Quali sono gli eventi che fanno scattare i grandi cambiamenti? E, soprattutto, esistono singoli eventi “trigger” oppure le cose cambiano, anche tumultuosamente, a seguito di lenti e lunghi movimenti? La risposta è, con tutta probabilità, a metà tra questi due estremi. Certamente ricordiamo momenti topici o azioni clamorose che anticipano un crocevia della storia. Tutti abbiamo studiato l’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Belgrado, che avrebbe portato alla prima guerra mondiale. Ma è innegabile che venti di guerra soffiassero in Europa da molto tempo: in quel caso l’evento è il cerino che da fuoco a una miccia imbastita da tempo. Simile ma un po’ diverso il discorso riguardo alla frase attribuita a Maria Antonietta – oggi considerata come non vera – su pane e brioches. In quel caso, certamente non sarebbe stata lei a dare il via alla Rivoluzione Francese, tuttavia quella specifica frase è considerata nell’immaginario collettivo come il vero punto di non ritorno. Due cose accomunano gli eventi cardine della storia: la difficoltà a riconoscerli come tali nel momento in cui accadono – a meno che non si tratti di qualcosa di enorme tipo l’attentato alle Torri Gemelle e il fatto che suscitano fortissime emozioni come l’indignazione, l’orrore, la paura.
Quando un evento diventa irreversibile

Questi eventi però non sono fulmini a ciel sereno: avvengono in un clima di separazione, di incomunicabilità tra le classi sociali, tra i popoli, tra gli Stati. I Borboni di Francia non ascoltavano il popolo, i governi europei nel 1915 non dialogavano costruttivamente, gli zar non avevano modernizzato la Russia e gli Inglesi applicavano troppa pressione ad un’America ormai grande e forte. E allora ecco che un evento diventa un passo irreversibile, ecco che del Tè buttato in mare non può che essere ripagato col sangue, ecco che la storia cambia per sempre. E cosa stiamo facendo, tutti noi, in questo momento se non distanziarci e non ascoltare? La storia rischia di ripetersi ancora una volta, ogni giorno ci sono più gradi di separazione tra le persone, tra chi si vaccina e chi no, tra chi può permettersi il distanziamento e chi no, tra gli stati che bloccano gli accessi e la circolazione.
Quando farlo è la cosa giusta

Non entro nella questione dell’importanza e dell’utilità del vaccino: non sono un tecnico della materia. Per quanto mi riguarda ritengo ci sia sufficiente concordanza all’interno della comunità scientifica per credere, al netto della possibilità di errore standard comunque sempre contemplata nella scienza, che farlo sia la cosa giusta e che sia dovere diffondere questa idea. D’altra parte esiste un margine di discrezionalità dei singoli individui oggetto di tutela da parte delle leggi nazionali e internazionali. Perché in questo contesto che oggi è, oggettivamente, dualistico c’è chi continua a cercare di separare i gruppi e di prevaricare con azioni sempre più muscolari? Cosa speriamo di ottenere se non un grado di pressione che poi, per le leggi della fisica, rischia di tramutarsi in un’esplosione?
Non cadere nella trappola

Stiamo vivendo in un periodo difficile. Lo stress legato all’emergenza e la “pandemic fatigue” legata al suo perdurare stanno logorando anche chi ha i nervi più saldi. E allora la volontà di superare il problema con un colpo di mano, o di spugna, è forte. Imporre un pass estremamente stringente può avere un senso dal punto di vista scientifico, ma che cicatrici lascia? Quanto può durare senza avere effetti sociali avversi e molto forti? E, indipendentemente da questo, in che modo una comunicazione estremamente aggressiva può aiutare la società? Oggi c’è bisogno di ascoltare, spiegare, comprendere e condividere, anche quando è faticoso e difficile, non c’è bisogno di paragonare persone a sorci. E allora chi propone, e ha la forza di imporre, prima ascolti e dialoghi per davvero. Si tratta di lavorare sulle paure, si tratta di farci forza reciprocamente anche a dispetto di chi soffia sul fuoco perché spera di trarre vantaggio dal tumulto. Non dobbiamo cadere nella trappola della separazione, perché saremmo tutti più deboli e lo pagheremmo negli anni a venire







































































