Da quand’è che sento attrazione per gli alberi, al punto da disegnarli a memoria, cioè ricordando e inventando forme su fogli volanti integrati da poesie d’occasione o riempiendo piccoli album tascabili? Da tanto, cioè “da una vita”. Di recente ho scoperto che fra noi umani esiste un sentimento (?) che prende il nome di alberità! Sono stato un ragazzo di campagna. Fa parte del mio vissuto: era fatale che le piante intorno alla nostra casa fossero presenze costanti e dunque significative del mio crescere e imparare la vita. Più avanti, quel vago interesse legato in particolare agli alberi da frutto – per motivi facili da intuire – si è trasformato: ho scoperto che ogni pianta aveva una vita propria, che erano individui, come la Grande Quercia di San Basilio (Rovigo), ma anche popolo, come i tigli che delimitano un arco del fossato del Castello estense del mio paese. E sono ancora lì, fieri e vibranti a ricordarmi le meraviglie dell’infanzia quando, fra maggio e giugno, si vestono di fiori e il loro profumo inonda le strade e si insinua tentatore nelle case.
La mia la curiosità affettuosa si è spostata in avanti impercettibilmente – ma precisa – passando dall’utilità alla dimensione estetica. Ho scoperto che gli alberi sono belli: oggetti estetici, perché no?
Il mio vissuto

Questo livello di conoscenza della vegetazione visibile entro l’orizzonte della mia esperienza di paesano si è alzato anche fisicamente, dallo sguardo di bambino a quello di ragazzo e adulto, e però anche grazie alle prime letture non scolastiche: e qui è stato l’esotico mondo della jungla malese con il conterraneo e visionario E. Salgari e i suoi illustratori: la scoperta della pittura sarebbe arrivata dopo decenni, attraverso l’albero di Tullio Pericoli ecc. così come la “filosofia” delle piante nei libri di Michel Tournier.
Ecco che, crescendo, ho avvertito nascere una sintonia, una parentela quasi, fra creature di regni diversi: ma questo è stato più avanti, quando ho incontrato Peter Kolosimo che mi ha fatto leggere i primi romanzi della fantascienza americana. Ho imparato, allora, da alcuni grandi autori che creature diverse potevano sì incontrarsi, ma addirittura amarsi. Un incontro anche fisico. Da lì è stato inevitabile ripudiare il razzismo. E lo devo a un libro, che è stato fatto con la cellulosa di alberi lontani…

Ma quello che possiamo definire come amore per ogni tipo di albero, dai nostrani alle piante esotiche, si è nutrito di arte figurativa. Episodio recente: al Louvre ho comperato un album intitolato Arbres, carnet dessins. L’ho subito sfogliato conteneva\contiene una foresta, una galleria selvosa di rappresentazioni pittoriche-grafiche-commentate da Michel Racine sotto il poetico titolo di L’albero e la sua foresta di segni. Le immagini si sono insediate nella mente facendosi specchio della realtà.
Oggi in me – e spero in tanti altri – c’è la consapevolezza di una fratellanza. Loro sono effettivamente nostri fratelli terrestri, antichi al punto da aver preceduto la nostra stirpe. Fra noi ci sono elementi di somiglianza: loro si nutrono di luce ma anche noi, loro sono radicati nel buio della terra ma anche noi abbiamo radici…
Piazze e piazzate

Ho sentito un commento acido riferito alle manifestazioni popolari a sostegno del popolo palestinese dei giorni scorsi. Le parole sono queste:” Con le piazzate non si aiuta nessuno”. Un atteggiamento che, tuttavia, ha smosso in me un’idea positiva della piazza. Questo spazio urbano, in origene era un prato con la città intorno, e non è un caso che i veneziani usano da sempre i termini campo e campiello al posto di piazza o piazzetta.
Da quel dì le piazze sono diventate spazio consacrato ai riti civili e religiosi cioè luoghi di relazioni, di incontri e commerci che sono i pilastri della vita sociale. Parliamo di un patrimonio socio–culturale di cui siamo eredi e custodi, e che ogni generazione arricchisce secondo lo spirito del proprio tempo: così le piazze diventano strumenti di memoria e di cultura.
Le piazze vive del mio vissuto

Proprio questi valori rifiutano le azioni violente del teppismo ideologico, come è accaduto nelle ultime manifestazioni.
Fra noi e le piazze c’è anche un rapporto di affezione, nel quale mi riconosco, cioè al mio rapporto quotidiano con uno di quelli spazi urbani che sono nidi di memoria dove il tempo si è stratificato ma non imbalsamato, tanto è vero che ne percepiamo la voce narrante cha io, come altri ascolto.
C’è un’idea della piazza che direi sentimentale, quella che non esclude le definizioni degli architetti, ma evoca immagini proprie di un poeta: piazze come laghi circondati da montagne, come radure luminose nell’oscurità della foresta, oasi nel deserto, isole nell’oceano in tempesta.
Che dire? Siccome le piazze sono vive, chi le frequenta può incappare in …una piazzata.
Luce del giorno

( poesia )
Il vento dell’alba spinge
la luce verso l’oscuro
l’occidente ancora preso
dalla magia dei sogni.
La notte è stata prigioniera
di un silenzio vischioso
solcato da lampi lontani.
La luce dell’aurora illumina
una malinconica speranza.
Ascolta, un bambino chiama.
Anonimo 25








































































“…loro si nutrono di luce ma anche noi, loro sono radicati nel buio della terra ma anche noi abbiamo radici…”
SI’, e che GRANDI, ROBUSTE RADICI!!! …PER VEDERE LA LUCE PER SEMPRE …”IN AETERNUM”
“…le piazze sono diventate spazio consacrato ai riti civili e [religiosi (???) ] cioè luoghi di relazioni, di incontri e commerci che sono i pilastri della vita sociale. Parliamo di un patrimonio socio–culturale di cui siamo eredi e custodi, e che ogni generazione arricchisce secondo lo spirito del proprio tempo: così le piazze diventano strumenti di memoria e di cultura.”
,,, Speriamo che lo siano SEMPRE; anzi sarà COSI’!
Gli alberi – presenze quasi eterne delle nostre vite. Silenziose, decorose, con profumi e odori deliziosi secondo le stagioni. Ma anche habitat di altre piccole vite di uccelli e insetti con suoni e canti. Ogni albero è un piccolo universo che dà ombra e protezione a chi ci sta vicino. Presenze amiche.
Bella la poesia, forse un po’ ermetica