Le corde dell’ultimo ring le ha scavalcate di notte in un letto d’ospedale a Mestre. Ed è stato un cadere al tappeto senza rialzarsi per Franco De Piccoli, 89 anni, medaglia d’oro dei pesi massimi alle Olimpiadi di Roma del 1960, per anni tra i primi dieci al mondo in una classifica guidata da Sonny Liston e dietro gente come Floyd Patterson e l’emergente Cassius Clay. Nel 1965 lasciò dopo 37 vittorie, 31 per Ko, e soltanto 4 sconfitte. Decise dopo un incontro disputato con la febbre, costretto a combattere per contratto. Doveva servire per la scalata al mondiale, finì sul tavolo dello spogliatoio a chiedersi cosa fosse accaduto, mentre fuori la folla romana piangeva. “Mi sono svegliato e ho chiesto come era andata. Dalle facce ho capito tutto, ho capito pure che la mia carriera era finita. Sono uscito moralmente distrutto. Quando prendi un pugno alla sprovvista da un peso massimo, lo avverti, ne senti le conseguenze. Ho detto basta, che non valeva la pena di rischiare, di fare altre brutte figure”. Aveva 28 anni.
Chi era Franco

Nato nel 1937 a Mestre, Franco De Piccoli è stato il primo italiano – e sinora l’unico – a vincere l’oro nei massimi alle Olimpiadi. Da dilettante è stato due volte campione italiano e campione mondiale dei militari nel 1960. Il giornalista Valter Esposito ne ha raccontato la vicenda nel libro “Storia di una medaglia d’oro”. È stato anche attore di una serie tv della Rai nel 1979: “Quasi due metri”, episodio della serie “Quattro delitti”. Protagonista del film tratto da un racconto di Giorgio Scerbanenco: un gigante dal cuore tenero schiacciato dall’ingiustizia; un richiamo alla storia di Primo Carnera, il friulano campione del mondo dei massimi negli Anni Trenta.
È un bambino esuberante con poca voglia di studiare e molta di fare sport

Il padre Pietro è un friulano di Latisana che, stanco di lavorare la terra, fa l’operaio a Porto Marghera. Si ammalerà per gli acidi respirati, morirà ancora giovane e Franco ne prenderà il posto in fabbrica. Il troppo sport non piace a mamma Uliana, ci sono pochi soldi a casa e quel figlio che cresce a vista d’occhio passa dalla piscina alla bicicletta, al pallone. Lascia presto la bici in salita perché è difficile scalare portandosi dietro ottanta chili, gioca da mediano sinistro nella squadra di Campalto e da centroboa nei ragazzi della Mestrina pallanuoto con “Poesin”, Polesin, il mitico allenatore.
Franco e la boxe

Poi prevale la passione per il ballo, al “Mokambo” verso Oriago, da “Bagigi” a Spinea, al “Cigno d’oro” di Carpenendo. “Ero un piccolo campione di rock and roll, il padrone del “Bagigi” mi vede e mi chiama: “Perché con questa agilità non vieni a fare pugilato?”. La sala da ballo durante la settimana diventava palestra. Fa tutto di nascosto: va a lavorare a Ballò, al ritorno si ferma in palestra dove insegna Arturo Paoletti, di Mira, che era stato campione europeo dilettante dei pesi gallo e poi anche campione italiano da professionista. Il presidente della società gli regala un motorino per fare più in fretta. A 18 anni è alto 1.90 e non ha problemi di peso così affronta i campionati regionali triveneti: il 6 gennaio 1955 sale sul ring contro Trevisan di Susegana e vince per fuori combattimento. “Grande esordio del peso massimo…”, scrivono l’indomani sul Gazzettino. “Appena ha letto mia madre mi ha dato uno schiaffo. E’ incominciata così…”.
Una boxe per tutti

“Ai miei tempi il pugilato era un mondo dove potevi arrivare senza spendere troppo, era uno sport semplice adatto a tutti. Certo ci voleva fame per prendere pugni. Io l’ho fatto perché volevo diventare qualcuno nel mondo dello sport. Data la mole era l’unico che potessi fare. Era il periodo giusto, fatalità ha voluto che incrociassi le Olimpiadi sulla mia strada. Il sogno non era quello di diventare ricco, ma di guadagnare un po’ di soldi da essere appagato. Il Signore mi ha aiutato. Oggi non vedo più gioventù che vuole sacrificare tempo e sogni. Il primo scopo è quello di guadagnare subito tanto. Nessuno fa più sacrifici, nessuno rispetta gli altri”.
Il primo titolo

