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Home Sport Tennis/Padel

Omar Camporese dirige il Tennis del Green Garden.

di Gabriele Giusti
Febbraio 12, 2022
in Tennis/Padel
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Omar Camporese dirige il Tennis del Green Garden.
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Se il tennis negli anni ’90 è stato, dopo il calcio, lo sport più seguito in Italia, è anche merito della generazione di Omar Camporese, il primo italiano a tornare nella Top 20 nell’era post Panatta. Celebre per il suo turbo-dritto, come amava ribattezzarlo Giampiero Galeazzi nelle sue telecronache, Omar è stato protagonista di partite epiche che hanno scritto la storia del nostro tennis. Dalla maratona contro Boris Becker in Australia all’impresa di Pesaro contro Moya. Adesso collabora con il Green Garden di Mestre, uno dei circoli più all’avanguardia del Triveneto e non solo.

Omar Camporese, quali sono i suoi primi ricordi legati al tennis?

“Il mio rapporto con il tennis è iniziato quando avevo dieci anni, dopo aver già praticato nuoto e calcio. Un giorno mio padre, che si divertiva a giocare a livello amatoriale, mi portò in un circolo a Bologna e così mi appassionai, pochi giorni dopo ero già con la racchetta in mano. Iniziai ad allenarmi palleggiando con il muro, in quegli anni ancora presente nei circoli, per poi partecipare due mesi più tardi ai “giochi della gioventù”, torneo in cui mi feci notare da una signora che mi invitò a fare una prova alla Virtus Tennis, il circolo più importante di Bologna. Ho così conosciuto il maestro Raffaele Spisani, proprio nel giorno del suo compleanno, il 10 maggio, ed è iniziata la mia carriera”.

Nel 1991 affrontò Boris Becker, prima all’Australian Open poi in Coppa Davis, in due occasioni ed in entrambe la vittoria sfumò solamente al quinto set. Cosa le hanno insegnato quelle due sconfitte?

“Spesso sono le vittorie che ti permettono di farti fare uno step importante e alzare il livello, nel mio caso, per sfortuna, furono queste due sconfitte. All’Australian Open arrivai a due punti dal match e persi al quinto set 14-12 dopo una maratona di oltre cinque ore. Boris vinse il torneo, diventando numero 1, e due settimane più tardi, in Coppa Davis a Dortmund, ci riaffrontammo. Andai avanti due a zero ma, dopo delle chiamate discutibili da parte del giudice di gara, che infatti venne sostituito a partita in corso, Boris mi rimontò e la Germania passò il turno nelle partite successive.

Quelle due sconfitte però mi fecero raggiungere un grande livello e infatti a marzo, sempre del ‘91, vinsi il mio primo torneo a Rotterdam, in finale contro Ivan Lendl, finalista proprio contro Becker all’Australian Open qualche mese prima. Ero in una forma strepitosa e l’anno successivo vinsi il torneo Indoor a Milano contro un amico ed un campione come Goran Ivanišević, raggiungendo la diciottesima posizione nella classifica ATP”.

Omar Camporese, poi però subentrarono i guai fisici e, nel momento migliore della sua carriera, arrivò una forte epicondilite.

”Proprio così, avevo tutte le carte in regola per entrare nella Top 10, giocavo veramente bene ed avevo battuto i giocatori più forti, Sampras, Jim Courier, i già citati Lendl e Ivanišević. Nei primi periodi forse sottovalutammo l’infortunio, mi venivano fatte delle infiltrazioni ed io giocavo, anche se il dolore ritornava sempre. Credevamo che fossero delle normali infiammazioni e quindi saltavo dei tornei e partecipavo ad altri. Il dolore però non andava via e, sotto consiglio del mio preparatore atletico Pino Carnovale, facemmo una radiografia per vedere se il problema riguardava il livello osseo.

Purtroppo avevo delle calcificazioni ossee al gomito e fu necessario intervenire chirurgicamente, di conseguenza ho avuto un lungo stop. Nel frattempo il tennis visse un’epoca particolare di cambiamenti, diventando sempre più fisico e questo non mi aiutò. Quando rientrai quindi faticai molto i primi periodi fino ad arrivare, nel 1997, a ridosso della posizione numero 100 e con una forma ritrovata”.

Omar Camporese, nel ’97  protagonista di un’impresa in Coppa Davis contro lo spagnolo Moya, rimontando da due set a zero.

“Già, grazie al solito Carnovale e ai professori dell’Acqua Acetosa arrivai davvero in forma e volevo che quella Coppa Davis rappresentasse per me una rinascita. Contro Moya avevo già giocato mesi prima e, nonostante fosse il numero otto al mondo, ero molto fiducioso e speranzoso di poterlo battere. La partita fu rocambolesca, nel primo set non sfruttai la palla set e nel secondo invece persi la palla del break al terzo game, finendo così sotto 2-0, perdendo entrambi i due set al tie-break. Con attenzione, determinazione e coraggio sono riuscito poi a dominare il mio avversario e a rimontarlo, quel giorno avevo troppa voglia di fare bene dentro di me e non potevo proprio perdere”.

Dopo quella Coppa Davis era convinto che il miglior Camporese fosse finalmente tornato?

“Sì ed infatti in quell’anno giocai bene e nei tornei più importanti, nonostante a causa della classifica dovevo sempre passare dalle qualificazioni, accedevo sempre al tabellone. Mi ero ripreso e un po’ di fortuna nel sorteggio poteva darmi una mano ad andare ancora più avanti. Alla fine dell’anno sfidammo in Coppa Davis a Norrköping, in Svezia, i padroni di casa che ci buttarono fuori in semifinale per poi vincere 5-0 la finalissima contro gli Stati Uniti. Poco dopo iniziai a sentire dolore alla pianta del piede e in un torneo in Repubblica Ceca mi sono rotto i legamenti dell’arcata plantare, peccato”.

L’Italia tennistica nei primi anni 2000, in mancanza di grandi giocatori, ha vissuto un periodo di smarrimento. Adesso, con i vari Berrettini, Fognini e la grande speranza Sinner, sembra essere tornata la passione di un tempo.

“Adesso c’è grande voglia di tennis ed io stesso, da direttore tecnico del Green Garden a Mestre, noto che gli iscritti aumentano e i bambini sono sempre di più. È necessaria una figura importante che porti in alto il nome del tennis italiano, come ad esempio ha fatto Panatta negli anni ’70, Pietrangeli ancora prima di lui, e la mia generazione negli anni ’90. Non essendoci stato un riciclo di conseguenza è venuto a mancare il giocatore da seguire e guardare in televisione e solo adesso, con i vari Berrettini, Fognini e Sinner, è ritornata la passione per il tennis”.

Omar Camporese, come è l’esperienza al Green Garden di Mestre?

“Il Circolo è bellissimo, in Italia trovarne di migliori è difficile. Ha una struttura alberghiera e un resort all’interno, i campi da tennis sono tantissimi così come le piscine. Adesso sono stati aggiunti anche due campi da paddle e uno da calciotto, il presidente, Fabio Sapori, è ambizioso ed ha sempre idee rivolte al futuro, la sua voglia di fare non può che trascinarmi. Con il Circolo collaboro da cinque anni e sono il direttore della scuola, la mattina e la sera mi dedico alle lezioni private mentre nel pomeriggio faccio da maestro agli agonisti. L’attività ovviamente richiede il suo impegno ma è molto stimolante”.  

Tags: green gardenomar camporesetennis
Gabriele Giusti

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