Ci sono momenti nella vita di ciascuno in cui siamo chiamati a “fare i conti con noi stessi”. Si tratta di occasioni non programmate, ma create da eventi esterni o interni a noi, che assecondiamo o rifiutiamo, forse perché siamo posti davanti alla nostra anima denudata e quindi ci vuole una buona dose di coraggio per far “quadrare i conti”. Questa operazione, squisitamente psicologica, ci coinvolge in privato, ma a volte qualcuno si esanima pubblicamente. A proposito, c’è un esempio letterario, il Diario in pubblico di Elio Vittorini.
Ci vuole coraggio a guardarsi allo specchio

Il processo a sé stessi, poiché di questo si tratta, ci sorprende profondamente, direi quasi che suona come una vera e propria scoperta. Una prova in questo senso ci viene da un personaggio da cui difficilmente ci aspettavamo una confessione in pubblico, cioè Vittorio Sgarbi.
Il famoso storico dell’arte, famoso anche per il suo smodato dinamismo anche sulla scena socio-culturale, reduce da un lungo periodo di depressione, ha pubblicato il libro Il cielo più vicino. La montagna nell’arte, La nave di Teseo, 2025. È un’opera intrisa di spiritualità e di pensiero filosofico. In, fondo, parlando della montagna, Sgarbi ha parlato di sé stesso, e di tutti noi, come vedremo più avanti, riconoscendo i limiti dell’uomo.
In effetti, fare i conti è un modo per riconoscere e denunciare i nostri limiti e le nostre insufficienze che avevamo nascoste anche a noi stessi, vivendo, come gli ipovedenti, una realtà sfocata e ristretta.
Il coraggio di seguire un percorso per svelare l’anima

Come dicevo, è il coraggio che ci consente di guardare il percorso che ci ha portati a quello svelarsi dell’anima che, in un tempo non troppo lontano, si chiamava esame di coscienza e esigeva una risposta e un cambiamento.
Questa discesa nel nostro profondo, nelle persone più sensibili, può portare a vere proprie crisi esistenziali: a volte l’anima oppressa si copre d’ombra, ed è depressione. Con quest’ultima parola i miei pensieri si collegano all’attualità, cioè a Sgarbi, e concludo con le sue parole riportate dal Corriere della Sera: “La strada eccede le mie forze, e non mi resta che dar conto dei miei limiti, più vasti di quanto immaginassi: perché la montagna è un limite, e, nel limite, misura dell’anima”.
Davanti alla finestra

D’improvviso, l’altra mattina, mentre guardavo la luce in crescendo, due figure si sono mosse in alto, sulla terrazza condominiale di fronte. Due donne, vestite con colori sgargianti, stendevano il bucato e parevano danzare nel vento. Scena bellissima, però sopraffatta, nella mia mente, da una visione remota, quando la pandemia del Covid ci soggiogava e terrorizzava, e le terrazze ci liberavano dalla clausura indotta dall’emergenza. Il sole primaverile indorava la città, la natura indifferente si risvegliava, e noi eravamo trincerati nelle nostre case.
Il ricordo riguarda la terrazza del mio condominio dove salivo per fare un po’ di esercizio fisico all’aria aperta, in particolare camminavo e contavo i passi. Ero completamente solo, all’inizio. Schioccava qualche lenzuolo e la città era silenziosa: le campane della chiesa dei Cappuccini suonavano il mezzogiorno. La vita sociale era spenta, ma le terrazze erano diventate piccole isole i cui abitanti, come il sottoscritto, si salutavano e si scambiavano sorrisi. E si camminava con impegno, come se ci aspettasse una piccola maratona. Io contavo di arrivare almeno a mille passi ogni mattina, passi diversi da quelli che facevo in soggiorno, dove mi sentivo un po’ criceto.
Il coraggio di affrontare una situazione imprevista

A parte queste banalità, avevo pensieri tristi: la città soffocava sotto l’aggressione del virus, la morte falcidiava, eravamo tutti in pericolo e in attesa di miracolo, che poi sarebbe arrivato sotto forma di un vaccino. A proposito, la mia fantasia aveva creato un personaggio favoloso, destinato ai bambini di ogni età e l’ho chiamato il Cavalier Vax: ero convinto che la scienza ci avrebbe liberati dal morbo invasore.
Tornando alle terrazze, ricordo che i miei concittadini affacciati alle balaustre per salutare agitando la braccia assomigliavano ai migranti veneti che dalla tolda di navi gigantesche dicevano addio ai parenti e alla terra madre.
Pensiero finale: lassù era un altro mondo e infatti, quando dalle terrazze siamo calati sulle strade, abbiamo scoperto che “gli altri” erano tornati anonimi.
Colpi di vento

(poesia)
Lo scossone del tempo,
si stampa nel cuore
è un vento che s’impone
è l’odore divagante
dell’inverno con-fuso
nella mia tristezza
è l’entropia dell’amore
è l’aria informatica
puro caos e cacofonia.
Vita mia che galleggi
nel mare mediatico
scatta, ti prego, risorgi.
E così sia.
Anonimo 17

















































































