Nato per spingere la ripresa post-Covid, il Superbonus 110% è diventato un mostro contabile a causa dei continui cedimenti bipartisan. Ma usarlo ancora oggi come capro espiatorio del deficit serve solo a mascherare l’immobilismo dell’Italia sulla direttiva “Case Green”. C’è una narrazione ormai consolidata che risuona quotidianamente nei palazzi del potere romano che indica come ogni freno ai conti pubblici, ogni margine di manovra azzerato e ogni decimali di deficit che non torna abbia un unico e indiscutibile responsabile: il Superbonus 110%.
Quel Superbonus 110% voluto del Movimento 5 stelle
I numeri della Ragioneria dello Stato e del Ministero dell’Economia raccontano, in effetti, una voragine impressionante: 38,9 miliardi di euro in crediti d’imposta sul solo 2025, pari all’1,7% del Pil, a zavorrare l’indebitamento netto al 3,1%. Ma se questo dato è innegabilmente vero, la narrazione politica che ne scaturisce è parziale e strumentale. Usare la misura voluta dal Governo del Movimento 5 Stelle come l’alibi universale per giustificare l’incapacità odierna di programmare il futuro dell’edilizia rappresenta una comoda scorciatoia per coprire i ritardi del presente.
L’illusione dell’emergenza e la responsabilità collettiva Superbonus 110%

Per capire l’intricata matassa del Superbonus 110% occorre scindere l’obiettivo iniziale dalla sua sciagurata esecuzione. Nella fase più dura della ripresa post-Covid, la misura ha svolto una funzione d’urto reale per un settore strategico ma fermo, contribuendo in modo decisivo alla crescita del Paese. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, la misura ha spinto il Pil di circa un punto percentuale nel biennio 2021-2022; stime dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica arrivano a ben 1,4 punti cumulati, mentre la Banca d’Italia ha calcolato che ben tre quarti dell’aumento del valore aggiunto nelle costruzioni sia derivato proprio dai bonus edilizi. Il peccato originale, semmai, risiede in una struttura d’impianto fallata fin dal principio e progressivamente peggiorata dal Parlamento.
Aliquota fissa al 110%

Un’aliquota fissa al 110% mantenuta inalterata a lungo, anziché concepita a scalare fin dal primo giorno per evitare corse contro il tempo ed esplosioni dei prezzi, ha rappresentato la vera mina vagante. Attribuire la colpa a una sola parte politica è storicamente falso. Il vincolo del reddito ISEE a 25.000,00 euro per le villette, inserito per la proroga 2022, fu smantellato dopo pochissimo tempo con l’avallo dell’intera maggioranza che sosteneva il governo Draghi (dalla Lega al PD, fino a Forza Italia e M5S).
L’endorsement della Meloni
E pur trovandosi allora all’opposizione, la stessa Giorgia Meloni definiva la misura “molto utile per rilanciare l’economia”. Perfino il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti — prima di tuonare contro la “stagione irresponsabile” dal suo insediamento in Via XX Settembre — ricopriva il ruolo di ministro dello Sviluppo Economico proprio mentre la spesa per i crediti decollava, passando dai 16,2 miliardi del primo anno e mezzo agli oltre 62 miliardi di fine 2022.
L’infrazione europea e la trappola delle “case green”
Se l’analisi sul passato rivela responsabilità diffuse, il vero problema è la totale assenza di una strategia per il futuro. L’Italia si trova di fronte alla complessa sfida dell’adeguamento alla direttiva europea sulla prestazione energetica nell’edilizia (EPBD, nota come “Case Green”), che impone di concentrare almeno il 55% della riduzione dei consumi residenziali sugli immobili peggiori (classi F e G).
Di fronte a questa scadenza, il Paese appare paralizzato

niente Piano di ristrutturazione: l’Italia non ha inviato a Bruxelles il Piano nazionale di ristrutturazione entro la scadenza fissata del 31 dicembre 2025, facendo scattare l’apertura di una procedura d’infrazione europea;
direttiva disattesa: è stato “bucato” anche il termine per il recepimento dell’intera direttiva EPBD (Case Green);
mancati divieti: rimane aperta un’ulteriore infrazione per il mancato recepimento del divieto di incentivazione delle caldaie a combustibili fossili.
Paradossalmente, le risorse e gli spazi di manovra non mancherebbero nel Superbonus 110%

Tra i 14 miliardi di flessibilità energetica richiesti a Bruxelles con la clausola NEC (National Escape Clause, nota anche come Clausola Nazionale di Salvaguardia, è un meccanismo del Patto di Stabilità e Crescita dell’Unione Europea che consente agli Stati membri di scostarsi temporaneamente dai vincoli di bilancio e dalla traiettoria di spesa netta concordata con Bruxelles) e la riprogrammazione della politica di coesione, l’Italia avrebbe gli strumenti per finanziare interventi mirati. Tuttavia, senza un piano strutturato che vincoli i fondi esclusivamente agli interventi ad altissima efficienza e agli edifici più energivori, il rischio è doppio: subire le sanzioni comunitarie o, peggio, finire per disperdere nuovamente denaro pubblico in incentivi a pioggia, senza un reale ritorno in termini di risparmio energetico.
Gli errori del passato e le incognite del nuovo piano casa

Il rischio di ripetere gli stessi errori d’impostazione non riguarda solo l’Italia, ma si riflette anche a livello continentale. Il Piano Casa europeo presentato dalla Commissione europea punta prioritariamente ad arginare la crisi degli affitti e la speculazione immobiliare, lasciando l’efficienza energetica come mero principio guida e non come conditio sine qua non per ottenere i finanziamenti. Una scelta già criticata da diverse forze politiche e su cui la stessa Corte dei conti europea ha espresso perplessità in merito all’efficacia delle passate politiche di coesione.
A livello nazionale, la situazione non è dissimile. Nel Piano Casa italiano approvato a Maggio scorso (10 miliardi in dieci anni per 100.000 alloggi), i veri vincoli di sostenibilità energetica restano relegati all’edilizia popolare pubblica. La quota maggiore degli interventi, destinata ai privati, è legata al vincolo del prezzo calmierato, mentre il miliardo di euro, inizialmente destinato da Cassa Depositi e Prestiti all’efficientamento dell’housing, è scomparso dal testo finale ed è stato rinviato a un decreto attuativo ancora non pervenuto.
Superbonus 110% : Oltre la retorica del deficit
Il Superbonus 110% ha rappresentato una misura d’emergenza costosissima e minata da gravi pecche progettuali, i cui costi continueranno a pesare sui saldi di finanza pubblica. Tuttavia, continuare a sventolare i fantasmi del passato per giustificare i ritardi del presente, serve solo a rimandare decisioni non più procrastinabili. Oggi la sfida non è spendere di più, ma spendere meglio: abbandonare la logica dei sussidi indistinti e concentrare le risorse disponibili su obiettivi trasparenti e misurabili di transizione energetica è, ormai, una priorità assoluta e indifferibile. Senza una visione chiara, il rischio è che all’alibi del Superbonus 110% segua presto una nuova stangata europea.












































































