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La forza del Ricordo per non morire due volte

di Edoardo Pittalis
Febbraio 13, 2022
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La forza del Ricordo per non morire due volte
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Giorno del Ricordo, 10 febbraio 1947, il giorno in cui le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale assegnano alla Jugoslavia l’Istria e la Dalmazia che non saranno più italiane. Il giorno in cui si capisce benissimo che gli italiani di quelle terre dovranno andarsene. Molti sono già partiti come esuli, a centinaia di migliaia. Moltissimi, a decine di migliaia, sono stati brutalmente sterminati anche a guerra finita in una sorta di quella che sarebbe stata chiamata “pulizia etnica”. A  migliaia gettati nelle foibe per cancellarne la memoria.

Una storia colpevolmente nascosta da troppe parti e ricomposta a fatica dopo molti decenni. Una memoria non ancora del tutto condivisa e che continua a scatenare polemiche.

Il ricordo

Per  non dimenticare e per aiutare a fare luce http://www.enordest.it propone: un articolo che rievoca quel drammatico periodo storico; il contributo di una giovane studiosa, Silvia Zanlorenzi, figlia di un esule, sui fatti di quei giorni; il ricordo dolente di una straordinaria esule, Regina Cimmino, 87 anni, arrivata poco più che bambina in terra veneta dopo aver perso parte della famiglia.

Come nasce il ricordo

Ancora il 30 aprile 1945, quando la guerra è già finita in tutta Europa, Mussolini è stato ucciso e Hitler si è ucciso,  i triestini non sanno chi arriverà: gli ustascia di Ante Pavelic in fuga dalla Croazia verso l’Austria, o i serbi collaborazionisti? I neozelandesi o le brigate di Tito, la IV armata iugoslava che ha come punta le unità partigiane del IX Corpus sloveno nel quale ci sono molti italiani?

In città sono rimasti 6 mila tedeschi, ci sono anche fascisti, SS italiane, brigate nere. Il Cln triestino – tra i cui componenti c’è anche il grande poeta Biagio Marin e nel quale non ci sono i comunisti – occupa il porto e gran parte della città, ma i tedeschi per arrendersi aspettano i neozelandesi del generale Bernard Freyberg.

L’arrivo di Tito

Non ci sono i comunisti perché Togliatti, leader del Pci,  forse sa quello che i triestini non conoscono: che a Tito gli Alleati hanno concesso di entrare per primo in città, per questo i neozelandesi hanno rallentato. E i titini non riconoscono il Cln, attendono per entrare il 1° maggio, festa dei lavoratori.

Sotto la direzione dell’OZNA (Servizio per la difesa del popolo), la polizia segreta di Tito che comunica solo con Belgrado e non dà notizie agli Alleati e che si serve di delatori di ogni genere, civili ma anche ex della Rsi, in poche settimane finiscono in carcere tutti quelli che indossano una divisa italiana, compresi i finanzieri che hanno partecipato all’insurrezione. Ufficialmente per la polizia si stratta di “nemici del popolo”; squadre speciali agiscono indisturbate, arrestano, violentano, confiscano, fucilano centinaia di ostaggi italiani. Il generale Freyberg si guarda bene dall’intervenire.

Un ricordo che non si può cancellare

Tito non vuole oppositori al suo progetto di annessione della Venezia Giulia, colpisce anche all’interno del Pci giuliano chiunque si mostri moderato o perplesso. Togliatti mostra ambiguità, quella che viene chiamata “doppiezza”: sulla questione del confine orientale ha una versione per i comunisti italiani e un’altra per Mosca, favorevole alla Iugoslavia.

Gli slavi del sud incominciano subito a terrorizzare gli italiani per indurli ad andarsene, irrompono nelle case, devastano, fucilano, gettano i corpi nelle foibe, li nascondono in altre cavità naturali, nelle miniere di bauxite istriane, nel “pozzo” della miniera di Basovizza, talvolta li gettano direttamente in mare.

Il problema di essere italiano

Spariscono fascisti, delatori, collaborazionisti, ma anche gente comune, carabinieri, poliziotti, guardie di finanza. I veri gerarchi se ne sono andati da tempo. Non è un problema di divisa, vengono prelevati anche insegnanti, funzionari di banca, avvocati, medici, commercianti. Molti sono anche antifascisti, hanno lottato contro il regime collaborazionista. Ma erano e restano italiani. Emerge un progetto preciso di distruzione di tutto ciò che è italiano, di un genocidio; anni dopo si sarebbe parlato di “pulizia etnica”.

