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Home Cronache dal NordEst Primo Piano

Il mio Bellinetti

di Orazio Carrubba
Maggio 5, 2024
in Primo Piano
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Il mio Bellinetti
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Parlare di un amico, ricordare un collega che ci ha lasciato dopo sei mesi di lotta contro un nemico implacabile, è come scalare una parete di ghiaccio. Si rischia ad ogni momento di scivolare nella commozione, che è uno dei peccati che un giornalista non può permettersi. Meglio perciò rimanere in cronaca, come lui stesso raccomandava ai giovani colleghi. Michelangelo Bellinetti, figura centrale del giornalismo veneto di questi anni, nasce a Padova il 4 agosto del 1941. Siamo in piena Seconda guerra mondiale ed Il padre è lontano, partito per la campagna di Russia da dove – come tanti- non tornerà più.

E sarà il rimpianto per questa figura paterna mai conosciuta a caratterizzarne il carattere, in apparenza sempre allegro e vivace, ma per chi l’ha conosciuto da vicino con momenti di profonda malinconia. Cresce come tanti della sua generazione, lui però ha qualcosa in più: è curioso, attirato da ogni novità, sente irresistibile crescere dentro la passione per il giornalismo. Non per niente in famiglia c’è quel Pino Bellinetti, già direttore del Corriere Padano, scrittore ed intellettuale di spicco nella prima metà del Novecento.

Chi era Bellinetti

Finito il liceo, giovanissimo, parte così per Milano dove approda a quella grande scuola de “La Notte” di Nino Nutrizio, che formerà decine di grandi giornalisti. Lì, gli si spalanca il mondo. Lavora in cronaca e farà conoscenze ed amicizie che dureranno per tutta la vita. All’inizio degli anni ’70, torna in Veneto e prende servizio a “Il Gazzettino”, prima nella Cronaca di Venezia diretta da Delfo Utimpergher, poi alla redazione cultura e spettacoli, che dirige in pratica da solo.

Nella storica sede di Ca’ Faccanon, all’inizio delle Mercerie, Michelangelo è un vulcano di idee e chi gli sta vicino non si annoia di certo. Ha suggerimenti per tutti, settori da coprire, approfondimenti da portare a termine, nuove idee per svecchiare il giornale. Ma sempre sorridendo, perchè non si prende mai sul serio, capace com’è di portare anche una vena di goliardia in quell’ambiente ancora austero. Nella grande sala da pranzo dei Faccanon, ancora con arredi dell’epoca, lui presente è impossibile annoiarsi.

Lo chiamavano Mike e il Gazzettino torna a essere grande

Mike, come lo chiamano tutti, sprizza giovinezza da tutti i pori, eppure la fatica a cui si sottopone è grande, perché si divide tra Venezia e Rovigo dove si è sposato ed ha messo su casa con Maria Teresa, l’amore della sua vita. Sono 164 chilometri da ripetere ogni giorno, con l’ultimo treno a mezzanotte, una fatica da stroncare chiunque. Lui però tiene duro. Si è messo in testa di restituire al giornale il giusto primato culturale che gli spetta dopo anni di appannamento ed un mese dopo l’altro ci riesce.

La terza pagina del Gazzettino torna ad essere una ribalta ambita per le grandi firme del giornalismo italiano, una realtà di cui tener conto nella città della Biennale e della Fondazione Cini. Ma non si accontenta soltanto di far coprire, anche nei risvolti segreti, i grandi eventi che di certo non mancano a Venezia, dà anche spazio alle inchieste di costume che altrove le rubriche culturali snobbano.

E’ il giornalismo moderno, quello che ha iniziato a respirare alla Notte, quello che prende di petto i problemi e cerca di individuarne le soluzioni. Perché, e lo dice con chiarezza ai colleghi, non concepisce la cultura come un recinto privilegiato per pochi, ma un’ariosa prateria dove c’è spazio e dignità per tutti. I suoi anni veneziani diventano perciò gli anni d’oro della cultura veneta a cui grande apporto dà la matrice polesana, fatta di stelle di prima grandezza.

Oltre a Mike  ne citiamo solo tre, ma ce ne sarebbero molte altre: Lauro Bergamo, direttore del Gazzettino dalla forte personalità, grande inviato, il primo a dare la notizia della “Corriera della morte” a Frassinelle, nell’alluvione del 1951; Toni Cibotto, il cantore del Delta, nume tutelare dei grandi premi letterari nazionali, che firma i suoi elzeviri pungenti in terza pagina; Ivo Prandin, recensore e scrittore d’indiscussa autorità, ricercatore attento di nuovi linguaggi.

