«Sono nato con la mia malattia e questa si estinguerà quando morirò. Soffro di un disturbo mentale cronico che probabilmente ha origine genetica. Il mio corpo non ne è direttamente condizionato, nonostante sia soggetto all’energia, positiva o negativa, che scaturisce dalla patologia. Usando una similitudine è come se nuotassi in una piscina dove un propulsore crea all’improvviso un’onda che investe i bagnanti: se non fossi costantemente vigile, avrei buone chance di essere sbalzato fuori e fare uno o più voli pericolosi, come mi è accaduto in passato.» Con queste parole (p. 9) inizia il libro di Fabio Macaluso, Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare (Venezia, Marsilio, 2025). Una narrazione precisa, lucida e dettagliata della sua esperienza di vita, meglio dire, di convivenza con il suo disturbo bipolare.
Macaluso e il suo racconto autobiografico

Un racconto autobiografico che, a distanza di diversi anni dalla guarigione, mette in luce, a tratti anche con ironia, ma sempre attraverso uno sguardo consapevole, il faticoso percorso che lo ha condotto prima al riconoscimento dalla sua patologia, poi a un tortuoso e doloroso viaggio fatto di molte tappe, di insuccessi, di delusioni e finalmente di un approdo soddisfacente.
Un viaggio attraverso psichiatri, psicanalisti, terapie farmacologiche via via modificate e troppo spesso inefficaci, sedute di elettroshock, ricadute, ricoveri in ospedali e cliniche psichiatriche che l’autore ricostruisce nei minimi dettagli con encomiabile sincerità.
Il suo è un mondo che subisce l’altalena di fortissimi alti e bassi, di periodi di esaltazione, forza e grande creatività che poi sprofondano in una depressione devastante cupa e, sembra, senza uscita. Macaluso la descrive «come un luogo, uno spazio dove una forza che non riconosci e non puoi controllare ti lascia vagare senza scopo, dopo che la tua anima è stata catturata da un predatore invisibile.» (p. 16).
Ripercorre prima la sua infanzia, serena, e il rapporto con i genitori che sono sempre stati al suo fianco, soprattutto nei momenti più difficili: il padre avvocato, la madre insegnante di matematica al liceo; e poi l’incontro con una collega attraente, Anna Maria, che gli darà il figlio Frank: il fallimento del loro rapporto avrà un peso enorme nel determinare il senso devastante di fallimento che lo accompagnerà per anni e svilupperà crisi nervose molto preoccupanti. Crisi così insopportabili da diventare “irricordabili”, quella condizione che prende il nome di “tachipsichiatria” (p.69).
L’autore fa spesso ricorso a metafore molto efficaci per descrivere quanto ha vissuto

Il professor Giovanni Battista Cassano gli dice, per esempio: «Lei è una Ferrari uscita fuori strada. Solo che il suo motore – ossia il suo cervello – ha corso nella carrozzeria di una vettura normale, e questa è andata in pezzi.» (p. 44). Molto interessante questo accostamento con l’arte: «La depressione è asciutta e severa come l’arte romanica; la mania è graziosa e vivace come il rococò; l’ipomania – la fase più grave del disturbo bipolare – è maestosa e ridondante come il barocco sudamericano.» (p. 80.). Ed è bene ricordare,a questo punto, l’assioma più importante che Macaluso appone come titolo proprio al primo capitolo del libro: «Stai male quando stai bene».
Le pagine dedicate al suo ricovero presso il Servizio psichiatrico di diagnosi e cura al Forlanini di Roma (p. 116 e segg.), capitolo intitolato «Non un luogo gentile», ricordano in qualche modo l’esperienza di Daniele Mencarelli narrata nel suo libro Tutto chiede salvezza (Milano, Mondadori, 2022) e descrivono un’umanità dolente, segregata e abbandonata a se stessa, privata di dignità.
Macaluso e la ricerca di una cura

Nel pellegrinaggio alla ricerca di una cura, c’è spazio anche per un’esperienza in Brasile, legata a riti sconvolgenti alla chiesa spiritista e alle pratiche di una medium.
Risolutiva sarà, alla fine, la collaborazione, non priva di asperità, tra lo psichiatra che l’ha in cura da anni, Athanasius Koukopoulos e uno psicoterapeuta, Giuseppe Niccolò che lo sottopone a una psicoterapia cognitiva comportamentale senza tuttavia rinunciare all’assunzione di farmaci.
Macaluso e gli ostacoli del Servizio sanitario nazionale

Nel libro non mancano valutazioni e riflessioni relative al labirinto e alle difficoltà di cui è irta la procedura prevista dal Servizio sanitario nazionale per ottenere i farmaci, un vero percorso a ostacoli. Alcune pagine sono anche dedicate a ricordare alcuni casi di artisti bipolari come Jaco Pastorius (p. 164) e Lord Byron (p.191), un elenco di personaggi illustri si trova poi alla fine del volume (pp. 199-200).
Il racconto autobiografico di Fabio Macaluso si conclude con una riflessione di cui dovremmo fare tutti tesoro: «Siamo fatti di memoria: il nostro edificio è più solido se ci avvaliamo delle nostre fondamenta, adattandole o ricostruendole dopo ogni crisi. È così che scelgo di portare il mio bagaglio: alleggerendolo dei pesi superflui e coltivando, con gratitudine, quanto di buono la vita mi affida.» (p. 198).
L’autore

Fabio Caluso, giurista, esperto di comunicazioni e diritto d’autore, è stato manager di alcune tra le maggiori aziende italiane e docente a contratto presso varie università nelle materie della proprietà intellettuale e della protezione dei dati personali, sulle quali ha pubblicato diversi saggi. È presidente della Fondazione Casa Rossa di Bari, che si propone il recupero e la valorizzazione degli spazi di campo di concentramento fascista nell’agro di Alberobello. Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare (Marsilio, 2025) è il suo primo romanzo.
Fabio Macaluso, Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare, Venezia, Marsilio, 2025.








































































La recensione di Annalisa Bruni è molto lucida e toccante.
Ho amato il livello di dettaglio della medesima, la divisione in paragrafi come il mio libro, l’eleganza della struttura dialogica, l’aver toccato i punti nodali del libro.
Questa recensione è importante per contribuire al passa parola relativo alla mia opera, che vuole essere di aiuto o sprone a chi si trova dentro il garbuglio della malattia mentale.
A tutti deve essere accordata una chance di recupero e dobbiamo sforzarci per limitare lo stigma arcaico che avvolge il disturbo psichiatrico.
Grazie di cuore Annnalisa Bruni per contribuire così generosamente a una causa buona e disinteressata.
Grazie per l’apprezzamento. Ho letto con vero interesse e partecipazione il suo romanzo.