Chiara Polita ha esordito nel 2020 con Siamo l’acqua, siamo la terra, Romanzo (Bologna, Bononia University Press), le cui vicende si svolgevano durante la Grande Guerra (recensione qui https://www.enordest.it/2021/07/04/un-nemico-fermato-allagando-le-proprie-terre/). Un romanzo che non raccontava le vicende avvenute al fronte, ma l’altra guerra, quella che hanno combattuto uomini e donne delle terre di bonifica nel Veneto Orientale, in particolare nel territorio di San Donà di Piave e dintorni, dove a suo modo anche la popolazione è stata in prima linea, là dove “acqua e terra si confondono di continuo”, come ha affermato l’autrice. La sua narrazione ora, nel secondo romanzo, Di fulmini e tempesta, pubblicato da Marsilio quest’anno, procede estendendosi alla seconda Guerra Mondiale, attraverso le vicende di un universo soprattutto femminile: donne che trovano la forza di reagire, prendere posizione, unirsi alla resistenza a fianco degli uomini con ruoli molto importanti e rischiosi. Su tutte Maria, la protagonista, una partigiana, una donna matura, un’operaia di quarantotto anni che entra in contatto con i partigiani del Basso Piave tramite una giovane collega, Gilda.
La partigiana Maria

Maria ha già vissuto il dramma della guerra, che ha segnato la sua vita in modo drammatico, lasciandole una ferita nell’anima, un senso di colpa inestinguibile per una scelta a cui è stata costretta e che verrà rivelata nel corso della narrazione. Questa donna di poche parole, figura tipica di un’Italia rurale la cui saggezza si esprime in un frasario fatto di proverbi che dispensa la nonna Armida, figura di stabilità con il potere magico delle parole tramandate con amore.
«Quando cadi a terra, pensa che ogni cosa piantata lì, se trova l’acqua, cresce e si alza, Maria.» (p. 9). E di acqua, a San Donà, dove vive Maria, ce n’è tanta. La Piave (sempre al femminile quando la si vuole indicare in modo affettivo, mentre quando ne parlano i fascisti è sempre al maschile) è una presenza constante nella sua esistenza. Le reca conforto, la sostiene, l’aiuta con il suo scorrere.
L’acqua è la vita, è la proiezione di questa donna che non si lascia imbrigliare, è un vero e proprio personaggio in questa storia, così come aveva rappresentato, nella Grande Guerra, l’estrema difesa del territorio, quasi un fante che contrasta il nemico.
Come Maria diventa partigiana
Maria si unisce dunque alla brigata Eraclea, comandata da Attilio Rizzo. Dovrà custodire una mappa sulla quale un partigiano, prima di morire, ha scritto frasi sibilline che dovranno essere interpretate, e due nomi da svelare.
Maria dunque non è solo una staffetta, ma ricopre un ruolo più complesso e importante, di intelligence. In questo modo Chiara Polita descrive le donne resistenti inserendole in un contesto più diversificato, delle vere e proprie combattenti. Non a caso per la copertina del libro è stata scelta una fotografia molto significativa. Una giovane donna sorridente che avanza nella neve assieme ad altri partigiani che la seguono, reggendo un fucile (si tratta di Prosperina “Lisetta” Vallet, 1944). Maria accetterà anche di prendere in casa un bambino ebreo, al quale verrà assegnato il nome di Giacomo. Salvandolo dalla deportazione che ha già colpito la sua famiglia e che riempirà in modo inatteso la sua maternità negata.
La caccia

Quando da Venezia giungono a San Donà due giovani fascisti, Bufera e Vito, inizierà una rocambolesca caccia. Che costringerà Maria non solo ad imbracciare le armi, ma anche a fare i conti con il suo doloroso passato.
Chiara Polita racconta questa storia ricca di eventi e di colpi di scena sorprendenti con una scrittura solida. Uno stile a tratti poetico e ricco di suggestioni. Delinea i personaggi con sicurezza e realismo, grazie anche agli studi storici che hanno preceduto la stesura del romanzo. E che le hanno permesso di inserire anche la figura di Silvio Trentin, uomo di grande rettitudine. Tornato a San Donà dall’esilio in Francia dopo l’8 settembre per organizzare formazioni armate partigiane in Veneto, venne arrestato poi a Padova. Morì nel marzo del 1944 per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Sepolto di nascosto, di notte, a San Donà, «L’uomo che aveva parlato di bonifica, di uomini, di futuro, di libertà e di diritti, di acqua e di terra, e che aveva dato tutto se stesso, veniva sepolto come un ladro, confuso nella sera.» (p. 109).
L’autrice

La narrazione di Chiara Polita procede proprio come un fiume. Scorre a volte impetuosa a volte più calma, rompendo, se serve, gli argini. Sostenuta da un impeto di afflato morale e civile che le permette di giungere, sicura, alla foce.
Chiara Polita vive a San Donà di Piave. Laureata in Conservazione dei beni culturali, ha lavorato per molti anni in ambito museale, svolgendo in seguito attività professionale in campo culturale. Ha pubblicato tre sillogi poetiche e una raccolta di racconti. Alcuni suoi testi, tra prosa e poesia, sono stati utilizzati a teatro, attraverso la collaborazione con attori e musicisti. Ha inoltre una produzione saggistica relativa a storia e arte del territorio, incentrata negli ultimi anni sul tema della Grande Guerra. Nel 2020 ha pubblicato Siamo l’acqua, siamo la terra, Romanzo, Bologna, Bononia University Press, 2020.








































































Mi associo e condivido la recensione, pur non avendone titolo, ma semplicemente per ammirazione, stima ed opportunità di approfondimento legato a temi umani e storici del nostro territorio e de “la Piave”, fiume che mi ha vista nascere, crescere, giocare e… fantasticare… ♥️💖
Grazie!
Grazie Annalisa per l’accurata recensione che ha valorizzato gli aspetti umani e simbolici del romanzo, a partire dalla protagonista e dalla forza vitale del fiume. Maria resiste per ri-esistere con coraggio e speranza.
🙂