Bellinetti e Albino Luciani

Chiudere qui la parentesi veneziana di Michelangelo non sarebbe giusto, però, senza citare un suo piccolo capolavoro di diplomazia. Convincere Albino Luciani, ultimo Papa italiano, Beato della  Chiesa, che le sue omelie domenicali da Patriarca di Venezia, potevano benissimo prendere il posto dell’editoriale di prima pagina sul giornale del lunedì. Il cardinale non ne era del tutto convinto. In fondo – diceva – il Gazzettino non era un giornale della galassia cattolica. E poi chi era interessato, se voleva, poteva benissimo venire in Basilica. Tutti sanno quanto fosse difficile far cambiare idea a quel sant’uomo di Canale d’Agordo. Michelangelo però c’era riuscito. Rispettosamente aveva insistito, trovando la chiave giusta.

D’accordo – gli aveva risposto – cattolico in senso organico non lo era di certo, ma il Gazzettino dava altre importanti garanzie. Sicuramente era il giornale più letto ogni giorno dai cattolici da Venezia a Trieste, dove la sua autorevole voce di Primate del Nordest, avrebbe trovato lo spazio che meritava. Perché lasciarli senza? Andò così che ogni settimana, puntuale su due colonne, Luciani firmò il suo editoriale ed il Gazzettino trovò un suo posto stabile nella rassegna stampa vaticana.

Bellinetti, chiamato da Colombo e Costanzo

Mike, è giusto dirlo, in laguna si sente come a casa propria,  ma con il passare degli anni avverte sempre  più il bisogno di nuovi orizzonti. L’occasione gli si presenta nel ’77, quando a Padova nasce “L’Eco” e il direttore Gino Colombo lo vuole vicino come caporedattore. Sarà il suo braccio destro e di quell’esperienza gli rimarrà un ricordo indelebile, come di una grande, sognata, incompiuta. Perchè il giornale, che soffre la concorrenza di Gazzettino, Resto del Carlino e del neonato Mattino, ha vita breve e Michelangelo torna a Milano. Lì, siamo nell’autunno del ’79, lo aspetta  un’altra avventura, ancora più stimolante.

Quella de “L’Occhio” diretto da Maurizio Costanzo. E’ un giornale nuovo, un tabloid popolare ispirato al modello anglosassone, con una grafica aggressiva dove il rosso si spreca, articoli brevi, grande attenzione alla scelta delle notizie, titoli che lasciano il segno.  Nelle intenzioni dovrebbe rivoluzionare il mondo dell’editoria, porsi come il contraltare di Repubblica che è nata da poco e copre ogni spazio a sinistra. Ma anche questa iniziativa, dopo un primo boom iniziale, stenta a decollare e due anni dopo la chiusura sarà inevitabile. Qualcuno ha scritto che si trattava di un giornale troppo nuovo, troppo in anticipo coi tempi, ma arricchirà il bagaglio professionale di Mike di esperienze preziose. Quelle che si porterà dietro in via Solferino al Corriere della Sera dove prenderà subito dopo servizio.  

L’esperienza all’Arena

E’ un periodo di riassestamento dopo tanto peregrinare, anche se c’è da fare i conti con il terrorismo che insanguina Milano, ma la nostalgia per il Veneto si è fatta nel tempo troppo forte e dopo poco decide di rientrare. Del resto problemi di sistemazione non ne ha. “L’Arena”, il glorioso quotidiano veronese fondato nel 1866, quando gli austriaci erano ancora in città, gli spalanca le porte. Lo chiama come caporedattore delle sue pagine culturali e qui Michelangelo vive sicuramente gli anni più belli.  Professionalmente diventa il punto centrale del mondo intellettuale veronese. Con lui le pagine de “L’Arena” ospitano firme prestigiose, spesso di amici personali, e crescono di autorevolezza.

Il suo prestigio è tale che non c’è convegno o iniziativa culturale di prestigio dove non sia presente. Ma non si ferma qui. Generoso com’è, trova anche il tempo di dedicarsi ai colleghi e ne diventa un punto di riferimento, prima come componente del Comitato di redazione poi, per 15 anni, come presidente dell’Assostampa veronese; infine come presidente dell’Ordine regionale, succedendo al musicologo Carlo Bologna. Ricoprirà quell’incarico, sempre mantenendo il suo ruolo al giornale – cioè, per esser chiari, lavorando ogni giorno anche in redazione –  per tre legislature.