L’anno d’oro è il 1960 e fa il militare nell’Artiglieria corazzata, lo mandano a rappresentare l’Italia ai mondiali militari dove ci sono grandi campioni che si preparano per le Olimpiadi di Roma. Racconta: “Incontro Prais che era un numero uno, e metto a segno il più bel fuori combattimento della mia carriera. Lui sul ring ballava, ma non era Cassius Clay, l’ho colpito sul plesso di sinistra e ha gridato come Tarzan, è caduto sopra il tavolo della giuria. Ho vinto il titolo e da quel momento ho incominciato a pensare che sarei potuto andare alle Olimpiadi”.
Campione olimpico
A Roma vince il primo incontro per abbandono e il secondo per fuori combattimento, il terzo ai punti. L’incontro per l’oro dura poco, il sudafricano Daan Bekker non resiste, finisce fuori combattimento al secondo round. “Sono diventato campione olimpico… Un sogno, ventimila persone che mi acclamavano, il tutto davanti alla televisione. E’ stato il più bel traguardo della mia vita… Non si può immaginare un’emozione tale, solo il Signore lo sa! L’indomani sono uscito e non potevo muovermi, ho dovuto chiudermi in albergo”.
Franco “Ottavo re di Roma”
I romani lo amano, lo chiamano “l’ottavo re di Roma”, sono il suo pubblico quando passa professionista. È così popolare che nel film “Il sorpasso” di Dino Risi, nella famosa scena sulla spiaggia, il protagonista Vittorio Gassman pronuncia la battuta: “Oh, non sono mica De Piccoli”. Quando arriva a Mestre vanno a prenderlo con una Buick scortata in autostrada da quattro vigili motociclisti sino a Piazza Ferretto, dove c’erano migliaia di persone e avevano allestito un ring.
Il periodo d’oro della boxe italiana

Quella di Roma fu la più grande Olimpiade della boxe italiana: De Piccoli, Benvenuti e Musso medaglia d’oro; Lopopolo, Bossi e Zampieri medaglia d’argento; Saraudi bronzo. Su dieci categorie, sette a medaglia.
Poi gli anni da professionista che decide di chiudere dopo una sconfitta per Ko

“Ho smesso forse nel momento più bello. Penso di essere stato male amministrato e anche male allenato, dovevo combattere per il titolo europeo e potevo anche ambire al mondiale. Quando hai il morale alle stelle non ti fa paura nessuno. Non avevo nessun difetto, avevo tutto a portata di mano. Da allora mi sono tenuto lontano dal pugilato. La boxe mi ha dato la casa, la vita. Mi sono accontentato, avevo già vinto tutto”.
Cosa ha fatto Franco dopo

Ha ricominciato, ha fatto l’istruttore di una scuola guida a Mestre, poi ha sposato la titolare. Se gli chiedevi quale fosse la cosa più bella ricevuta, rispondeva che erano stati i versi di due poetesse che citava a memoria: “Affiora la speranza sul tuo volto leale,/ gli occhi hanno fiamme di fierezza che vale…”. E ancora: “Là sul ring sei rinato/ un grande boxeur;/ l’inno ti saluta/ e va alto in ciel…”. Gli avevano rubato la medaglia d’oro olimpica, il Coni gli ha fatto avere una copia.
Franco e la “sua” boxe
Alla domanda chi fossero i grandi della boxe, rispondeva: “Certo Cassius Clay che io ho visto combattere da mediomassimo. Anche Carnera era meglio di quello che dicono, ma perché non c’ero io! Ma per me il più completo mai visto è stato Duilio Loi. La boxe è intelligenza, se non lo sei ne prendi un sacco. Loi era molto intelligente. Come Benvenuti altro grandissimo. Anche Tiberio Mitri l’ho visto boxare e aveva classe, era bravo. La boxe non è solo dare botte, è fatta di dare e prendere, si combatte ad armi pari”.
Ma nell’ultimo round della vita neppure ai più grandi è concesso di salire sul ring ad armi pari.































Grazie!