Medito su due esperienze italiane di questo tempo: una intellettuale, l’altra religiosa (ma so che esiste pur sempre una specifica religio e si trova nella spiritualità creativa….). La prima esperienza è riassunta in una dichiarazione del grande Claudio Magris che ho trovato in una sua vecchia intervista, là dove lo scrittore triestino è consapevole “che un solo granello della realtà che viene raccontata è comunque più grande di quel che si scrive”. Dalla scrittura di un autore famoso si passa all’azione, dal pensiero al gesto umanitario e, geograficamente, da Trieste al Madagascar dove fiorisce l’apostolato moderno di una suora – anziana e anonima – che così definisce il senso della sua presenza: “Io sono soltanto una goccia”. E conclude: “Ma se non fossi qui, ci sarebbe una goccia in meno”… La misura della grandezza del nostro essere umani è decisamente una questione di granelli e di gocce? In certi casi, sì. Ma quanti di noi sono disposti non dico a imitare i due personaggi che ho citato, ma anche solo a immaginarsi come loro?

Altri “virus”, altri “vaccini”
Parlando in metafora, spesso nei giornali si incontrano le parole virus e vaccino usati fuori contesto e tuttavia molto espressivi. Addirittura un politico nostrano ha detto che dovremmo “attivare il vaccino culturale contro il razzismo” (che sarebbe in tal caso il virus). E poi, sul Corriere della sera, si poteva leggere tempo fa questa frase: fermo restando che “esiste il germe della imbecillità“, ci si deve attrezzare per contrapporgli “il vaccino del buon senso” perché quel germe “può sempre sfociare in epidemie di razzismo e in accessi di xenofobia”. Firmato Goffredo Buccini. E non si dica mai male del linguaggio figurato quando fiorisce, come si è visto, nelle cronache dei nostri giornali.
Le “vite lavorative”

In Italia, viviamo in una curva della storia caratterizzata dalla pace (almeno nel senso di mancanza di guerra…) eppure la Sterminatrice cavalca in mezzo a noi e continua la mattanza. Mentre sta visibilmente calando la falcidie pandemica, ecco che le morti sul posto di lavoro continuano al ritmo feroce di due al giorno. Le “vite lavorative” stroncate, che creano vedove e orfani, la strage di innocenti: è questo lo scandaloso tributo che la nostra società paga non già a un virus, non già a un destino cinico e baro ma a una legislazione insufficiente, a un sistema di sicurezza imperfetto o male applicato. Pensiero civile: per i caduti sul lavoro la nostra memoria collettiva dovrebbe farsi più vigile e più visibile, per esempio con un murale (come si è visto a Prato) o con una lapide. Le lapidi onorano il nome che portano inciso, ma sono anche un memento a noi cittadini e alle istituzioni.
Catene (poesia)

Giorno afoso, una cuccia e un cane alla catena.
Poco più in là una ciotola ricolma d’acqua.
Ma la catena è corta e il cane non ci arriva.
Aggiungiamo al quadretto un altro elemento:
le nostre molto più lunghe
e meno visibili catene
che ci fanno passare davanti disinvolti.
W. Szymborska, premio Nobel 1996





