Dopo, entrerà a far parte del comitato esecutivo dell’Ordine nazionale, dove rimarrà per altri sei anni. E non c’è collega che si sia rivolto a lui per un consiglio o un aiuto in tutto questo tempo che non sia stato trattato come un fratello. Non c’è giovane giornalista che non abbia assorbito da lui l’abc e l’orgoglio del mestiere; che non lo ricordi con ammirazione e rimpianto.

Il ricordo di Bellinetti

Quando arriva il momento della pensione, quasi non se ne accorge, ma prima di varcare il portone di Corso Porta Nuova vuole  lasciare un regalo importante ai colleghi. E’ una piccola moneta, che ha fatto coniare, con incise le parole di Camille Desmoulins, il giornalista francese ghigliottinato durante il Terrore: “La libertè voila mon Dieu”. Che tradotte suonano come un ammonimento preciso: la libertà d’espressione un giornalista deve difenderla ad ogni costo.  Generoso com’è, impegnato con l’università di Verona, con le sue preziose ricerche di storia moderna, non smette comunque mai di lavorare.

All’ateneo scaligero insegna prima Sociologia della comunicazione, poi Scrittura giornalistica; alla Scuola Dino Buzzati di Venezia, Storia del giornalismo. E le sue lezioni, per chi ha avuto la fortuna di assistervi, sono ricordate come un autentico fuoco d’artificio. Lui va avanti per ore, spalanca scenari, cita aneddoti, rievoca figure avvolte nel mito. Soprattutto spiega con estrema chiarezza che il giornalismo è il mestiere degli storici di ogni giorno e proprio per questo i giornalisti non possono parteggiare per nessuno, ma rispettare soltanto i fatti.

Gli allievi e non si tratta sempre soltanto di ventenni, lo ascoltano attentissimi, pendono dalle sue labbra. Quando finisce, si scatenano in mille domande, gli fanno gruppo intorno come se non lo volessero più lasciare. Qualcuno ha definito questa sua capacità di attrarre la gente come carisma. Chiamatela pure come volete, di sicuro è comunque una dote rara e chi non ce l’ha non la può acquistare. 

Guido Gonella

In ogni caso lui non si limita soltanto all’insegnamento. Michelangelo è uomo che deve assolvere anche ai debiti d’onore fatti da altri. Uno riguarda la figura di un grande veronese caduta nell’oblio. E’ quel Guido Gonella, giornalista degli Acta diurna durante il fascismo; segretario della Democrazia cristiana; ministro della Pubblica Istruzione; soprattutto padre della legge sulla stampa del 1963 e  primo presidente dell’Ordine dei giornalisti. Un personaggio con un posto di primo piano tra i padri della Repubblica eppure ingiustamente dimenticato. A lui dedica una biografia importante, “Guido Gonella, giornalista e politico”, che avrà larga eco nel chiuso mondo dei politologi, ma soprattutto rende finalmente giustizia al professore veronese. Perché se il mondo dell’editoria oggi è quello che è, se i giornalisti hanno un ordine che tutela loro e la libertà di stampa, lo si deve in grandissima parte a lui.

Bellinetti e il giornalismo veneto

Questo era comunque il primo debito d’onore, il secondo è ancora più importante e sicuramente il più sofferto.  E’ la sua ultima opera, dedicata alla storia del giornalismo veneto dall’unità d’Italia ai giorni nostri, un impegno a cui dedica con passione gli ultimi due anni della sua vita. L’opera è divisa nettamente in due parti. Inizia con un grande affresco sulla nascita e l’evoluzione dei nostri giornali, le loro vicende spesso tormentate durante la parentesi del fascismo; poi prosegue con i ritratti  di chi di queste storie è stato protagonista.

Dei tanti colleghi di cui non è rimasta traccia se non nelle ammuffite raccolte di tante biblioteche. Il libro è il suo testamento spirituale, un grande atto d’amore verso la professione e di ringraziamento per i tanti colleghi che ci hanno preceduto. Se “La storia di tante storie” oggi è in tutte le librerie e nelle case dei giornalisti veneti, lo dobbiamo soprattutto a lui. E non poteva lasciarci un regalo più bello.

Mike se n’è andato la sera del 25 aprile del 2016. Aveva 74 anni ed ha lasciato un vuoto incolmabile nella moglie Maria Teresa e nell’adorata figlia Maria Caterina. Noi non siamo riusciti nemmeno a dirgli grazie, ma lo facciamo ora. Ciao Mike, ti vogliamo bene.

Orazio Carrubba

Orazio Carrubba

Giornalista, direttore della scuola di giornalismo "Buzzati"

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