Tempo fa parlavo con un’amica dell’Azerbaigian. Le ho fatto una domanda banale, di quelle che si fanno per curiosità: «Come sono gli ospedali da voi?». «Pessimi. Per curarci andiamo all’estero.» Ho pensato alla spiegazione più ovvia: «Non ci sono soldi per finanziarli?». «No, siamo un paese molto ricco. Il problema è che da noi non funzionano le scuole, la primaria e la secondaria. E se non funzionano quelle, non funziona niente.». Mi è arrivata dritta, come un fendente. Le avevo chiesto degli ospedali e mi aveva risposto parlando di scuole.
Il ragionamento sulle scuole

Il suo ragionamento, in sostanza, è questo: un ospedale non è fatto di muri e di macchinari, ma delle persone che ci lavorano. E quelle persone, prima di arrivare all’università, sono passate dalle scuole primarie e secondarie. Puoi costruire la clinica più moderna del mondo e avere ottime facoltà di medicina, ma se la scuola non ha formato menti aperte, flessibili, abituate a ragionare, l’università non ha su cosa lavorare. E la clinica resta un edificio vuoto.
I numeri le danno ragione

L’Azerbaigian vive di petrolio e di gas, eppure nel 2023 ha destinato all’istruzione appena il 3,7% del PIL, centoundicesimo su 181 paesi nelle tabelle della Banca Mondiale. Il problema non sono i soldi. È dove si decide di metterli.
Noi insegniamo a tutti

Ci pensiamo troppo poco. Quando un ospedale non funziona cerchiamo il colpevole nella direzione sanitaria, nei tagli, nelle liste d’attesa. Quando un processo dura dieci anni ce la prendiamo con i tribunali. Raramente risaliamo fino all’aula in cui quel medico e quel giudice hanno imparato a leggere un testo difficile, a ragionare su un problema, a non accontentarsi della prima risposta.
Lo ripeto spesso, con un po’ di provocazione, ai colleghi dell’università: voi insegnate agli avvocati, oppure agli ingegneri. Noi insegniamo agli avvocati e agli ingegneri, ai futuri capi di Stato e ai manager delle grandi aziende, agli operai specializzati e ai diplomatici. E anche a chi, un giorno, le leggi le infrangerà. Tutti seduti nella stessa aula, alla stessa età, davanti alla stessa lavagna.
L’importanza delle scuole in Italia

La domanda giusta, allora, non è quanto spendiamo per gli ospedali. È dove si formano, davvero, le persone che li faranno funzionare. E la risposta non è l’università: quando un ragazzo ci arriva, i giochi sono fatti. Se in prima media non sa scrivere in corsivo o rispettare i margini di un foglio, difficilmente lo imparerà dopo. Doveva impararlo alle elementari, dove oggi si trascurano spesso proprio le cose che a noi insegnavano con pazienza, una riga alla volta.
Un tribunale risolve un conflitto, un ospedale cura un paziente: entrambi intervengono dopo, quando il problema c’è già. La scuola interviene prima. Non è un’istituzione tra le altre, è quella da cui passano tutte le altre: ogni ministero, ogni reparto, ogni consiglio di amministrazione è fatto di persone che sono state, prima di tutto, alunni.
Un intervento all’Avana

Mentre ripensavo a quella conversazione, è arrivata la notizia di Alessandro Di Battista. A fine agosto, a Cuba per un reportage, ha avuto un malore improvviso ed è stato trasferito all’Hospital Clínico Quirúrgico Hermanos Ameijeiras dell’Avana, dove l’équipe di neurochirurgia lo ha operato d’urgenza (Sky TG24). Una volta fuori pericolo ha definito la sanità cubana un’eccellenza e ha ringraziato i medici che gli hanno salvato la vita (Open). In un’intervista televisiva ha raccontato di un intervento raffinatissimo, eseguito con tecnologie che da noi si usavano trent’anni fa.
Capiamo cosa significa? Un paese povero, sotto embargo, con apparecchiature datate, riesce a fare ciò che molti paesi ricchi non sanno fare: formare un chirurgo capace di salvare una vita con quello che ha. Cuba è tra i paesi al mondo che investono di più nell’istruzione: nel 2022 l’8,4% del PIL, sesta su 166 paesi nei dati UNESCO, e oltre l’11% solo due anni prima. Prima della Rivoluzione l’isola aveva tre facoltà di medicina, oggi ne conta ventitré (Nearshore Americas).
Non mi interessa qui il modello politico, e non è questo il punto. Cuba e l’Azerbaigian stanno ai due estremi opposti: là ci sono i soldi ma non la scuola, qui c’è la scuola ma non i soldi. Chi vince questa partita ce lo ha raccontato Di Battista da un letto di terapia intensiva. Le macchine invecchiano, si rompono, mancano i pezzi di ricambio. Quello che resta, quando tutto il resto manca, è ciò che una generazione ha imparato.
La tecnologia senza istruzione è un oggetto costoso. L’istruzione, anche senza tecnologia, resta un sapere.
Quando le scuole scendono in piazza

