La Repubblica, il voto alle donne, la Costituzione: non sono tre anniversari. Sono una sola rivoluzione. Furono 21 donne su 556 deputati a scrivere la nostra libertà. Nel libro di Leonardo Brancaccio in Costituzione e democrazia. La lezione di tre madri della Repubblica: Tina Anselmi, Nilde Iotti, Lina Merlin, tre di loro — Anselmi, Iotti, Merlin — ci spiegano perché la Costituzione è il testo a cui appellarsi sempre.
Per la Costituzione 21 donne

Ventuno donne il 2 giugno 1946, il giorno in cui per la prima volta anche le italiane votarono e furono votate. Su 556 deputati eletti le donne sono 21: 9 comuniste, 9 democristiane, 2 socialiste e 1 dell’Uomo Qualunque, età, culture e storie diversissime. Operaie e partigiane, insegnanti, avvocate, madri, sindacaliste, staffette della Resistenza: da Adele Bei a Nilde Iotti, da Lina Merlin a Teresa Mattei, da Laura Bianchini a Filomena Delli Castelli, da Maria Federici a Angela Gotelli e alle altre Madri Costituenti, entrarono a Montecitorio accanto ai Padri, non come comparse ma come co-autrici. Cinque di loro – Federici, Merlin, Iotti, Noce e Gotelli – sedettero nella Commissione dei 75 che scrisse materialmente la Costituzione. Lottarono per gli articoli che oggi diamo per scontati: parità di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive, tutela della famiglia, diritto al lavoro, uguaglianza senza distinzione di sesso. Hanno dato un volto alla democrazia. Senza di loro il testo più bello che abbiamo, la nostra garanzia di libertà, la Costituzione italiana, sarebbe stato monco.
Tre feste per la Costituzione. A partire dal voto alle donne. Per finire con la loro presenza nella Costituente

Nel 2026 festeggiamo 80 anni tre volte. 80 della Repubblica. L’80 del voto alle donne. 80 dell’avvio della Costituzione. Tre ricorrenze che i libri di scuola tengono separate. Nella vita vera è stata una rivoluzione. Il 2 giugno 1946 non si vota solo Monarchia o Repubblica. Per la prima volta votano anche le donne. Erano state riconosciute elettrici nel febbraio ’45, eleggibili nel gennaio ’46, dopo aver portato sulle spalle Resistenza, fabbriche, case bombardate. Vanno alle urne 12 milioni di italiane. Anche se soltanto 21 vengono elette, appena il 3,7%. Eppure senza quel 3,7% non saremmo noi. Sono: Maria Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio. Non erano un gruppo omogeneo. Erano avversarie politiche, ma quello che le univa era più grande: l’idea che la democrazia non fosse solo votare, ma riscrivere le regole perché nessuno fosse più invisibile. Lo capisci quando leggi le carte. Furono loro a impuntarsi sugli articoli che oggi scrolli su Instagram senza pensarci: l’art.3 sull’uguaglianza senza distinzione di sesso, l’art.37 sulla parità di lavoro a parità di salario, l’art.48 e 51 sull’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive.
L’approfondimento che ci regala Brancaccio

Qui entra il libro di Leonardo Brancaccio, segretario generale della Scuola di Economia Civile. Brancaccio parte da una frase di Livia Turco che è un pugno: «La Repubblica italiana ha dei padri e delle madri, ma ancora oggi troppe volte nel dibattito pubblico si nominano solo i padri e si dimenticano le madri». E sceglie tre storie che hanno continuato a scrivere la Costituzione fuori dalla Costituente, con le leggi. Hanno un tratto comune che l’autore sottolinea: erano tutte e tre insegnanti, davano importanza all’istruzione come strumento di emancipazione, e giovanissime avevano scelto la Resistenza mettendo in discussione la propria vita.
Vediamo chi sono queste donne
LINA MERLIN (1887-1979) – Quella che ha corretto l’articolo 3

Se oggi leggi “senza distinzione di sesso” ti sembra ovvio. Fu lei a pretenderlo, quando i colleghi lo ritenevano superfluo. È stata la prima donna a parlare al Senato e l’unica donna eletta senatrice nella seconda legislatura. Sua la Legge Merlin del 1958 che chiuse le case di tolleranza, definita da lei stessa “la prima legge sociale della Repubblica”, non per moralismo ma contro lo sfruttamento. Sua la legge del 1955 che riconosce i figli nati fuori dal matrimonio, prima etichettati “figli di NN”. La frase: “Sentivo di dover adempiere una missione”.
NILDE IOTTI (1920-1999) – La più giovane che ha rifatto la famiglia

Ha 26 anni quando entra nei 75 che scrivono la Costituzione. Poi lotta perché i principi non restino carta: battaglia per il divorzio, riforma del diritto di famiglia del 1975 – prima la patria potestà era solo del padre, dopo diventano entrambi genitori. Nel 1979 diventa la prima donna Presidente della Camera e ci resta 13 anni, più di qualsiasi uomo. Sua frase: “Votare per una Repubblica che ci dia veramente le garanzie della democrazia e della libertà” e “costruire una società più umana”.
TINA ANSELMI (1927-2016) – La staffetta diventata ministra

Non è tra le 21 del ’46 – ha 19 anni e fa la staffetta partigiana Gabriella – ma è Madre della Repubblica perché ne realizza la promessa. Sindacalista, prima donna ministro della Repubblica. Firma due leggi che usi ogni giorno senza saperlo: la 833 del 1978 che crea il Servizio Sanitario Nazionale gratuito per tutti, e la 903 del 1977 sulla parità di trattamento tra uomini e donne al lavoro. Sua frase: “La politica è organizzare la speranza, la volontà di costruire un mondo migliore, per tutti”.
Tre donne di partiti diversi, distanti ideologicamente, che hanno fatto la stessa cosa: servire il bene comune
Perché queste donne dovrebbero interessare a te che hai 20 anni nel 2026?

Perché senza quelle 21, tu non avresti l’articolo 34 che ti dice che la scuola è aperta a tutti. Non avresti l’articolo 21 che ti permette di aprire un podcast e dire quello che pensi del governo senza finire in questura. Non avresti l’articolo 13 che dice che la libertà personale è inviolabile.Senza fiato vuol dire questo: la Costituzione è l’unico social che non ti profila. Ti protegge. Ti tutela.
E’ anche grazie a queste donne che ora noi abbiamo la Costituzione

Nel 1946 quelle ragazze non avevano i social, avevano il fascismo alle spalle e una guerra davanti ancora agli occhi. Hanno scritto che la Repubblica è fondata sul lavoro, che la sovranità appartiene al popolo, non ad algoritmi.
La nostra Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, è più giovane di un nonno ed è l’unica garanzia di libertà che non scade, se la usiamo, se continuiamo a sentirla nostra, di tutti. Studiala, leggila, vivila. Aprila a caso. Scegliti un articolo e chiediti: chi lo ha voluto? Quasi sempre, dietro c’è una di quelle 21. Donne.








































































