Venezia, chiostro della Fondazione Giorgio Cini, isola di San Giorgio Maggiore. Una troupe della Rai è ferma sotto il porticato, nei pressi dello scalone che porta al piano nobile. Deve raccogliere una battuta del presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi per il Tg1 della sera. Niente di particolarmente impegnativo : 40, massimo 50 secondi sulla situazione economica europea. Il premier è pronto, l’operatore ha tarato la telecamera, il tecnico della luce ha già acceso il flash e il giornalista con il microfono in mano sta per aprire bocca. Ma non fa in tempo, perché un signore elegante arrivato quasi di corsa blocca tutto urlando: “Fermi! Non risponda Presidente, prima le domande! Non risponda!” Ed è così agitato che si girano preoccupati in tanti, compresi gli addetti alla sicurezza, che adesso scrutano con sospetto il malcapitato giornalista della Rai. Il quale poi, ad esser sinceri, oltre a sentirsi vagamente in colpa (“cosa avrò mai combinato…”) era il più perplesso di tutti. Perché di domande da fare ne aveva una sola e l’aveva già anticipata a Ciampi. E proprio non riusciva a capire cosa avesse fatto: si stava comportando come decine di altre volte in occasioni simili.
Il Presidente Ciampi impassibile

L’unico a rimanere quasi indifferente, con un comprensivo sorriso a mezza bocca era rimasto l’ex Governatore. Che aveva allungato una mano, aveva stretto amichevolmente un braccio al suo collaboratore e l’aveva rassicurato: “Non si preoccupi, si chiama Carrubba, lo conosco da tempo, non è il tipo da fare scherzi. E poi non c’è da preoccuparsi, tanto Presidente della Repubblica non mi faranno mai”. E finì tutto lì. Solo che quel dialogo apparentemente surreale, tra un Capo del Governo ed il suo addetto stampa, obbligava ad alcune riflessioni. La prima è che il giornalista, che quella volta tentava di raccogliere una sua battuta, si chiamava sì Carrubba, ma Orazio e non somigliava affatto al collega Salvatore che tra le tante cose dirigeva allora Il Sole 24 Ore. Per di più, era la prima volta che si trovava faccia a faccia con il primo ministro. Perciò, delle due l’una, o Ciampi si era confuso ( ed era veramente difficile visto che col direttore del nostro più importante giornale economico aveva scambi frequenti ) o se n’era uscito così per tranquillizzare il suo addetto stampa.
Saper proteggere chi lavora con lui

Dopo aver conosciuto meglio Carlo Azeglio Ciampi, livornese puro sangue, Governatore della Banca d’Italia, Presidente del Consiglio, ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica, non ci sono dubbi: la seconda risposta è quella giusta. Uomo delle Istituzioni tutto d’un pezzo, detestava proclami, chiassate e qualsiasi atteggiamento sopra le righe, come aveva già dimostrato nella sua lunga carriera al servizio del Paese. La sua cifra più nota ed apprezzata, secondo tutti gli opinionisti, era quella di proteggere sempre chi lavorava con lui. Anche quando, come quella mattina a Venezia, c’era chi temeva potesse sfuggirgli qualche parola di troppo e decisamente aveva esagerato. Dimostrando, oltretutto, di non conoscerlo a fondo. Perché lui, Carlo Azeglio Ciampi, in tutta la sua vita quello che pensava l’aveva sempre detto senza porsi mai nessun problema. E figuriamoci se si turbava adesso per le voci di una sua possibile ascesa al Colle. Un posto, fino a quel momento, riservato soltanto a parlamentari regolarmente eletti, mentre lui non lo era. Perciò non poteva accadere. E tanto per tagliare la testa al toro, sapeva anche benissimo che il modo più semplice per affossare una candidatura, anche di facciata, era quello di farne girare il nome. Magari con tanto anticipo, come stava accadendo in quei mesi.
Tutto giusto. Però quella volta , capita anche ai grandi uomini, si sbagliava. Ciampi sarebbe diventato Presidente

Perché in verità, qualche anno dopo, esattamente il 18 maggio del 1999 era stato smentito dai fatti e Presidente della Repubblica lo era invece diventato sul serio. Addirittura al primo scrutinio: con 707 voti su 1010. Niente male per un ex allievo della Normale di Pisa, primo Capo dello Stato eletto senza appartenere ad alcun partito presente in Parlamento. Perché era stato sì iscritto al Partito d’Azione nel 1942, ma quell’esperienza era finita appena cinque anni dopo, con lo scioglimento del movimento creato da Ferruccio Parri. Che comunque fosse rimasto nell’animo un azionista per tutta la vita, lo dimostrerà da subito appena approdato al Quirinale. Perché sarà lui che senza tante chiacchiere, fra le tante altre cose, riuscirà in sette anni a far riscoprire agli italiani l’orgoglio del Tricolore e la bellezza dell’inno di Mameli. Da cantare tutti insieme, senza distinzioni di appartenenza e senza vuota retorica. Esattamente come sognava il suo autore, morto a Roma il 6 luglio del 1849 nell’ospizio di Trinità dei Pellegrini, dietro via Arenula. Aveva 21 anni ed era stato ferito a Villa Corsini, mentre combatteva contro i francesi per costruire una nazione che ancora non c’era. L’Italia, appunto.







































