Tutto questo diventa più preoccupante se guardiamo cosa sta succedendo a due passi da noi. In Francia la protesta è cominciata verso il 20 settembre al liceo Saint-Exupéry di Créteil, alla periferia di Parigi: da inizio anno la scuola era senza infermiere e senza insegnanti di sostegno, e gli studenti restavano spesso senza docenti a coprire le ore (Il Post). Da docente di sostegno, quel dettaglio non mi è sfuggito. In due settimane, secondo il Ministero dell’Interno, la mobilitazione ha coinvolto 1.027 licei su 3.700 (Geopop), con scontri, arresti e scuole danneggiate. Gli studenti chiedono almeno dieci miliardi per la scuola (ItaliaOggi). In Belgio sono scesi in piazza contro i tagli all’istruzione e l’aumento delle tasse universitarie; in Spagna i giovani protestano per la casa (Eunews). Motivi diversi, la stessa generazione.
I tagli alle scuole

La violenza non si giustifica, e c’è chi ha soffiato sul fuoco con video falsi e provocatori di professione. Ma sarebbe un errore guardare solo i cassonetti rovesciati e non i muri che si sgretolano.
Il problema, a mio parere, è una contabilità che misura la scuola come una voce di spesa e non come un investimento. Il costo si vede subito, nel bilancio di quest’anno; il rendimento arriva tra vent’anni, quando quei ragazzi saranno medici, giudici, imprenditori. Nessun governo resta in carica vent’anni, e nessun foglio di calcolo sa contabilizzare un chirurgo che non è stato formato.
Intendiamoci: l’istruzione non è un tema di destra o di sinistra. È un problema sociale, prima che politico. Disinvestire nella scuola è un suicidio, da qualunque parte lo si guardi.
Tre scuole e un continente piccolo

Certo, ci sono modi diversi di intendere la scuola. In Europa prevale un modello pubblico e, almeno nelle intenzioni, cooperativo. In Asia orientale la scuola pubblica convive con una competizione feroce e con un enorme mercato privato di ripetizioni serali, gli «hagwon» coreani e i «juku» giapponesi; la Cina, nel 2021, ha dovuto vietare il doposcuola a scopo di lucro per frenare la corsa. Negli Stati Uniti la gran parte degli alunni frequenta scuole pubbliche, ma finanziate in buona parte dalle tasse locali: la qualità della scuola segue il codice postale, e la vera competizione, privata e costosissima, comincia all’università.
Eppure il problema principale, oggi, non è scegliere tra questi modelli. È che abbiamo perso lo sguardo d’insieme. Da anni la scuola si governa per circolari su singoli aspetti: il voto in condotta, il telefono in classe, la nuova griglia di valutazione. Ognuna può avere senso. Nessuna risponde alla domanda di fondo: che società vogliamo che esca dalle nostre aule?
E qui c’è un punto che mi sembra sfuggire a chi guarda con ammirazione ai modelli competitivi. Un sistema competitivo funziona per selezione: si mettono in gara moltissimi ragazzi e si lascia che emergano i migliori. Funziona quando la base è enorme. In Cina nascono circa nove milioni di bambini l’anno, in India oltre venti; nell’intera Unione Europea poco più di tre milioni e mezzo, in Italia meno di quattrocentomila. E quei tre milioni e mezzo di bambini europei non crescono in un unico sistema: sono divisi tra ventisette paesi, ognuno con la propria scuola, il proprio ministero e quasi sempre la propria lingua.
Chi seleziona su centinaia di milioni può permettersi di perdere per strada molti ragazzi e trovare comunque le sue eccellenze. Noi no. Se spezziamo un sistema già piccolo in un pubblico per chi resta e un privato per chi può pagare, riduciamo ancora la base da cui dovrebbero emergere i profili alti. Il talento non sceglie la famiglia in cui nascere: con pochi ragazzi, bisogna andarlo a cercare ovunque, anche in ultima fila, anche tra quelli che oggi seguo come docente di sostegno.
Il mio parere sulle scuole pubbliche europee

Per questo penso che, in Europa, la scuola pubblica e inclusiva non sia soltanto la scelta giusta. È quella razionale. Primo: trattare la spesa per l’istruzione come un investimento, non come un costo da comprimere a ogni manovra. Secondo: tornare a pensare la scuola come un sistema, prima di regolarne i dettagli. Terzo: non lasciare indietro nessuno, investendo soprattutto nei primi anni, nella primaria e nella secondaria di primo grado. Se la nostra base è piccola, ogni ragazzo perso per strada è un medico, un ingegnere o un insegnante in meno. Lo avevano capito quasi sessant’anni fa don Milani e i suoi ragazzi di Barbiana: se si perdono i più difficili, la scuola non è più scuola, ma «un ospedale che cura i sani e respinge i malati».
Il petrolio e il bisturi

Torno alla mia amica. Un paese ricco di petrolio che manda i suoi malati a curarsi all’estero. Un paese povero, senza pezzi di ricambio, che salva la vita a un ex parlamentare italiano. In mezzo ci siamo noi, con una scuola pubblica che, nonostante tutto, funziona ancora. Con poche risorse, edifici da rifare, insegnanti che cambiano ogni anno, eppure ogni mattina le aule si riempiono e qualcuno impara qualcosa. È un modello di resilienza, non un malato da accompagnare. Ma la resilienza non è infinita: dobbiamo smettere di trattarla come una spesa da far quadrare e invertire la tendenza, dal ribasso al rialzo.
Non ci accorgeremo del prezzo domani. Ce ne accorgeremo tra vent’anni, in una corsia d’ospedale, in un’aula di tribunale, in un consiglio dei ministri.
Chi, oggi, sta insegnando a scrivere a quel chirurgo?












































































