Da epica a leggendaria fino a fenomenale o eccezionale: gli aggettivi si sono sprecati per definire la remuntada dell’Atalanta nei playoff di Champions. Veniva dallo 0-2 incassato a Dortmund e ha servito un poker al Borussia mandando in gol 4 dei suoi gioielli (Scamacca, Zappacosta, Pasalic e Samardzic) vincendo dunque 4-1. Lo ha fatto senza i titolari De Ketelaere e Raspadori, infortunati, e lasciando in panchina per tutti i 90’ gente come Ederson, Bellanova e Musah che sarebbero titolari fissi in moltissime squadre di A. Non serve però alcuna iperbole per raccontare la Dea che ha soltanto confermato se stessa.
Non è una sorpresa vederla ancora in Champions, unica italiana dopo le rovinose cadute di Napoli, Inter e Juve (in ordine di figuraccia) ovvero le vincitrici di 13 degli ultimi 14 scudetti. L’Atalanta è un orgoglio del calcio italiano, in grave crisi di risultati. E ora potrebbe salvarlo bissando l’impresa ovvero superando la corazzata Bayern Monaco agli ottavi.
Le fondamenta del colosso Dea
La caratura internazionale dei bergamaschi è rimasta ormai una delle poche certezze dell’italico folber se è vero come è vero che l’unico trofeo importante degli ultimi 16 anni è l’Europa League vinta dalla “banda di Gasp” col secco 3-0 in finale al Bayer Leverkusen all’epoca squadra al top che veniva da una stagione 2023/24 da imbattuto su tutti i fronti.
Omaggio alla mitologia

La Dea – nomignolo che si rifà al nome Atalanta, figura mitologica greca peraltro non di origini divine – è stata costruita nei 9 anni di gestione Gasperini uscito di scena in estate per approdare a Roma. Pareva quindi una stagione di transizione per I nerazzurri dopo la sciagurata scelta di affidarsi al croato Ivan Juric appena esonerato dal Tottenham dopo il flop a Roma.
Il cambio di passo della Dea

Il pessimo inizio di campionato ha fatto cambiare rotta dopo sole 11 giornate: galeotto il 3-0 interno incassato dal Sassuolo. La dirigenza è stata poco a pensarci: i Percassi – padre e figlio – e il co-presidente Stephen Pagliuca, imprenditore italo-americano socio di maggioranza dei Boston Celtics (Nba), hanno liquidato il tecnico per ingaggiare Antonio Palladino. E lì è stato l’inizio della svolta.
Chi è Palladino

Il giovane allenatore campano – 41enne e ultimo di 4 fratelli – è un ex attaccante cresciuto calcisticamente nella Juventus. A Torino approda infatti nel 2002, diciottenne, proveniente dal Benevento: rimane solo due stagioni con 51 presenze e 10 gol per poi passare al Genoa e quindi al Parma. Chiude la carriera a soli 34 anni nel Monza dove inizia la gavetta come tecnico delle Giovanili: è poi Adriano Galliani – che di allenatori un pochino se ne intende (chiedere a Sacchi, Ancelotti, Capello e Allegri!) – a decidere un po’ a sorpresa di promuoverlo in prima squadra nel settembre 2022.
La storia
Lo fa quindi subentrare, dopo sole 6 giornate, a Giovanni Stroppa, l’attuale allenatore del Venezia. E all’esordio sulla panchina del Monza Palladino fa subito il colpaccio vincendo la prima partita 1-0 proprio contro la “sua” Juventus (gol del danese Gytkjaer). L’esperienza a Monza lo fa approdare all’ambiziosa Fiorentina dei Pontello che lui porta al sesto posto, 2 punti sopra al Milan: è il miglior piazzamento degli ultimi 10 anni per i Viola. Si dimette a fine campionato per divergenze con la dirigenza sul futuro della squadra. Col senno di poi una nota di merito vista la zona retrocessione e le grandissime difficoltà in cui si dibattono quest’anno Kean & compagni (il 2-4 in Conference dai polacchi dello Jagellonia è solo l’ultima conferma).
La Dea si riprende
L’Atalanta chiama dunque Palladino il 25 novembre e lui non fa rivoluzioni: mantiene il gruppo forgiato da Gasperini provando anche a recuperare Lookman (ceduto poi a gennaio) e fa piccoli aggiustamenti cementando però il gruppo. E intanto avanza in Coppa Italia (eliminando 3-0 la Juve) e risale al 7. posto in campionato dal 13.mo in cui l’aveva rilevata. Ora è agli ottavi di Champions: per essere subentrato in corsa in una squadra creata da altri è un bilancio più che positivo. Per non parlare della consacrazione di due giocatori in ombra sia con Gasp che con Juric: il polacco Zalewski e il serbo Samardzic (peraltro di cittadinanza tedesca), autore fra l’altro del rigore decisivo contro il Borussia al 98’.
Si prende la scena

