Molti lasciano di sé ricordi che sono, ahimè, come le impronte sulla spiaggia: arriva la marea e le assorbe , le cancella per sempre. Più resistenti dei ricordi, però, sono le opere in particolare quelle degli artisti che hanno anche il valore incommensurabile della bellezza. Questo pensiero si è acceso in me in un giorno di luglio davanti ad un’opera pubblica che si può ammirare a Siror (Primiero) nel Centro civico: è il murale “I sogni della Bancalonga” e ci fa scoprire un grande artista trentino: Riccardo Schweizer (1925-2004). Partito dalla sua valle ha vissuto la temperie estetico-culturale europea del Novecento come ha ben documentato Luigi Lambertini nella monografia intitolata “Memoria e progetto”, Electa 1989.
La tecnica di Schweizer

Nella sua opera si nota l’influenza di Picasso, di cui fu amico, durante i suoi soggiorni a Parigi e in Costa Azzurra.
Il dipinto ha grandi dimensioni, 130 m.q., è un omaggio del pittore alla sua terra natale, ed è collocato fra due forze dinamiche: il traffico intenso lungo la statale per San Martino di Castrozza e la corrente impetuosa del Cismon.
Chi è Schweizer

Schweizer è un pittore-narratore e questo murale gigantesco, con il suo dinamismo spettacolare lo testimonia. L’opera, nella sua intensità espressiva, si apre con la truce maschera di Attila le cui famose orde fecero fuggire le popolazioni venete della pianura parte verso le lagune, che sono l’origine di Venezia, e parte che si rifugiarono in queste valli del trentino.
Nella visione di Schweizer un fiume umano e favoloso percorre i sentieri della storia. Le vicende della sua gente per forza d’arte con le creature fantastiche del folclore primierotto, un mix di leggende venete e trentine che personificano le energie telluriche e magiche della natura, il tutto espresso in figure femminili vivaci e carnali .
Oltre che un squisito atto d’amore per i luoghi delle sue radici, era nato a Mezzano, “I sogni della Bancalonga” sono un forte esempio di etica civile.
Peccato che un’opera così ammirevole collocata in una zona a vocazione turistica non sia adeguatamente segnalata.
Eccessi di natura


Dice il saggio: “In questo scorcio di secolo sembra che noi umani vogliamo imitare la natura nelle sue peggiori manifestazioni: la terra trema sotto le convulsioni metereologiche contro le quali la nostra scienza sembra cedere le armi. Gli eventi estremi come chiamano le inondazioni catastrofiche, che colpiscono a caso e ovunque, sono un’immagine del caos che avanza, una danza macabra fra cielo e terra. E noi, universo umano, presi nel mezzo, siamo impotenti”.
In realtà, l’Uomo non ha bisogno di imitare nessuno: lui stesso è un groviglio di forze oscure e devastanti: possiamo dire che nei nostri comportamenti ormai vince la sindrome dell’eccesso. Se in natura non piove più ma diluvia, nei rapporti umani le parole non bastano, trionfa la violenza.
Viene spontaneo chiedersi: esiste ancora la cosiddetta normalità? Pensavamo che gli estremisti fossero una setta religiosa o una frangia politica. Non è più così: i politici non fanno interviste ma comizi, non si discute ma si urla, non si viene alle mani ma si impugna il coltello. Per non parlare dell’estremismo dei sentimenti:” Non mi ami più? TI uccido”. Questi casi sono quotidiani a livello sociale, ma, all’orizzonte un tuono continuo ci ricorda l’estremismo sanguinario delle guerre in corso.
Vento di luce

(poesia)
Il vento irradia luce,
si insinua gagliardo
nel folto ombroso
tra foglie vibranti.
Ah, lo so: è l’appello
della Gran Madre:
soffio che germoglia
nel cuore vegetale.
Il tronco è un gemito,
corpo sognante chiamato
a dar compimento
al progetto darwiniano.
Le foglie impazzite e sconvolte
anelano all’abbraccio del sole.
E noi, foglie pensanti,
dove ci collocheremo?
Anonimo veneto







































