Le foibe

Migliaia di persone spariscono nelle foibe che sono fenditure profonde scavate dall’acqua nelle doline carsiche. Molti, per eccesso di crudeltà, precipitati ancora vivi. Li legano a catena con filo di ferro ai polsi, li incolonnano sull’orlo del baratro, basta sparare al primo della fila perché trascini gli altri nella caduta. Chi si salva lo deve al caso. Nomi sconosciuti diventano tragicamente noti: Basovizza. Opicina, Volci, Cruscevizza, Aurisina, Ternovizza…

 “Bastava un soffio,  un colpo di vento e addio. Se si alzava la bora che veniva da Fiume… Si viveva giorno per giorno, ogni cosa poteva accadere”, scrive  Carlo Sgorlon nel suo potente libro “La foiba grande”.

Le foibe per cancellare il ricordo

Le foibe servono a cancellare ogni traccia di identità. Negano alle vittime di esecuzioni sommarie non soltanto la pietà, ma soprattutto la memoria. Uccidere non basta.

I dati che mancano

Gli arresti tra Trieste, Gorizia, Monfalcone e Istria sono così numerosi che il generale Alexander incomincia a nutrire dei sospetti. Le prime settimane di maggio 1945 sono gonfie di orrore e di sangue. Quando incominciano a emergere le dimensioni della strage comunista, i britannici chiedono notizie su 2477 cittadini italiani letteralmente spariti. Belgrado risponde con arroganza.

Già un rapporto del 3 agosto ’45 dall’area di Trieste parla di 9.000 arresti, di 3000 uccisi  e 6.000 internati , la metà a Borovnica  campo di concentramento tristemente famoso per il numero di decessi. Mancano dati su 1000 persone a Trieste, mille a Gorizia, 500 a Pola, 150 a Monfalcone.

Un rapporto alleato del 1947 fisserà a 1492 le persone scomparse a Trieste, 1100 a Gorizia e 3419 per la zona istriana.

L’avvento della “guerra fredda”

Ma non basta, la guerra è appena finita e già si parla di una nuova guerra, questa volta chiamata “guerra fredda” e di una “cortina di ferro” che divide l’Europa. Le potenze vincitrici si sono spartite l’Europa, l’Occidente sotto l’influenza degli Usa, l’Est sotto quella dell’Unione Sovietica.

La linea è sottile ma non può essere tradita, si pensi a quello che sta succedendo in Germania. Trieste è citata come uno dei punti chiave, impossibile cedere su quel confine, difficile raggiungere accordi con posizioni radicalizzate. Ad aggravare le cose nella regione orientale è una situazione che si dimostra ogni giorno più drammatica e terribile.

Rimane solo l’esodo…e il ricordo

Dopo il controllo alleato delle zone, la caccia agli italiani continua nei nuovi territori jugoslavi. Agli italiani di Istria, Fiume, Dalmazia non rimane che l’esodo: i loro beni sono stati confiscati, i terreni e le fabbriche nazionalizzati. Emarginati, economicamente azzerati, sono costretti a fuggire in massa.

E’ una vera e propria sopraffazione nazionalista con un uso sempre più strumentale della giustizia: processo, sequestro e confisca. Gli slavi fanno di tutto “per cacciare l’elemento italiano da quelle terre e possibilmente cancellare ogni traccia della nazionalità italiana”.

La fuga

La fuga diventa fenomeno di massa nel 1946 e 1947 con l’annessione definitiva di tutto il territorio che era stato italiano. Più di trecentomila persone in pochi anni sono costrette ad andarsene.

L’Italia cede l’Istria

Il tutto si aggrava dopo il 10 febbraio 1947, quando i rappresentanti del governo italiano accettano di firmare a Parigi il Trattato di Pace che priva l’Italia dell’Istria, compresa l’enclave di Pola. Appositamente il Parlamento italiano quando nel 2004 istituirà il “Giorno del Ricordo”, per non far dimenticare le vittime delle foibe e dell’esodo, sceglierà la data del 10 febbraio.

