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Home Sport Calcio

La morte ingiusta del guerriero

di Vanni Zagnoli
Dicembre 18, 2022
in Calcio
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La morte ingiusta del guerriero
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E’ stata la settimana della morte di Sinisa Mihajlovic, scomparso a 53 anni, venerdì pomeriggio. Il nostro zizzagare settimanale racconta la storia di un guerriero. Gli avevamo anche posto domande, negli anni, a Bologna, a Parma quando era arrivato in Europa con la Sampdoria, probabilmente l’apice da allenatore, e poi lasciò per andare al Milan. Dove venne esonerato senza avere maggiori colpe rispetto a Seedorf e Inzaghi che, in quanto ex rossoneri, poterono chiudere la stagione. A Milanello, era una vigilia di Milan-Bologna, dove allenava Roberto Donadoni, chiesi della differenza caratteriale, di partecipazione. “Io non riesco a restare fermo in panchina, ammiro i colleghi che ce la fanno”.

Il guerriero ha lottato

Sinisa non ce l’ha fatta, ad andare oltre, a lasciarsi alle spalle la malattia che non perdona, nonostante i tre anni di lotta.

Il comunicato diramato dalla famiglia. “La moglie Arianna (Rapaccioni), con i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, la nipotina Violante, la mamma Vikyorija e il fratello Drazen, nel dolore comunicano la morte ingiusta e prematura del marito, padre, figlio e fratello esemplare, Sinisa Mihajlovic”.

Chi era il guerriero Sinisa

Madre croata, padre serbo, era nato a Vukovar ma cresciuto nella vicina Borovo, nel 1969 e all’epoca era nella Jugoslavia governata dal Maresciallo Tito. Dal febbraio del 1995 è stato legato ad Arianna Rapaccioni, romana ed ex soubrette televisiva, divenuta popolare anche grazie a “Quelli che il Calcio” con Fabio Fazio e poi con Simona Ventura, e sposata nel luglio del 2005.

Nel 1993 aveva già avuto un altro figlio, Marko, riconosciuto sin dall’inizio, ma incontrato solo nel 2005 a causa della fine della relazione con la madre, avvenuta prima della sua nascita.

Nel 2021 diventò nonno di Violante, nata dalla relazione tra Virginia e il calciatore Alessandro Vogliacco, passato dal Padova al Pordenone che avvicinò la serie A e ora al Genoa.

La leucemia attacca il guerriero

Il 13 luglio 2019 rese pubblica la leucemia mieloide acuta contratta, per la quale si curò all’ospedale di Bologna. A fine di quell’anno restò lontano dalla squadra per 40 giorni, al ritorno, con la ripresa dal covid, il Bologna se la cavò bene. Discreta anche la stagione scorsa: “Si poteva fare meglio, ma anche molto peggio”, ripeteva al momento di trarre i bilanci di quelle annate.

Il 26 marzo di quest’anno annunciò di doversi sottoporre a un nuovo ciclo di cure per contrastare la ricomparsa della malattia che l’aveva colpito due anni e mezzo prima. Da inizio 2022 il Bologna aveva vinto solo forse 4 partite e dopo le prime 5 di questa stagione venne esonerato, per Thiago Motta. Sinisa disse che la malattia era stazionaria, che era in grado di allenare, come sempre, con il tecnico brasiliano dai nonni polesani i rossoblù sono migliorati, dopo 3 gare di assestamento.

Il licenziamento e un sogno

Non sapremo mai se sulla fine prematura abbia inciso il licenziamento, di sicuro senza calcio Mihajlovic era un po’ perso, non aveva più fatto interviste. Un paio di giorni fa avevo notato su facebook il “forza Sinisa” del direttore del tg5 Clemente J. Mimun, si parlava di un nuovo ricovero. A Roma, alla clinica Paideia, dov’era ricoverato da domenica, sperava di tornare a casa per Natale. Pianificava il suo ritorno in panchina, a 4 mesi dall’esonero subito dal Bologna, che avrebbe potuto licenziarlo già allo sbocciare della malattia e invece l’ha difeso il più possibile, anche contro la logica.

Nello scorso weekend aveva parlato agli amici: “Da gennaio, dopo aver terminato il ciclo di terapie, riprenderò a girare l’Italia e l’Europa per assistere dal vivo alle partite”. Il mese scorso era stato vicino ai Rangers di Glasgow, storico club scozzese.

Il guerriero si arrende

Domenica, all’improvviso la febbre è salita e Mihajlovic è stato ricoverato alla Paideia: aveva sviluppato un’infezione che si è immediatamente aggravata a causa del sistema immunitario compromesso dalla leucemia e dalle terapie molto pesanti. Lunedì pomeriggio è entrato in coma farmacologico.

Dopo cinque giorni, durante i quali la sua famiglia non lo ha abbandonato un attimo, Mihajlovic è spirato. Un’evoluzione così tragica e imprevista da lasciare attoniti gli amici e il suo staff, con il quale aveva dialogato sino alla scorsa settimana.

L’ultima apparizione del guerriero

L’ultima apparizione pubblica di Sinisa Mihajlovic è stata il 1° dicembre, a sorpresa alla libreria Libraccio di Roma per salutare Zdenek Zeman, il quale stava presentando la sua biografia La bellezza non ha prezzo, con il vicedirettore della Gazzetta dello Sport Andrea di Caro, che aveva scritto il libro anche su Sinisa. Poco dopo l’inizio dell’evento il serbo era apparso a sorpresa alle spalle dell’allenatore boemo, poi si era seduto al suo fianco ricevendo l’applauso della platea.

