalla porta dell’inferno

Francesca Brandes di Francesca Brandes
15 Ott 2023
Reading Time: 8 mins read
Quel vento che soffia dalla porta dell’inferno
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Il vento giallo ha ripreso a soffiare. Viene dalla porta dell’inferno, gli arabi lo chiamano Riah Azpar, incendia la terra, uccide i malvagi. Quando è passato, narrano, il suolo arido e polveroso è ricoperto di cadaveri. Solo che, questa volta, ha colpito invece gli innocenti, nella tiepida alba di un giorno festivo. La mattina di sabato sette ottobre, l’organizzazione terroristica Hamas (Movimento Islamico di Resistenza), islamista, sunnita e fondamentalista, ha lanciato un attacco senza precedenti allo Stato israeliano nelle zone vicine alla Striscia di Gaza. È Sheminì Atzereth, una festività gioiosa che culmina nel giorno di Simchà Torà. la “gioia della Torà”. È anche l’anniversario della Guerra del Kippur, cinquant’anni da quel conflitto armato tra una coalizione araba, composta principalmente da Egitto e Siria, ed Israele. Anche in quell’occasione, si colpì di sorpresa, in un giorno che gli ebrei di tutto il mondo considerano di meditazione e preghiera.

Il vento del terrorismo

Ma questa volta, la situazione – simile di primo acchito – è risultata subito profondamente diversa: non si è trattato dell’esordio di un conflitto, sia pur bruciante, orribile, tra Stati. Si è trattato di un attacco efferato, indiscriminato, predisposto con cura da tempo, di cui il mondo ha intuito via via la gravità. Hamas, fondata nel 1987 sotto la pressione dell’inizio della prima Intifada, come braccio operativo dei Fratelli Musulmani, ha tra le sue missioni la distruzione dello Stato d’Israele; è antisionista, antisemita, di estrema destra. Ha commesso nei decenni molti attentati suicidi contro civili israeliani: tristemente famosi quello di Gerusalemme nel 1997, quello di Rishon LeZion nel 2002, il massacro del bus 37 ad Haifa (diciassette vittime civili quest’ultimo, la maggior parte delle quali bambini e adolescenti). L’organizzazione ha fatto proseliti nella Striscia di Gaza, anche se non è l’unica voce politica nell’area.

Al centro una striscia di terra

La Striscia, enclave palestinese da cui è partita l’operazione militare del 7 ottobre, è una porzione di territorio ampia circa 360 chilometri quadrati situata a nord-est della penisola del Sinai (più o meno due volte il Comune di Milano). Confina ad ovest con l’Egitto, mentre a nord si affaccia sul mar Mediterraneo. A sud e a est, Israele. Due milioni e trecentomila persone, più o meno quattromila per chilometro quadrato: una delle zone più densamente popolate al mondo.

Occupata da Israele durante la cosiddetta Guerra dei Sei Giorni del 1967, la situazione di Gaza è destinata a cambiare solo nel 2005 quando, sotto le pressioni della comunità internazionale, il premier israeliano Ariel Sharon ritira le forze militari e gli insediamenti coloniali sviluppati in quarant’anni di occupazione. Come previsto dagli accordi di Oslo del 1993, la Striscia avrebbe dovuto essere controllata dall’Autorità Nazionale Palestinese, con cui Tel Aviv aveva stretto il patto.

Il vento di Hamas

Ancora una volta, tuttavia, la presenza di Hamas scompagina le carte: il partito armato islamista vince le elezioni a Gaza nel 2006. Un colpo di scena che porta Israele a imporre, un anno dopo, l’embargo dei cieli e del mare palestinesi e il controllo di persone e beni in entrata e in uscita: di qui un forte impoverimento della zona e un progressivo deterioramento dei servizi essenziali.

Sedici anni di blocco: non si entra e non si esce da Gaza senza permessi; solo una piccola parte della popolazione va ogni giorno a lavorare in Israele, ma obbligatoriamente deve rientrare, una volta finito il turno. Hamas, bisogna dirlo, non ottiene il favore di tutti i gazawi, ma molto conta l’esasperazione nei confronti delle rigide regole israeliane. Così è cresciuta la rabbia sociale, specie tra i giovani che hanno visto nell’organizzazione terroristica l’unica alternativa alla violenza israeliana e all’incapacità politica dell’Autorità Nazionale Palestinese. La saturazione data da anni di limitazioni si è via via sommata alla politica del governo israeliano, una coalizione di destra, concentrata non tanto sulla ricerca di convivenze civili e sulla tutela dei diritti umani nell’area, quanto sull’acquisizione di nuove colonie d’insediamento per i coloni oltranzisti in Cisgiordania.

