Alcuni anni orsono, avevo scelto per la copertina di una raccolta poetica una splendida opera dell’artista Sarah Seidmann: un gigantesco nido e un uovo blu, a rivelare che il futuro ha bisogno di radici, ma esiste sempre la speranza di una nascita. Oggi ripenso al nido di Sarah, leggendo l’ultima silloge di Roberto Lamantea, Uno strappo bianco, INTERNOlibri Editore, uscita nell’ultimo scorcio del 2021.
Chi è Roberto Lamantea

Conosco Roberto da tempo: nato a Padova nel 1955, figlio di un pugliese e di una friulana con radici in Austria, ha trascorso infanzia e adolescenza tra Gorizia, Udine, Imperia. Oltre che poeta, è giornalista e, soprattutto (lo scrivo per passione e militanza, quindi sono di parte), eccellente critico di danza e teatro.
Un autore sensibile, che ho seguito nell’evoluzione raffinata, esclusiva del fraseggio, specie da quando – nel 2009 – uscì con un libretto fondamentale, intitolato verde notte, per Amos edizioni.
Roberto Lamantea e la sua Mirano
Testo pugnale, testo carezza: i ritmi di Lamantea, fine ascoltatore di Schoenberg, si mescolano al gocciare della pioggia nell’amato parco di Mirano, dove ancor oggi Roberto esce a passeggiare appena può; tutti i sensi acuiti dal contatto con quella natura che l’avvolge e di cui lui sa cogliere la voce segreta, i codici nascosti.
Un modo personale di “trattare” le parole
Allo stesso modo, con la stessa soave meticolosità (che appare lieve, anche se l’autore conosce bene il dolore, la ferocia del distacco, la spietata legge vitale), Lamantea tratta le parole: natura duttile sotto la sua matita ben temperata, la penna biro delle meraviglie. Da sempre, questo poeta sperimenta l’altalenarsi dei suoni, la potenza dell’allitterazione, l’espressività del sillabare, del condensare in guizzi la fonazione.
Quasi danzassero i testi, su coreografie legate alle stagioni dell’anno e della vita. Da sempre incubo e sogno, trauma e salvezza, nascita (il nido) e morte. Quella coscienza di chi sa di sentire intensamente, sempre troppo intensamente, mentre il resto del mondo scorre ignaro.
Roberto Lamantea e la nuova raccolta

In questa nuova raccolta, tuttavia, Roberto ha trovato la forza di un nuovo equilibrio; non perché sia l’ultima in ordine di tempo ma, forse, perché è armonicamente coraggiosa. C’è tutto: ancora l’origine, e cammini su sentieri poco battuti; notti di neve nera e pensieri che si fanno legno.
L’importanza del ricordo
Zakhòr, in ebraico “ricorda”, titola Lamantea; ma è “celebra e ricorda” nell’attuazione del Precetto. Celebra l’assurdità degli orrori, così come l’assunto sacrale, pregno di una sua ciclicità, del narrare. Forte è il vento delle storie, solido: se giri un ricciolo di terra / nel vento d’autunno / ne senti la musica / piogge e tintinni e sterpi / il fruscio / di ruvida culla, recita il poeta. Forte la disillusione, il disincanto: snuda notte snidia / in gola sfiorata / notte senza labbra vento senza labbra / notte sgozzata / appesa a morire / al gancio della memoria / notte senza dita senza teschio / che nessuno guarda / che nessuno ama / notte che nessuno vuole / vedere.
Hanno tolto gli occhi alle parole, annota altrove, ma le parole – nel suo verso – resistono: dalle zolle affiorano mani / e teschi / e dagli stracci / poesie / sporche di terra.
Proprio così: poesie sporche di terra, terribilmente vive
Anche nella denuncia, persino nell’invocazione disperata. Qualcuno – anche il meraviglioso Umberto Piersanti nella postfazione al volume – ha paragonato i testi di questa silloge ad Andrea Zanzotto, ma questo credo sia vero solo in parte: nella ricerca linguistica, per determinate assonanze ambientali, per il profumo cosmico dei boschi. Lamantea, ne Lo strappo bianco, porta avanti un azzardo diverso, compie un viaggio autonomo, faticato, lacerante, che è carne e sangue.
Toglie i veli, Roberto Lamantea

E si annuncia in una compiutezza deflagrante. Ha negli occhi “uno strappo bianco”, valica il confine. Ci sono tutti i paesaggi più cari al di là, ogni essere amato: il gatto Ghost, le terre natìe (bella la migranza del pensiero, fa fertile il mondo), il Friuli e la Liguria, il Sud paterno. Ci sono le strade del paese dove ha scelto di fermarsi, la sua veneta lentezza; la solitudine abitata che, da sempre, lo accompagna. “Vicino alla gemma dell’esistere”, lo definisce Giovanni Fierro nella bella prefazione.
Ecco, la buona poesia: fa entrare la luce soprattutto dalle crepe e, quasi paradossalmente, risana.








































































Una raffinata raccolta di versi per cultori della poesia!
Come sempre sai trovare le parole per restituire la bellezza della poesia. Brava, Francesca. Questa recensione tanto intensa Roberto se la merita tutta.
Bellissimo testo Francesca. Corro a comprare i libri di Lamantea!
Brava!