Pur non essendo mai stato allenato da Zeman, Mihajlovic aveva elogiato il tecnico con un bel discorso che aveva emozionato l’ex allenatore di Lazio e Roma. “Non ha vinto trofei sul campo ma in realtà ha vinto molto più degli altri, ha valorizzato tanti giocatori, facendo divertire i tifosi e portando qualcosa di nuovo in Italia – aveva detto Mihajlovic – Prima del suo arrivo in serie A si giocava per non perdere, dopo le cose sono cambiate. Ha lasciato un segno”.

Da calciatore, si era rivelato al Vojvodina, ex squadra anche di Vujadin Boskov

Vinse la coppa dei Campioni da titolare, a Bari, a 22 anni, con la Stella Rossa di Belgrado, ai rigori sull’Olympique Marsiglia. All’epoca giocava esterno sinistro di difesa. In Italia lo portò la Roma, nel ’92, due stagioni, poi 4 alla Sampdoria, anche con il Boskov bis, nell’ultima annata. Poi i 6 campionati alla Lazio, con lo scudetto e una semifinale di coppa Uefa, e a Roma era diventato proprio centrale difensivo, magari sulla sinistra.

L’ultimo biennio in campo su all’Inter, ebbe lo scudetto postumo, grazie a Calciopoli, e poi iniziò da allenatore. Era un grande battitore di punizione, un tiratore da fuori come pochi: dall’87, in serie A, nessuno ha segnato su calcio piazzato quanto lui, 28 volte, compresa la tripletta a Ferron, portiere della Sampdoria.

Nella Jugoslavia disputò il mondiale del ’98, con l’uscita negli ottavi, contro l’Olanda. Perse male i quarti di Euro 2000, nei e con i Paesi Bassi. L’ultima gara fu nel 2003, a 34 anni nell’allora Serbia e Montenegro.

Il guerriero in panchina

Da tecnico, dunque, vice di Roberto Mancini all’Inter, l’occasione arrivò presto, a Bologna, da subentrato a Daniele Arrigoni, nel 2008, a novembre, esonerato ad aprile per Papadopulo. A Catania andò molto bene, da subentrato, alla Fiorentina un po’ meno, tant’è che venne esonerato dopo un anno e mezzo, per Delio Rossi, che non fece meglio.

Sinisa deluse da ct della Serbia, neanche qualificato al mondiale del 2014, in Brasile.

Poi il capolavoro alla Sampdoria, l’Europa, alla seconda stagione, e la chance al Milan. Maluccio, esonerato per Brocchi, che arrivò ai supplementari della finale di coppa Italia con la Juve. Un anno e mezzo al Torino, da 6, Mazzarri fece meglio di lui; una parentesi allo Sporting Lisbona, in Portogallo, senza vedere un soldo e allora neanche iniziò il campionato.

E poi Bologna, subentrato a Filippo Inzaghi con il 10° posto, due 12esimi, il 13° di maggio e l’esonero.

Il racconto del presidente Joey Saputo, canadese con parenti nel Padovano

“Io, come presidente del Bologna, mi sento di esprimere ancora una volta la mia gratitudine nei suoi confronti per quanto ha fatto per il nostro club in questi tre anni e mezzo, nonostante la malattia lo avesse costretto a lunghi ricoveri e a cure dolorosissime. La decisione di sollevarlo dall’incarico, quando ormai era diventato impossibile proseguire un lavoro così complesso in queste difficili condizioni, è stata, come ho già avuto modo di dire, la più sofferta della mia intera gestione. Alla famiglia va la riconoscenza mia e del Bologna nel ricordo di un figlio, di un marito, di un padre, di cui potranno andare sempre orgogliosi”.

Il ricordo del ct Roberto Mancini

“Questo è un giorno che non avrei mai voluto vivere, perché ho perso un amico con cui ho condiviso quasi 30 anni della mia vita, in campo e fuori. Non è giusto che una malattia così atroce abbia portato via un ragazzo di 53 anni, che ha lottato fino all’ultimo istante come un leone, come era abituato a fare in campo. Ed è proprio così che Sinisa resterà per sempre al mio fianco, anche se non c’è più, come ha fatto a Genova, a Roma, a Milano e poi anche quando abbiamo preso strade diverse”.

Morandi e il guerriero

E l’ex presidente onorario del Bologna, Gianni Morandi. “Caro Siniša, non ci voglio credere. Ho sempre pensato che avresti vinto anche questa battaglia, era troppo presto per andarsene… Oltre ad essere un vero campione, sei stato un uomo coraggioso e generoso: lo hai dimostrato in tutta la tua vita. Conoscerti e passare tanti momenti insieme è stato un grande regalo, ti voglio bene e non ti dimenticherò mai”. I due si erano incontrati su Canale 5.

Sven Goran Eriksson è stato il tecnico dello scudetto biancoceleste

“Sinisa era un grande allenatore anche quando ancora era calciatore. Un vincente, intelligente, positivo, allegro e generoso. Non avevo bisogno di parlare di tattica con lui, sapeva già tutto. Ed era il primo ad aiutare gli altri. Ricordo tante volte, dopo l’allenamento, quando stava là a tirare punizioni con i giovani. È tutto molto triste. Non so quante partite ha vinto per la Lazio con una punizione o un rigore”.

Tags: bolognaGianni MorandiJoey SaputolaziomanciniSinisa MihajlovicSven Goran ErikssonVujadin BoskovZdenek Zeman
Vanni Zagnoli

Vanni Zagnoli

Giornalista dal ’90, professionista dal ’99. Con 2 smartphone ha l’abitudine di raccontare in video luoghi, persone e professioni. Sport e storie, costume e società, riprese e curiosità. Media, gastronomia, impianti sportivi, approfondimenti anche di ore.

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