Maurizio Dianese, giornalista e scrittore, è stato il primo a raccontare la vita e i misfatti del bandito Felice Maniero, ma fino ad ora, nei due libri già pubblicati, aveva potuto contare su una ricostruzione giornalistica basata su documenti, atti giudiziari e testimonianze. Ora, nel suo nuovo libro, uscito da pochi giorni per l’editore SEM, il punto di vista viene messo maggiormente a fuoco perché la narrazione si avvale della testimonianza del diretto interessato.
Maniero ha chiesto a Dianese di intervistarlo

È stato proprio Maniero a chiedere a Dianese di ascoltarlo. Come se, arrivato quasi alla fine della sua vita, volesse mettere ordine, un punto fermo su ciò che è davvero avvenuto durante la sua rocambolesca attività criminale. Probabilmente era consapevole di stare perdendo il contatto con la realtà, la capacità di ricordare e quindi di raccontarsi.
Il libro e le mille vite del Maniero bandito

Questo libro, intitolato Come me nessuno mai. Le mille vite di Felice Maniero bandito, si deve quindi considerare la ricostruzione definitiva non solo della vita e delle malefatte di un criminale, ma anche di una società in cui queste si sono sviluppate. E di una banda attorno al suo capo indiscusso che nasce e cresce in un territorio, il Nordest, in via di rapida trasformazione, di veloce arricchimento che genera nuove figure della malavita dall’effetto dirompente.
Dianese alla prova tra realtà, mito e leggenda

Dianese racconta l’uomo Maniero e la sua leggenda mettendo in luce i fatti che hanno determinato la sua personalità. Il suo egocentrismo, il narcisismo, la fredda determinazione nell’ordinare o eseguire personalmente i molti omicidi, senza però nascondere la sua statura criminale. Nel libro si ricostruisce tutto il percorso biografico di Maniero, dall’infanzia alle clamorose rapine e alla gestione addirittura “scientifica” dello spaccio, fino al tradimento dei suoi compagni e allo squallido epilogo che lo vede solo, senza un soldo e malato.
Un bandito “vecchio”
Il vecchio bandito oggi non esibisce più il sorriso, l’eleganza e la sicurezza con i quali ha affrontato gli arresti ai “tempi d’oro”, ora appare come una figura tragica. «Magro come un’acciuga. Tirato. Pelle e ossa. Pallido, anzi, bianco, di un bianco che rivela la totale mancanza di esposizione all’aria aperta. Non al sole, proprio all’aria. La carnagione di chi esce dall’ospedale dopo mesi passati a letto.» (p. 11).
Molte sono le novità rispetto alle precedenti ricostruzioni giornalistiche

La figura della madre, per esempio, che Maniero ha sempre protetto dichiarando che non era coinvolta nei suoi, chiamiamoli, “affari”, ora appare come l’unica persona di cui lui si fidasse davvero. Era lei, infatti, a riciclare il denaro, lei ha protetto finché ha potuto il patrimonio accumulato dal figlio. E finalmente maniero ammette non solo di essere stato lui ad autorizzare l’omicidio di Silvano Radetich, ma arriva a scagionare Gino Causin per l’omicidio dei fratelli Rizzi, vero e proprio delitto di mafia. Omicidio per il quale Causin è stato condannato all’ergastolo, morendo in carcere.
Dianese alla scoperta delle vicende meno note

E racconta anche aspetti poco noti della sua vita, come ad esempio la sua esperienza bohémienne a Londra, appena quattordicenne, tra concerti dei Black Sabbath, gli Who, i Jethro Tull, i Genesis e una certa frequentazione con Mick Jagger (p. 95).
Maniero ladro con furbizia e intelligenza

L’intelligenza criminale di Maniero era nota, tutti sanno con che precisione preparasse i suoi colpi, tuttavia non era così di dominio pubblico la sua passione per la lettura e per l’arte. Studiava, Felicetto, non solo per investire in dipinti, ma proprio per passione personale. Leggeva “Il Sole 24 ore” per affinare i suoi investimenti. Un peccato che tutta questa intelligenza e cultura l’abbia messa a servizio del crimine, verrebbe da dire.
Dianese ricostruisce il suo mondo e racconta quegli anni

Dianese è molto abile, poi, a ricostruire un mondo, un territorio, il bipolarismo veneto e le sue contraddizioni, di una società «fatta di gente che […] ogni domenica va a messa e subito prima e subito dopo non riesce a mettere insieme una frase senza condirla di bestemmie. Oppure di imprenditori che si fanno un punto d’onore di parlare dello Stato “‘sassino che ne cava el sangue coe tasse” salvo dimenticare di pagarle, le tasse, visto che il Veneto è ai vertici dell’evasione fiscale in Italia. Per non parlare di chi tuona contro gli immigrati “lazzaroni che no gà voglia de far gnente” e poi assume in nero solo ed esclusivamente immigrati clandestini.». (p. 112).
Dianese tra reportage e romanzo

Questo libro, a metà tra reportage giornalistico e narrativa, tra biografia e poliziesco ricco di colpi di scena, colpi gestiti con precisione maniacale e evasioni rocambolesche, tradimenti e vendette, è scritto con una prosa gradevole e serrata e si legge come un romanzo.
La storia

La storia della banda, ma non quella del suo capo, si conclude nel 1995 quando, dopo l’arresto a Torino, Maniero decide di collaborare con la giustizia e con le sue dichiarazioni contribuisce a smantellarla facendo arrestare tutti e ottenendo un programma di protezione che prevede una nuova identità e la possibilità di scontare la sua pena in una località segreta.
Maniero o Luca Mori?

Nel libro si affrontano anche le attività imprenditoriali che Maniero avvierà con il nome di Luca Mori, dopo la scarcerazione nel 2010, e la vicenda giudiziaria che lo porterà a un nuovo arresto per maltrattamenti familiari nel 2019. Dianese conclude la sua narrazione con un epilogo degno di una tragedia greca: il famoso bandito ricoverato in una residenza per anziani, con una nuova identità è l’ombra di se stesso, un vecchio che, nei rari momenti di lucidità dice di essere Felice Maniero ma non viene creduto da nessuno.
L’autore

Maurizio Dianese per più di trent’anni ha coperto le storie di mala e le mille infiltrazioni mafiose nel Nordest. Ha raccontato celebri figure criminali come Vincenzo Pipino, re dei ladri veneziani, e il boss Silvano Maritan. Ha scritto Il bandito Felice Maniero (1995), la prima inchiesta sulla mafia del Brenta. Con Gianfranco Bettin ha pubblicato per Feltrinelli La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002), La strage degli innocenti (2019), La tigre e i gelidi mostri (2023). È autore dei romanzi Nel nido delle gazze ladre (2017), Doppio gioco criminale. La vera storia del bandito Felice Maniero (2018) e Profondo Nordest (2019). Per Sem è uscito Come me nessuno mai. Le mille vite di Felice Maniero bandito (2026).







































































