Ormai lo sappiamo: per qualche milione di italiani andare a votare è una fatica, un impiccio, un atto di ribellione più o meno consapevole: il “no al voto” è, sia pure in negativo, un gesto libero e politico. Le elezioni sono anche questo.
Elezioni violente?

Il silenzio delle urne sta preoccupando i governanti? Forse, ma non è sicuro: la distanza fra classe politica (partitica…) e cittadini elettori è vasta come il mare. In questa situazione di inerzia civica, qualcuno “partecipa” a suo modo alla campagna elettorale: è triste dirlo, ma si tratta di stupidi violenti, forse sono singoli vagabondi, o piccoli gruppi di contestatori incapaci di usare gli spazi di libertà che la convivenza civile consente e dunque agiscono come ladri nella notte. Che questi “contras” esistessero potevo solo immaginarlo, ma da ieri so, perché ho visto nella mia città una loro “impresa” un atto vandalico nella mia città. Qualcuno (forse un lupo solitario) ha strappato due grandi manifesti elettorali, e li ha gettati e calpestati sul marciapiedi: un gesto mirato: infatti, tutti gli altri manifesti incollati al muro sono stati risparmiati.
Elezioni e atti vandalici

Mi hanno fatto impressione i due riquadri vuoti nel muro nudo. Mi sono interrogato su quel gesto anonimo e brutale, un incivile insulto alla politica e al vivere democratico, un’offesa alla città e ai suoi cittadini. Dei due manifesti distrutti è rimasto un lacerto su cui si legge “un Sindaco per la Regione”; il resto del messaggio accartocciato nella polvere. Ho tentato, amaramente di capire quello scempio: forse il frutto perverso di una mente instabile, o forse atto di puro odio ideologico? Quello sfregio è paragonabile a un’aggressione fisica: il simbolo al posto della persona. E’ l’ossessione degli iconoclasti che si scagliano contro una figura di carta che non può reagire. La viltà del gesto si commenta da sola.
L’urlo e il furore

Il bello dei ricordi è che qualche volta sono fatti come un patchwork, cioè di elementi mnemonici di origine diversa assemblati in una immagine unica, e hanno un senso. A me è capitato in questi giorni, quando uno stralcio televisivo mi ha fatto ricordare come, se le vedessi su uno schermo, quattro parole in sequenza: L’urlo e il furore. Nella mia memoria si trattava del titolo di un romanzo anni Cinquanta, dell’americano William Faulkner, di cui ho dimenticato la trama e i personaggi. Però quelle quattro parole oggi si attagliano perfettamente, e per questo le ho scelte, a una persona reale, del nostro tempo anzi del presente italiano.
Si tratta di un personaggio potente e rissoso che domina nella vita politica. La sua specialità è proprio l’urlo e il furore quando affronta gli avversari. Di recente, quel capopopolo è apparso in tv mentre inveiva scompostamente, come un burattino impazzito, contro “gli altri”. Non parlava, urlava e aveva” occhi di bragia”.
Elezioni e politica
Non stava tenendo un comizio in piazza, ma si trovava nella nobile Aula del Parlamento, e questo mi ha colpito e amareggiato. L’anonimo è rimasto sconcertato dalle parole di fuoco che uscivano da quella bocca, incredulo di fronte a tale violenza e aggressività.
Quel comiziante fuori piazza non si frena mai, e anche all’estero l’abbiamo sentito urlare in altre lingue: è la sua guerra contro i mulini a vento (che forse sono i cittadini non legati al suo carro).
Pensierino amaro: questo capo politico non va da solo alla guerra delle parole: il contagio ha raggiunto anche i suoi avversari. E non c’è un ombrello che protegga dai loro urli e relativi furori.
L’attesa

(poesia)
Assomiglia alla luce dell’alba
ha il suono d’un sussurro,
ha la voce del vento quando
scompiglia le nostre bandiere
aspettiamo col batticuore che torni.
E’ la parola che non osiamo
più pronunciare e che rimbalza
contro i muri dell’indifferenza
o della paura che sia morta.
Il duro silenzio che la protegge
un giorno finirà, tu dici,
e allora sarà chiara e forte
come le campane di mezzogiorno.
Anonimo 25.







































































