E’ un percorso unico che va dal Trecento al Novecento. Non è e non è stato progettato come tanti altri musei, E’ una formula nuova – come si dice oggi “immersiva”. Eh già. All’ingresso si viene accolti da musiche e immagini delle pietre del Ghetto, poi oggetti e mappe. Ha appena riaperto, dopo sei anni di lavori e di restauri, il nuovo Museo ebraico della Comunità ebraica di Venezia in Campo di Ghetto Novo, una istituzione sorta nel 1954 e che con l’andare del tempo – pur mantenendo sempre i suoi obiettivi di didattica e di conoscenza dell’Altro – aveva bisogno di una “sistematina” secondo i criteri della nuova museologia contemporanea.
Un intervento scattato in tempi non facili

Giusto tirare su il cantiere, che tutto è rimasto bloccato dall’epidemia di Covid del 2020-21. Cantieri fermi, allestimenti e studi più o meno aperti temporaneamente abbandonati Tempo, in ogni modo, non passato invano, ma che ha potuto far riflettere gli studiosi su come rinnovare un’antica e preziosa collezione fatta di oggetti liturgici, libri antichi, manoscritti, testimonianze familiari e soprattutto la ricomposizione di uno spazio espositivo che è passato dal 1200 ai quasi 1800 tra bacheche, installazioni, documenti e apparati digitali.
Ma la parte più importante di tutta l’operazione è l’articolato lavoro di riportare alla luce una parte del “percorso” interno agli edifici del Ghetto che permetteva agli ebrei, senza scendere in calle e in campo, di raggiungere le sinagoghe che con le loro finestre e le edicole sul tetto si affacciano sul Campo. In questo modo si ha la possibilità di immaginare con un po’ di fantasia, i luoghi angusti di passaggio che permettevano poi di raggiungere le maestose sinagoghe per la preghiere o usate per la riflessione con dotti rabbini.
L’importanza del Ghetto a Venezia

La presenza ebraica a Venezia rappresenta una delle pagine più complesse e significative della storia della città, intrecciando dinamiche economiche, sociali, culturali e politiche che attraversano oltre un millennio. Sebbene le origini del nucleo ebraico lagunare restino in parte avvolte nell’incertezza, è documentato che già dal X secolo esistessero rapporti commerciali tra mercanti ebrei e Venezia. Nel corso del Quattrocento e dei primi anni del Cinquecento, l’aumento della popolazione ebraica e le tensioni sociali che ne derivarono portarono a una svolta storica. Il 29 marzo 1516 la Repubblica decretò la concentrazione forzata degli ebrei in un’area specifica della città: nacque così il Ghetto, il primo della storia moderna. L’area prescelta, sede di due fonderie dismesse, era isolata, malsana e controllabile. I cancelli venivano chiusi di notte e sorvegliati da guardie cristiane, pagate dalla stessa comunità ebraica.
La fine della segregazione arrivò con Napoleone, che nel 1797 ordinò l’abbattimento dei cancelli del Ghetto

Seguì un lungo processo di emancipazione, consolidato nell’Ottocento con il Risorgimento e l’annessione del Veneto al Regno d’Italia. Gli ebrei veneziani parteciparono attivamente alla vita politica e civile, contribuendo in modo significativo alla storia nazionale.
Il Novecento segnò una nuova tragedia

Le leggi razziali del 1938 e l’occupazione nazista portarono alla deportazione e all’uccisione di oltre duecento ebrei veneziani. Alla fine della Seconda guerra mondiale, la comunità risultava drasticamente ridotta. Oggi la Comunità Ebraica di Venezia conta circa cinquecento persone. Pur numericamente contenuta, rappresenta una realtà viva e dinamica, impegnata nella tutela della memoria, nella produzione culturale e nel dialogo con la città. Il Ghetto, da luogo di segregazione, è divenuto simbolo universale: memoria storica, spazio di identità e punto di riferimento per Venezia e per il mondo.
Come è cresciuto il Ghetto

“Dal 1516 la Repubblica confinò nel Ghetto Novo la popolazione ebraica, e l’isola, chiusa dai rii su ogni lato, poté crescere solo in altezza, fino a sei o sette piani. Non potendo costruire edifici di culto autonomi, le comunità ricavarono le sinagoghe ai piani alti delle case. La Tedesca nel 1528, la Canton nel 1532, l’Italiana nel 1575. Spiega Alessandro Pedron dello studio di architettura APML Architetti Pedron / La Tegola di Venezia. La risposta è un anello. Oggi si entra dal Corpo C , l’ex officina degli anni Cinquanta, attraverso una bussola blindata di sicurezza con scanner e metal detector. Da qui si sale alla Scola Tedesca, si prosegue nella Canton e, attraverso un ex appartamento incuneato tra le due sinagoghe, restaurato proprio per chiudere il cerchio, si arriva alla Scola Italiana. Finalmente collegata al resto del museo, per poi scendere verso l’uscita”.
I lavori sono avanzati un edificio alla volta

