Una grande emozione, quasi un’onda altissima al culmine del suono, attraversa la platea del teatro Malibran alla prima assoluta della nuova produzione di Michela Barasciutti, lo Stabat Passio: cinque ballerini vestiti di grigio, tre donne e due uomini, in scena; un palcoscenico nudo, percorso da ombre e luci accecanti, in cui i danzatori della Compagnia Tocnadanza Venezia, almeno inizialmente, sembrano monadi di un’alienazione irrevocabile. Essere, forse neppure esistere, se non per il lieve scalpiccio dei piedi nudi; i volti immobili, che non manifestano.
Un’angoscia sottile prende lo spettatore, perché è come guardare in uno specchio i nostri giorni d’inazione, come se l’orrore della guerra, la sofferenza altrui fossero diventati una sorta di anestetico che ottunde, impedisce il riconoscimento, il respiro di chi ci sta accanto. La rappresentazione più cruda di un contemporaneo sconsolato.
Michela Barasciutti e il suo Stabat Passio

Tuttavia, chi ha conosciuto negli anni Michela Barasciutti, la sua capacità introspettiva, la volontà di un’empatia che passi dagli occhi, dai tendini, dalla voce, sa che tanto calore è capace di trasformare, di creare miracoli. Dunque, quel rombo assordante di guerra irreggimentata, che fa marciare i suoi danzatori verso il proscenio in un grigiore spersonalizzante, in Stabat Passio, conosce ben presto una svolta: dapprima minima, un accennato contatto tra i corpi. Cadono le giacche, e le spalle vibrano di quella improvvisa esposizione, brillano. Un’onda appunto, una vibrazione pura.
Da quell’istante, in un crescendo che può anche disorientare, le figure sul palco si animano, in un empito – a tratti convulso, sincopato, a tratti armonico nei suoi legati – di passione carnale, di necessità emotiva. Soprattutto, i cinque danzatori (che è doveroso citare, da Sara Cavalieri a Fabio Caputo e Roberta De Rosa, da Erika Melli a Giulio Petrucci, quest’ultimo anche assistente alle coreografie) iniziano a guardarsi. Le musiche, intrecciate con sapiente impatto estetico ed emotivo da Stefano Costantini, assecondano il risveglio, o vi si frappongono con dissonanze che danno i brividi. Perché così è l’esistenza, a volte fluida, a volte faticosamente tortuosa.
Passio, o del coraggio di crederci, prima di tutto

Porsi di fronte all’orrore, e decidere in coscienza di vedere. Forse mai, come in questa produzione, Michela Barasciutti assume con la sua Compagnia una posizione tanto decisa. Un atto di presenza lucido, difficile. Tuttavia, lo spettacolo va anche oltre: in quegli atti in purezza che la coreografia squaderna, c’è un passaggio ulteriore, che di questi tempi si potrebbe definire rivoluzionario. Non solo vedere, ma vedere l’altro. Di più: riconoscere l’altro. È così che i corpi, dal timido sfiorarsi, giungono a fondersi, si scambiano la pelle, si sostengono a vicenda. Ora sì che il guizzo muscolare produce energia, i capelli sciolti sono scia di cometa, l’acrobazia delle prese aeree connota la possibilità dell’incontro.
Con tutti gli incerti del percorso, in un alternarsi ritmico di fonti sonore che vanno da Pergolesi a Gurdjieff, da Purcell a Bach e Part, la passione si fa universale condivisione dei destini, una compassione cosmica che passa dall’accettazione del proprio essere umani, per allargare l’orbita verso gli altri. «Dove sei? – questa è l’interrogativo di Michela – Diventa te stesso, così posso vederti». Coscienza, autocoscienza, condivisione: Stabat Passio è tutto questo. E «senza compassione – aggiunge Barasciutti – l’essere umano perde la propria essenza, trasformandosi in qualcosa d’inumano, incapace di amare». Scena buia, potenziale altissimo.
Stabat Passio; un’esperienza unica

Del resto, l’intensità drammatica di questa danzatrice e coreografa non è mai stata fine a se stessa. Il percorso di Michela Barasciutti, nata a Venezia, è costellato di esperienze fantastiche: è stata ballerina solista già a diciotto anni per il Bussotti Opera Festival; per un lungo periodo ha fatto parte della Compagnia di Balletto “L’Ensemble” di Bruxelles diretta da Misha Van Hoecke; poi Prima Ballerina al Gran Teatro La Fenice di Venezia e al Teatro Carlo Felice di Genova in coppia con Vladimir Derevianko. Docente, Direttrice Artistica, apprezzata dalla stampa specializzata, ha costituito nella sua città, nel 1991, la Compagnia Tocnadanza. Da alcune stagioni cura la direzione artistica di VeneziainDanza, prestigiosa rassegna in collaborazione con il Ministero della Cultura e Fondazione Teatro La Fenice, che porta in Laguna il meglio delle produzioni nazionali ed internazionali. Occasioni irrinunciabili di conoscenza e condivisione.
Capacità tecnica, esperienza, cura assoluta di ogni spettacolo: in Michela il significante conta, ma forse quello che la definisce meglio è soprattutto l’analisi profonda dell’essenza umana, la capacità di mettere la sua meravigliosa esperienza tecnica ed estetica al servizio di una visione più acuta. Senza filtri, senza ipocrisie, Stabat Passio.
Foto di Francesco Barasciutti







































