Forse è una coincidenza, ma il 10 febbraio 1947 a Trieste l’insegnante italiana Maria Pasquinelli, un passato di convinta fascista, uccide a colpi di pistola alla schiena durante una parata il generale inglese Robert de Winton, la massima autorità alleata. De Winton non ha responsabilità, deve solo attuare gli accordi di Parigi, per evitare problemi ha dato ordine alle truppe di portare armi soltanto caricate a salve.

Pasquinelli voleva non si perdesse il ricordo di quella tragedia

La Pasquinelli dice di averlo fatto per portare alla ribalta la sorte di tanti connazionali istriani e dalmati. Da anni raccoglie documentazione sugli eccidi di partigiani di Tito nei confronti prima di militari italiani, poi di cittadini italiani. Per mettere insieme documenti ha collaborato con tutti, dai repubblichini della X Mas ai partigiani del Cln dal quale erano usciti i comunisti. La condannano a morte e il giorno dopo la sentenza i muri di Trieste sono tappezzati di manifesti: “Dal pantano è nato un fiore. Maria Pasquinelli. Viva l’Italia”.

Michael Goldsmith inviato dell’Associated Press, la prima agenzia di stampa internazionale, scrive a commento senza lasciare dubbi:« Molti sono i colpevoli, gli abitanti di Pola italiani non trovano nessuno che comprenda i loro sentimenti. Il governo di Roma è assente, gli slavi sono apertamente nemici in attesa di entrare in città per occupare le loro case, gli Alleati freddi ed estremamente guardinghi. A questi, specie agli inglesi, gli abitanti di Pola imputano di non avere mantenuto le promesse, di averli abbandonati ».

Arriva la grazia

La pena sarà commutata in ergastolo, poi in 20 anni carcere. Nel 1964 la Pasquinelli avrà la grazia firmata dal facente funzioni del Presidente della Repubblica: Cesare Merzagora sostituiva come presidente del Senato Antonio Segni che, malato, presenterà le dimissioni prima della fine dell’anno. Personaggio per molti aspetti ambiguo, celebrata da una parte come patriota e dall’altra vista come assassina, la Pasquinelli morirà nel 2013 dopo aver compiuto 100 anni. 

In quel 10 febbraio le truppe alleate di ritirano e per gli abitanti di Pola si spalancano le porte dell’esodo.

Quando Pola venne consegnata

Il settimanale “L’Europeo” manda a Pola il suo inviato di punta, Tommaso Besozzi, che diventerà famoso pochi anni dopo raccontando la verità sulla morte del bandito Giuliano: “Ovunque i segni della partenza, e che sia essa quasi totale non c’è dubbio. Trentamila su trentaquattromila che avevano chiesto di essere trasferiti nella penisola, e trentamila abbandoneranno realmente le loro case prima che Pola sia consegnata ai soldati di Tito. Lungo le banchine si levano cataste di mobili. La neve li ha coperti…”.

Il ricordo di Montanelli

Chi scappa può portare poche cose, c’è una “lista nera” che vieta il trasporto di oggetti e strumenti casalinghi, macchine per cucire, biciclette, motoveicoli, apparecchi radio, elettrodomestici. E’ consentita una valigia dal peso di venti chili. Fissato anche un limite alla somma di denaro da portare con sé: massimo tremila dinari e si impone il cambio alla pari, prima era 3 a 1 a favore della Lira. Tutto viene svenduto in fretta, il resto confiscato, soldi compresi. Una rapina vergognosa.

I partenti nei porti e nelle stazioni sono perquisiti per ore, i bagagli controllati accuratamente. Scrive Indro Montanelli: “Ciò che più indigna non è tanto l’abbandono di Pola quanto il modo in cui viene eseguito; in uno stillicidio di morti, nella continua insicurezza delle persone…”.

Montanelli critico

Lo stesso Montanelli critica che in Italia si tenti di mascherare la “pulizia etnica” con la teoria diffusa ad arte secondo la quale l’esodo è fatto di ricchi borghesi e vecchi fascisti che fuggono dal comunismo. In qualche modo il governo italiano cerca di scoraggiare l’esodo. Per il segretario del Pci Togliatti non si ravvisa la necessità “di una fuga di massa dalla Jugoslavia amica”. Il Pci teme la ricaduta negativa sull’immagine del comunismo.

