Quest’anno, l’autunno non ci ha portato solo giornate luminose, ma anche due nuovi libri, insieme a loro, però, dobbiamo aggiungerne un altro che ha agitato le nostre coscienze. Si tratta di un vecchio romanzo giapponese comparso in questi giorni nella nostra libreria dove ha voluto farsi trovare con il suo sorprendente e, per certe sensibilità, sconvolgente messaggio. Tre libri scritti per essere meditati, e infatti si legano fra loro per il tema trattato. Tema gigantesco, come una montagna, solenne e a suo modo sacro: l’eterno rapporto tra la vita e il suo contrario. In altre parole, gli autori affrontano un argomento tabù, specialmente nella società odierna, cioè la morte. Ne parlano da punti di vista e da esperienze diverse, ma tutti senza abbandonarsi a parole tenebrose, usando, invece un linguaggio diretto, poetico e anche ironico.
Il primo libro è la prima montagna da scalare

Il primo libro è quello che viene da lontano: il suo titolo è, ”Le canzoni di Narayama”, autore Schichiro Fukazawa, editore Einaudi 1980, dal quale è stato tratto un film premiato a Cannes. Il libro narra del pellegrinaggio che un’anziana deve compiere “al tempo delle castagne” verso la montagna di Narayama dove abita “un Dio”. Si tratta di un viaggio senza ritorno, inesorabile, imposto da un antico rituale che prevede un’intima preparazione lunga quanto la vita. Il racconto, intercalato da antiche canzoni, è ispirato a una filosofia che nasce dall’intreccio fra l’umano e il naturale.
Il secondo

Il secondo libro è quello di Antonio Polito: ”Qualcosa di noi resterà. Come sopravvivere alla morte”, Mondadori 2025. Un libro nel quale l’autore affronta il tema scabroso della finitudine. Lo fa con scrupolo umano e, da quel grande giornalista che è, con impeccabile professionalità non disgiunta da una vena ironica. Polito ha intrecciato il suo pensiero con l’ascolto delle testimonianze di persone che hanno vissuto l’esperienza della simil-morte. Il risultato, come è stato scritto, è “un viaggio nel mistero”.
Il terzo libro come pellegrini verso la montagna

Il terzo libro è del medico e scienziato Giuseppe Remuzzi e si intitola “In punta di piedi”, Mondadori 2025, che ha questo forte sottotitolo: “C’è un valore negli ultimi momenti della vita e deve essere il nostro”. Remuzzi vi affronta l’argomento del fine vita dal punto di vista medico: cioè da quando i nostri corpi subiscono gli insulti delle malattie e del degrado psico-fisico. In quei momenti estremi i malati hanno a fianco quegli autentici angeli senza ali che sono i medici e gli infermieri. A chi chiede una legge per questi professionisti, Remuzzi risponde: “Una legge per loro c’è già, è quella che abbiamo dentro, fatta di buon senso, compassione, attenzione a chi soffre”.
Queste narrazioni ci toccano e ci interrogano. In fondo tutti siamo pellegrini in marcia verso la montagna.
Fatti, cioè parole
L’umanità di oggi, di cui siamo parte vivente, sembra aver sconfitto una delle povertà che le gravavano addosso, cioè l’analfabetismo (che spesso ritorna minaccioso e subdolo). E’ quantomeno curioso il fatto che di questi tempi ci sia, almeno in Italia, una preoccupata attenzione alle parole. Siano dette o scritte, ci si preoccupa della loro salute, si sfornano libri e comunque se ne parla continuamente e nelle più diverse situazioni, come i quiz in televisione.

L’altro giorno, per esempio, il Papa ha ricordato che il suo predecessore Francesco, pur essendo gravemente malato, un giorno ci ha raccomandato di aver cura delle parole e – guardando all’orizzonte buio dei conflitti umani – ha spronato tutti noi a “disarmare le parole “! Sì, perché la parola che ci distingue in natura, animali, troppo spesso viene usata come arma: del resto, è passato in proverbio il detto “uccide più la lingua che la spada”.
Un italiano che “sa le parole”, lo scrittore, già magistrato e parlamentare, Gianrico Carofiglio ha (quasi) riscritto un suo appassionato studio sulla nostra lingua usata in pubblico. Lo ha da poco ripubblicato come un vero e proprio “manuale di difesa civile” e lo ha intitolato “Con parole precise”, Feltrinelli2025.

Il degrado del patrimonio linguistico è grande, e si infiltra in ogni espressione dei saperi e delle azioni della comunità. Non è un virus che aggredisce le parole: sarebbe una catastrofe; si tratta, invece, dell’uso che ne facciamo noi. Le lanciamo come proiettili, le infiliamo nel discorso come polpette avvelenate, non le rispettiamo abbastanza, per la semplice verità che non ne conosciamo il valore e il potere.
Ogni parola, è stato scritto, è un patto che ci mette in relazione con il mondo. Però, non dimentichiamo che le parole sono i mattoni con cui l’Uomo costruisce tanti mondi. Per concludere, lasciamo ancora la parola a Carofiglio: “Occuparci del linguaggio pubblico e della sua qualità non è dunque un lusso da intellettuali o una questione da accademici. E’ un dovere cruciale dell’etica civile. Dare il nome giusto alle cose può essere un gesto rivoluzionario “.
Autunno, foglie e parole

Poesia
Pointinisme di suoni
un vibrare ossessivo
del nostro giorno.
No, tu dici, le foglie
sono sciami di parole
al vento, e di farfalle.
Sì, sono ali in volo
e noi ci perdiamo
nella loro follia.
Anonimo

















































