E negli spogliatoi il tecnico si è preso la scena e i complimenti di tutti per aver subito mostrato ai suoi ragazzi il panno insanguinato con cui era stato soccorso Krstovic, il bomber montenegrino immolatosi nell’ultima azione che ha portato al penalty: “Nikola è finito in ospedale per i punti di sutura alla testa – ha spiegato Palladino ai compagni – dobbiamo ringraziarlo per il coraggio che ha dimostrato”. E in tutte le foto di gruppo il “sudario” appare in primo piano come omaggio dei compagni. Ma il tecnico atalantino sta mettendo in mostra anche altri pregi tecnici.
Indicazioni in chiave azzurra

Dalla Dea arrivano indicazioni per il ct azzurro Gattuso che da Inter e Juve porta a casa soltanto delusioni europee e seri dubbi sullo stato di forma di titolari della Nazionale quali Barella e Cambiaso per fare solo due nomi. A meno di un mese dalla sfida contro l’Irlanda del Nord è giusto prendere in seria considerazione giocatori come Davide Zappacosta (magari per Di Lorenzo) e Lorenzo Bernasconi (per lo spento Barella).
Il primo ha peraltro già vestito l’azzurro e ha sempre dimostrato di essere un uomo spogliatoio, il secondo offre garanzie e ha inanellato ultimamente prestazioni di alto livello al pari del compagno Davide Scalvini martoriato però dagli infortuni. L’Atalanta fornisce poi alla Nazionale le punte Scamacca e Raspadori oltre a Retegui che proprio a Bergamo lo scorso anno ha vissuto la sua migliore stagione prima di optare per i dollari arabi. Insomma un piccolo blocco bergamasco per Gattuso da cui non è possibile prescindere per rincorrere la difficile qualificazione al Mondiale. Fra gli altri titolari della Dea va poi segnalato il capitano Marten De Roon che ai Mondiali è già sicuro di andare con la sua Olanda.
Storia dell’Atalanta, società da 15 anni ai vertici del calcio italiano

Va ricordato che la Dea – nata nel 1907 dalla fusione di Sports Atletici Atalanta e Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma – è la squadra col maggior numero di partecipazioni alla serie A tra le cosiddette provinciali (quelle che non sono capoluoghi di regione) e detiene il record di promozioni nella massima serie oltre ad essere, al pari del Genoa, quella che ha vinto più volte il campionato cadetto. Inoltre è arrivata per 6 volte alla finale di Coppa Italia vincendola nel 1963 (anche quest’anno è semifinalista) mentre in A ha ottenuto per 4 volte il terzo posto finale: consecutivamente dal 2018 al 2021 e nel 2024-2025. In ambito continentale ha partecipato a 5 edizioni della Champions e ha vinto l’Europa League due anni fa.
Ora il sogno della Dea continua
Dopo aver battuto il Borussia, secondo in Bundesliga, incrocia ancora una volta la Germania che è seconda nel ranking Uefa dietro all’Inghilterra, e che ha pure il Leverkusen agli ottavi. Le è toccato il Bayern Monaco che sta dominando il campionato tedesco: la squadra del tecnico belgaKompany ha vinto31 delle 36 partite stagionali segnando ben 126 gol ovvero più di 3 a gara. L’anno scorso si è fermata ai quarti contro l’Inter di Inzaghi, ma ora è senz’altro più forte: un Kane così non si è mai visto, 43 reti in 36 partite, la lunga assenza di Musiala (tornato da un mese) ha fatto esplodere il giovane talento Karl, è anche arrivato il colombiano Luis Diaz (19 gol e 15 assist) e pure il francese Olise si staconfermando devastante.
I tedeschi saranno inoltre al gran completo. Il portiere titolare Neuer è tornato ad allenarsi prima del previsto, lo stiramento di Alphonso Davies dovrebbe tenerlo fuori solo per poco e anche Laimer è prossimo al rientro. Insomma un’autentica corazzata arrivata peraltro seconda nel girone di Champions con 7 vittorie su 8 partite (battuta solo dall’Arsenal).
Dea in aiuto del ranking italiano

Dovesse passare, oltre a fare un grandissimo favore al ranking dell’Italia, avrebbe la vincente del big match Real-City per approdare alla semifinale contro un’inglese (Chelsea o Liverpool presumibilmente). Atalanta e Bayern hanno peraltro una rosa di 24 giocatori – quelli della lista Uefa – con identica età media: 27 anni. Sarà una gran bella sfida.
Utopia pensare di passare il turno?

La Dea ci ha abituati alle imprese e il calcio non è una scienza esatta, ma – come diceva Brera parafrasando Gozzano – un “mistero senza fine bello”.

















































