Anche una canzone può essere un ricordo

Tra i tanti profughi un ragazzino destinato a diventare un protagonista della canzone italiana, Sergio Endrigo. Scriverà una bellissima canzone, “Pola 1947”,  dedicata alla sua città: “Da quella volta/  non l’ho rivista più/ cosa sarà/ della mia città…/ Come vorrei/ essere un albero, che sa/ dove nasce/ e dove morirà…”.

E’ quasi una “guerra fredda” in casa e centinaia di migliaia di profughi  si allontanano per terra e per mare e vanno in quella che sentono la loro patria. Ma una volta arrivati vengono considerati se non stranieri, certamente ospiti e neppure tanto desiderati.

I pesanti “Dodge”, camion militari americani, accompagnano gli esuli alla frontiera di Trieste. Vecchi piroscafi li trasferiscono a Venezia e Ancona dove sono allestiti i primi campi profughi. Divisi in 109 campi di raccolta,  i padri da una parte, i figli dall’altra. Da lì vengono smistati per tutta Italia, sempre più lontani, tanti anche in Sardegna.

I profughi in Sardegna

Nell’isola, alle porte di Alghero,  vengono concentrati in una borgata, Fertilia, una delle “città nuovissime” fondate dal fascismo e mai abitate. Le case vengono completate in fretta per accogliere la comunità di istriani e dalmati. Fertilia è costruita sul modello di un paese veneto: i portici, insoliti in una zona in cui piove poco, un piccolo campanile simile a quello di San Marco e vie che prendono subito nomi familiari, Pola e Venezia, Spalato e Rovigno, ricordano gli avvenimenti storici del Veneto e della Venezia Giulia.  C’è il Leone di San Marco sulla colonna che guarda il mare aperto, sopra una lapide sulla quale è inciso: “Qui la Sardegna accolse fraternamente gli esuli dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia”. Era il 1948.

Profughi due volte

A Bologna i profughi sono respinti da ferrovieri comunisti, insultati, sputati. La stessa cosa accade in altre città, anche a Venezia, sotto gli occhi di forze dell’ordine che raramente intervengono.

Esuli due volte e costretti a combattere anche contro la rimozione del tragico esodo per evitare che la loro storia venisse dimenticata. Molti profughi sono vissuti con la convinzione di non aver ricevuto per due volte giustizia.

Il ricordo per non nascondere la verità

Ci saranno sempre ragioni di Stato a soffocare per decenni la ricerca della verità, a nasconderla, ora da una parte ora dall’altra, dietro la spinta di convenienze politiche anche internazionali.  Ci sono voluti sessant’anni perché la “strage negata” diventasse coscienza collettiva degli italiani. Per decenni è stata limitata a storia di terra di confine, non a storia di tutti, soffocata da silenzi di Stato troppo lunghi.

Stiamo uscendo soltanto adesso dall’Istria nera e notturna di grotte e caverne. La “strage negata” della nostra storia si avvia a diventare, speriamo, coscienza collettiva degli italiani.

Non si nascondono i fatti

Le foibe sono fatte per inghiottire e qualcuno, stupidamente, ha pensato che potessero inghiottire anche la storia. Ma i fatti sempre sopravvivono al silenzio, sono come quei fiumi carsici che spariscono sotto terra e di colpo zampillano furiosi a ricordare che esistono. I fatti non cessano di esistere solo perché vengono ignorati, quasi sempre si ripresentano – proprio come i fiumi – più grandi e molto più scomodi.

Senza ricordo non c’è futuro

Il problema è la Memoria, la Storia, siamo un Paese che dimentica facilmente, che si nasconde dietro la mancanza di memoria, così nessuno può essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. Ma noi – persone, popolo, nazione – siamo fatti di ricordi, senza è come se non fossimo mai esistiti. Saremmo un Paese malato di Alzheimer, incapace di riconoscersi perfino davanti allo specchio. Un Paese senza ricordi non  ha nemmeno un futuro.

Tags: Fertiliaguerra freddaMaria Pasquinellimontanelliprofughiricordosergio endrigotogliatti
Edoardo Pittalis

Edoardo Pittalis

Giornalista professionista, per anni vice direttore de Il Gazzettino, autore di diverse pubblicazione e scrittore.

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