Il vento di protesta

Intorno, nei mesi scorsi è deflagrata la protesta di molta parte della società civile israeliana per la politica ottusa del leader Netanyahu e per la sua scellerata riforma della giustizia. Ogni sabato, per mesi, i telegiornali di tutto il mondo hanno rimandato le immagini delle piazze piene di dibattito pacifico, di coscienza civile, di opposizione nonostante tutto: perché Israele è una democrazia, anche se zoppicante, anche se imperfetta. Amos Oz diceva spesso che l’arma più affilata di questo Stato non è l’intelligence, la potenza militare, ma la polemica, la possibilità di dissentire.

Quel vento di morte

Dopo la mattina del sette ottobre scorso, mentre le notizie si susseguono in un crescendo convulso, quella voce è un filo disperato a cui reggersi nell’orrore. Di buon’ora, mentre i missili da Gaza riempiono il cielo di scie e di allarmi, i miliziani di Hamas attaccano ventidue comunità di confine: nel kibbutz di Kfar Aza, a pochi chilometri dalla Striscia, nei giorni successivi, l’esercito troverà un massacro di bambini, bruciati, molti decapitati nei loro lettini.

L’urlo di dolore

Da Be’eri a Re’im, intere famiglie uccise, abitazioni date alle fiamme; corpi di donne e uomini, anziani e bimbi massacrati mentre si nascondono nelle cosiddette “stanze sicure” di ogni kibbutz, o cercano di scappare. Gente che vive lì, nei pressi della Striscia, e si è sempre sentita sicura, nonostante tutto. Poi, si sa, la vita da quelle parti costa un po’ meno che in città. I sopravvissuti racconteranno che, di solito, non chiudevano neppure le porte, o non avevano serrature. Difficile da credere, ma – nelle mille contraddizioni israeliane – può benissimo starci.

Ad oggi, i morti di quell’attacco sono milleduecento, ma il bilancio è destinato a crescere. Alla devastazione della strage, si è unita la pena, la disperazione per le persone prese in ostaggio dai miliziani di Hamas e portate nei cunicoli sotterranei di Gaza. Sono pronti ad ucciderli, annunciano via social, uno ad ogni raid israeliano. Duecento uomini, anziani, ragazze stuprate e riprese con i telefonini. Alcuni volti, alcune storie fanno il giro del mondo: Noa Argamani; Shani Louk, con le gambe spezzate; Yaffa Adar, portata via a ottantacinque anni dal suo villaggio; Doron Asher, sequestrata con la madre e le sue due bambine, Raz e Aviv.

Poi, ancora, 260 giovani uccisi mentre partecipavano ad un festival musicale a Re’im: i terroristi, nei video amatoriali, uccidono, ridono e violentano; poi festeggiano, per la riuscita dell’operazione.

Possibile che il mossad si sia fatto sorprendere?

Ciò che sgomenta, da subito, è il fatto che una potenza come lo Stato d’Israele si sia fatta sorprendere così, senza ravvisare il rischio, l’abominio che si stava perpetrando nei confronti della sua popolazione inerme. Assaf Gavron, scrittore, intellettuale israeliano di opposizione, ha dichiarato che sono state soprattutto le politiche del governo Netanyahu ad innescare la tragedia: indebolimento dell’esercito, troppo occupato ad inseguire politiche espansive in Cisgiordania; perdita di credibilità della polizia (per primi gli ufficiali che osavano criticare la leadership); una democrazia ferita – ha concluso – è un invito a nozze per Hamas: «Non ho certezze – ha affermato – ma ho una speranza: che quello che sta accadendo costituisca un tragico punto di svolta che faccia capire al Paese che così non si può più andare avanti … non si può risolvere il conflitto con i palestinesi con la forza».