Iniziati nel novembre 2020, sono stati eseguiti da un raggruppamento di imprese guidato da Lares, con Costruzioni e Restauri G. Salmistrari e Fiel, sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, che ha condiviso le scelte di consolidamento, i materiali e il restauro degli apparati decorativi. Una parte determinante dei lavori è stata resa possibile da cospicue donazioni private. Fondazioni e mecenati, all’estero e in Italia , hanno sostenuto il progetto: Save Venice, World Monuments Fund, Venice in Peril Fund, Venetian Heritage, Ronald Lauder, la famiglia Rothschild e la Jerome Levy Foundation. Accanto a loro, il Ministero della Cultura ha contribuito con fondi pubblici del Ministero della Cutura. L’ammontare del progetto è di quasi 13 milioni di euro.
Il parere della curatrice

“Nel lungo e prezioso lavoro – sottolinea la curatrice del museo, Marcella Ansaldi – , abbiamo perseguito un obiettivo essenziale: mantenere vivo il rapporto fra gli interni del museo e lo spazio esterno. Abbiamo aperto alla vista tutte le finestre possibili, affinché il visitatore possa riconoscere in ogni momento il luogo in cui si trova e comprendere il significato della sua presenza nel Ghetto. Il dialogo fra identità e luogo, fra chi siamo e lo spazio che abitiamo, è alla base della nostra idea di museo e della concezione ebraica della vita”.
Il progetto del nuovo Museo del Ghetto

La nuova collezione museale è stata data in concessione alla società Opera Laboratori di Firenze, una grande azienda che opera nel settore della conservazione dei beni culturali e della gestione di siti museali in tutta Italia. Il nuovo percorso comprende un ingresso completamente rinnovato, spazi per l’accoglienza, la biglietteria e la sicurezza, nuove sale espositive permanentie temporanee, bookshop, una biblioteca e un archivio accessibile a studiosi e ricercatori e spazi dedicati alla didattica e alla scuola. Particolare attenzione è stata dedicata all’accessibilità, con nuovi collegamenti verticali e orizzontali studiati dalla ditta Guicciardini & Magni Associati.
«Siamo particolarmente orgogliosi – precisa Giuseppe Costa, presidente e amministratore delegato della società – di aver potuto contribuire a un progetto così importante. La collaborazione con la Comunità Ebraica di Venezia nasce da un percorso già consolidato nella gestione e valorizzazione del Ghetto e trova oggi nel nuovo Museo un ulteriore punto di arrivo. L’obiettivo è contribuire a rendere questo patrimonio sempre più accessibile, comprensibile e vivo, senza perdere il legame con la sua identità e con la comunità che ancora oggi lo custodisce».
Il Rabbino Capo e l’aspetto religioso del nuovo Museo del Ghetto

Dal canto suo, il Rabbino Capo , Rav Alberto Sermoneta ha voluto sottolineare l’aspetto religioso degli insegnamenti che si possono trarre da un museo e dalla sua inaugurazione: “ Nella tradizione ebraica, il concetto di Zakhor – il comandamento di ricordare – non è un esercizio passivo di nostalgia. È un atto creativo. Ricordare significa prendere il passato e renderlo vivo, qui e ora, trasformandolo in una guida per il nostro comportamento futuro. Gli oggetti rituali, i testi, gli argenti e i tessuti che da oggi saranno visibili in questo museo non testimoniano solo la maestria degli artigiani o la ricchezza del passato. Ognuno di essi è un indizio di eternità. Ognuno di essi racconta di un ebreo veneziano che, nonostante le restrizioni del Ghetto, le difficoltà e le tempeste della storia, ha scelto di santificare il tempo e lo spazio. Ha scelto di fare una Mitzvah, di compiere un precetto”.
Calimani e il nuovo percorso museale
Infine la soddisfazione del “padrone di casa”, il presidente della Comunità ebraica, Dario Calimani: “Il nuovo percorso museale non si limita alla dimensione religiosa, ma racconta anche la vita quotidiana nel Ghetto. Un’intera sezione è dedicata alla ricostruzione di una tipica abitazione ebraica, permettendo al visitatore di comprendere concretamente le condizioni abitative, la densità degli spazi e l’organizzazione della vita familiare. Installazioni multimediali e contenuti immersivi accompagnano il pubblico in un racconto accessibile e coinvolgente, pensato per un pubblico internazionale e intergenerazionale.
Le tre sinagoghe storiche sono state oggetto di un attento restauro conservativo, che interessa superfici, arredi e apparati decorativi. Le sinagoghe vengono integrate nel percorso museale senza perdere la loro identità di luoghi di culto, restituendo al pubblico la possibilità di comprenderne il valore storico, artistico e spirituale. I lavori sono stati organizzati per lotti successivi, così da garantire la continuità delle attività museali. L’investimento complessivo stimato è di circa 5,5 milioni di euro, con fondi pubblici e donatori da tutto il mondo; l’intervento ha ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie dagli enti competenti”.
Orari e modalità di visita
Il MEV ha aperto al pubblico dal 22 Ottobre, con orario 10-15.30.
Biglietti 18 euro intero; 14 euro ridotto; 11 euro ridotto per i residenti a Venezia
CONTATTI MEV
info.booking@museoebraicovenezia.it
(+39) 041 5246083
Cannaregio 2902 / B – 30121 Venezia
Sito web: https://www.museoebraicovenezia.it









































