Il vento della vendetta

Eppure, la prima reazione del Governo è stata ovvia, durissima: vendetta per i morti, embargo totale per Gaza, né luce, né acqua, cibo o medicinali. Ovvia, accecata dall’ira e dalla disperazione. Tutti sanno che la risposta militare sarà terribile, onnicomprensiva. La mobilitazione di trecentomila riservisti dell’esercito indica la magnitudo del terremoto in arrivo. Stanno venendo schierati oltre diecimila tra tank e cingolati. Nelle precedenti campagne a Gaza c’era solo la volontà di dare una lezione ad Hamas; ora l’unico obiettivo che può restituire credibilità allo Stato pare lo smantellamento integrale dell’organizzazione Jihadista.

Gaza non è Hamas

Eppure, nella società israeliana, al di là del lutto, della paura, dell’angoscia, esiste anche la convinzione che Gaza non sia solo Hamas. Le dittature feroci governano con la paura, e Hamas strumentalizza la popolazione della Striscia: sono tutti ostaggi, in fondo, gli israeliani catturati e i palestinesi inermi, per i quali le diplomazie occidentali dovranno trovare necessariamente corridoi umanitari. Per andarsene da quell’inferno, prima che sia tutto perduto. Ci sono oltre novecentomila minori a Gaza, che moriranno o cresceranno nell’odio, se non si offre loro un’alternativa civile. Non è tempo di fare processi, ma è anche vero che solo un cambio di prospettiva può trasformare l’incubo senza fine, mi dor le dor, di generazione in generazione.

Se ha fallito la politica espansionistica del Governo israeliano, non può fallire quel filo di voce che chiede d’imboccare altre vie, di preservare l’infanzia e i suoi diritti. Prima di sfoderare la “Spada d’acciaio”, Israele deve ricostituire una difesa credibile dei suoi confini, da Gaza al Libano (perché lì, il movimento scita Hezbollah è anch’esso fortissimo). Deve onorare i suoi morti, ma la modalità è ancora dubbia, difficile da afferrare appieno, senza offendere la memoria, senza toccare o rinfocolare il dolore. Ci sono ostaggi in condizioni critiche, all’interno di Gaza: per questo, agire risulta pericoloso e necessita di una grande unità di intenti, di un’intesa quanto mai allargata (di qui la formazione di un governo d’unità nazionale, che ha appena sostituito la coalizione di destra estrema).

Un vento che soffia sul fuoco

Noi possiamo provare angoscia, ma non comprendere fino in fondo. Fanno tristezza le prese di posizioni formali, ideologiche, fuori luogo (comunque la si pensi sugli attori di questa vicenda), di chi soffia sul fuoco. Non è il momento di sfoderare dietrologie, di attribuire colpe. Ora ci vogliono silenzio, e rispetto, ma si devono – necessariamente – prefigurare altri scenari, per restare tutti vivi. Di corpo, e d’anima.

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Francesca Brandes

Francesca Brandes

Giornalista, saggista e curatrice d’arte. Ha scritto e condotto per RadioRai programmi di attualità culturale. È collaboratrice del Centro Internazionale della Grafica di Venezia.

I più commentati 4

  1. andrea mirenda says:
    3 anni fa

    concordo in pieno. Non c’è pace nè speranza senza Giustzlizia.
    Fino a quando non sarà rimossa la radice dell’odio, per questi due poveri popoli non resterà che rimanere ostaggio di chi li “usa”…

    Rispondi
    • Francesco Grasso says:
      3 anni fa

      Non c’è pace nè speranza senza GISTIZIA !!!!!!!!!!!!!!!!!! Una cosa assolutamente ovvia, certa!!!!!!!!!!!! TUTTI ABBIAMO IL DOVERE DI COMBATTERE OGNI MINIMA GIUSTIZIA SEME DELLE GRANDI CATASTROFI.

      Rispondi
  2. ANNALISA BRUNI says:
    3 anni fa

    Grazie, Francesca, per questa tua analisi tanto equilbrata in un momento così drammatico, in cui sarebbe facile farsi prendere solo dall’emotività e dal dolore. Questo orrore deve essere fermato.

    Rispondi
  3. Paola Volpato says:
    2 anni fa

    Grazie Francesca – l’odio non è mai la via

    Rispondi

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